attualità, cultura, pari opportunità | diritti

“Qualcuno dica che quel gioco non è un gioco”, di Concita De Gregorio

È Come stare pomeriggi interi al telefono, a canzonare il tempo a prenderlo in contropiede e ingannarlo. Una ragazza di sedici anni è una persona a cui la vita deve ancora succedere e non lo sa, e ha un po’ paura e un po’ fretta, e molto desiderio che passi veloce il momento e che arrivi quello, alla meta dei diciotto, in cui “nessuno mi può obbligare, ora”.
Io non lo so, nessuno lo sa tranne lei e quelli che erano lì, cosa è successo alla ragazzina di Modena che – dicono gli investigatori, i parenti, ora anche gli adulti che rivestono incarichi pubblici – una sera d’estate a una festa di compagni di scuola è stata violentata da cinque, sei, non è sicuro quanti amici. Amici, attenzione. Nessun livido, nessun graffio, nessun segno di violenza che segnali la sopraffazione fisica in senