attualità, politica italiana

“Il giorno nero della Repubblica”, di Antonio Polito

Se la fissazione della data del processo a Silvio Berlusconi ha prodotto un giorno di stop dei lavori parlamentari, che accadrà il giorno della sentenza? Nonostante alla fine abbiano prevalso quelli con la testa sulle spalle, e l’Aventino minacciato da una parte del Pdl sia stato derubricato a semplice pausa di poche ore, ieri abbiamo assistito alla prova generale di ciò che può accadere al nostro Parlamento nelle prossime settimane. Ostaggio di vicende extraparlamentari, sulle quali né le Camere, né il governo e nemmeno il capo dello Stato possono alcunché. Eppure immediatamente investito, e potenzialmente dissolto, dallo tsunami politico che quelle vicende giudiziarie sono in grado di provocare.
Gli attori visti ieri in scena non rassicurano sull’esito. In troppi puntano a trarre un vantaggio di parte dalla rovina comune. Quelli che nel partito di Berlusconi sfruttano la drammaticità della sua ora per acquisire benemerenze e colpire l’ala governativa. Quelli che nel Pd, per lo piu renziani, non vedono l’ora di affondare Letta magari in nome di una riscoperta purezza antiberlusconiana. E quelli che, stando all’opposizione, pensano che il loro compito sia fomentare il tanto peggio tanto meglio.
Non si spiegano altrimenti la teatralità e al contempo l’incongruenza delle parole e dei gesti cui abbiamo assistito. Beppe Grillo, mentre urla che «l’Italia è un Paese in macerie» e che «non c’è più tempo», chiede come rimedio lo scioglimento del Parlamento e nuove elezioni, perché per un’altra rissa elettorale c’è sempre tempo. I suoi senatori, in un gesto forse inconsapevolmente peronista, si trasformano in descamisados togliendosi in aula la giacca e la cravatta e fischiando come allo stadio la squadra avversaria. I cosiddetti falchi del Pdl, nelle cui mani è rimasto il partito dopo che la sua parte migliore è emigrata al governo, confondono la Cassazione con un Tribunale speciale e invocano il ritorno alle urne come una nuova Resistenza.
Certo, la decisione presa ieri in Parlamento di sospendere i lavori per un giorno, piccolo surrogato concesso al Pdl in rivolta per l’imminenza della sentenza Berlusconi, è fuori dal comune (anche se è prassi per i congressi di partito). Ma purtroppo è l’intera situazione in cui ci troviamo ad essere fuori dal comune, come testimonia la visita serale di Enrico Letta al Quirinale.
Comunque la si veda, se ne dia la responsabilità all’imputato Berlusconi che se l’è cercata o ai magistrati che lo perseguitano, la vita e l’operatività del Parlamento e del governo sono infatti costantemente in pericolo. E questo proprio mentre l’Italia arranca, è come schiacciata dal macigno della crisi, tenta disperatamente di rialzarsi, viene di nuovo declassata. Il resto del mondo ci guarda attonito, attendendo di capire se questo grande Paese ha deciso di suicidarsi.
Dal pasticcio in cui si è cacciata la politica c’è una sola via di uscita: assumersi ciascuno una responsabilità collettiva. E c’è solo una bussola: attenersi scrupolosamente alle regole dello Stato di diritto, inventate proprio per tenere separati i poteri. Stiamo camminando sul ciglio del burrone. Per favore, smettetela di spingere.

Il Corriere della Sera 11.07.13

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“La mossa disperata del Cavaliere all’angolo”, di CLAUDIO TITO
«Bisognerebbe trovare una soluzione per rinviare questa maledetta sentenza. Un modo per farla slittare ci sarà pure. Perché io non ho più voglia di fare una campagna elettorale. Non so se mi va di far cadere il governo e ricominciare tutto daccapo». La tensione nel Pdl è alle stelle. Il centrodestra è sull’orlo di una crisi di nervi. E anche sul ciglio di una spaccatura che potrebbe
segnarne la fine.
CON i “falchi” da una parte e le “colombe” dall’altra. Con Silvio Berlusconi che si sente chiuso in un cul de sac. Senza via d’uscita. Alla ricerca di un «escamotage» che gli permetta di non sentirsi definitivamente in trappola.
La giornata di ieri, infatti, si può racchiudere in questa frase che il Cavaliere ha ripetuto a più di un deputato. Parole che non descrivono solo il suo status emotivo. Ma anche la voglia di giocarsi ancora la partita su due piani. Come ha sempre fatto in passato, è alla ricerca di una “leggina”, di un “passepartout” che possa scardinare la prossima sentenza. Ma nello stesso tempo capisce che il tempo non lavora a suo favore. Troppo poco per arrivare ad una qualche forma di “salvaguardia”. Il 30 luglio ormai è vicino. E allora si acconcia al “piano B”: limitare i danni. Ossia lasciare in vita il governo Letta e considerarlo l’ultimo baluardo per conservare un “ruolo” al “tavolo che conta”. Nel frattempo sperare che la Cassazione sia clemente. «Io – sono le sue parole – ci spero ancora». Speranze, peraltro, alimentate dal comunicato emesso dalla Suprema corte e dalle dichiarazioni del suo presidente Santacroce che non ha escluso l’ipotesi del rinvio.
Ma, appunto, l’ex premier per ora gioca due parti in commedia. Non a caso ha incaricato il suo unico e vero plenipotenziario, Gianni Letta, di compiere un ultimo tentativo per incidere sul verdetto della Cassazione. In questi giorni ha spesso invocato diversi stratagemmi: ha chiesto se la strada dell’amnistia potesse essere imboccata. Se fosse possibile approvare un emendamento che innalzi almeno la soglia detentiva per applicare la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici. Se il Quirinale si fosse convinto a dare corpo ad una «vera pacificazione » con la sua nomina a senatore a vita (che per alcuni potrebbe inibire l’interdizione visto che non è previsto nemmeno l’istituto delle dimissioni). I due primi punti, però, richiedono l’accondiscendenza del governo e del Pd. A Palazzo Chigi ripetono che nessuno ha mai avanzato una richiesta del genere. «In ogni caso – ha sempre ammonito il presidente del consiglio, Enrico Letta – non potremmo far passare cose del genere». «Non potremmo mai macchiarci in questo modo», gli fa eco Dario Franceschini. E del resto i tempi per approvare
un’amnistia sono troppo lunghi e troppo complicati con il quorum dei due terzi alla Camera e al Senato. Soprattutto i precedenti non hanno mai riguardato reati come la frode fiscale: troppo alta la pena edittale. Pure l’ipotesi di una nomina senatoriale da parte del Colle non è stata mai presa in considerazione. L’ex premier vuole comunque provarle tutte fino a fine mese. E per questo ha ordinato al suo partito di tenere altissima la guardia. Scaricare sulle istituzioni il nervosismo e far sentire sulla Cassazione tutta la forza del pressing esercitato da un movimento che continua a rappresentare quasi un terzo degli elettori.
Il Cavaliere, dunque, si sente sempre più in un angolo. Ascolta il ventaglio di possibili reazioni alla sentenza – dalle dimissioni in blocco dei parlamentari all’Aventino – con una sorta di irritato distacco. «Ora non ho più voglia di queste cose», ripete a quasi tutti. Del resto il timing di ieri è emblematico. La protesta del Pdl è partita come
un’onda di piena ed è arrivata come una modesta risacca. I tre giorni di “blocco parlamentare” si sono trasformati in un mezzo pomeriggio, peraltro con la presenza in aula del premier per il question time. Non a caso proprio Enrico Letta ieri sera si mostrava molto più tranquillo della mattina: «La giornata è iniziata male ed è finita bene». Non solo. Dopo il primo scossone, il capo del governo ha avuto più di un colloquio con il vicepremier Alfano: «Bisogna fare un lavoro di contenimento della rabbia», hanno concordato. Con una premessa fondamentale: «Berlusconi non vuole la crisi di governo». La precondizione che ha paralizzato i falchi e ha dato il via alle manovre per sedare la rivolta in corso nel centrodestra.
Il Cavaliere, infatti, in assenza di una “leggina”, considera prioritario rimanere nel campo governativo. «A che serve far cadere questo esecutivo? – chiedeva ieri anche ai più infervorati -. Io non ne ho voglia. Sarà quel
che sarà, ma lasciatemi in pace. L’importante è che non tocchino le aziende». Appunto, le aziende. In questo quadro preferisce dotare i suoi ministri di un’arma: sedere ancora al tavolo che conta e giocare almeno le ultime carte per difendere il suo gruppo. Berlusconi per la prima volta negli ultimi venti anni ha voluto distinguere il suo destino personale da quello di Mediaset. Una linea concordata in un pranzo di famiglia nel primo lunedì (il 24 giugno) dopo che la Consulta aveva bocciato il legittimo impedimento. E non a caso ha fatto sapere di non voler assolutamente coinvolgere sua figlia Marina nella battaglia politica: «Deve rimanere alla guida delle imprese». Insomma l’ex presidente del consiglio è convinto di poter meglio tutelare suoi affari rimanendo in maggioranza e trattando. Anche perché c’è un altro aspetto che agita i suoi sonni. Nel caso di condanna confermata per il processo Mediaset, Berlusconi non andrà in carcere: sarà destinato ai servizi
sociali. Ma se dovesse essere emesso in via definitiva anche il verdetto sul caso Ruby, allora niente impedirà la detenzione. E certe cose, allora, è meglio affrontarle con il Pdl in maggioranza che non all’opposizione.
Anche perché, anche i “falchi” sanno che la crisi di governo non garantisce il voto anticipato. Giorgio Napolitano ha steso il suo velo protettore su questo esecutivo e a tutti i suoi interlocutori, compresi i grillini, ha ribadito che fino a quando non si modificherà la legge elettorale, lui non scioglierà le Camere. Proverà a formare un altro esecutivo e semmai preferirà dimettersi, piuttosto che indire le elezioni. A quel punto il centrodestra dovrà fare i conti con un nuovo capo dello Stato che prevedibilmente sarà concordato nel campo del Pd e del Movimento 5Stelle. Un identikit che fa venire in mente personaggi come Romano Prodi e Stefano Rodotà. Anzi, il Pdl potrebbe fare i conti persino con una scissione: una parte delle “colombe” potrebbe sostenere la nuova compagine.
La tensione, in ogni caso, si taglierà con il coltello fino a al 30 luglio. Quella sarà la vera cartina tornasole del governo. Anche per il Pd. Che potrebbe essere tentato da un blitz per infrangere l’asse «contro natura» con Berlusconi. I falchi del centrodestra, infatti, sperano che una parte dei democratici votino contro l’interdizione al Senato e che poi sia Matteo Renzi a provocare la crisi. Ma i segnali lanciati ieri da Palazzo Vecchio verso Palazzo Chigi andavano per ora nell’altra direzione. «A fine mese però – dice proprio Letta ai suoi fedelissimi – almeno ci sarà un chiarimento definitivo. Non governo a tutti i costi e di certo non a costo di mettere in fibrillazione le Istituzioni. Quindi tutti sappiano che anche con parole tipo “Aventino”, salta tutto». L’appuntamento è fissato fra tre mercoledì.

La Repubblica 11.07.13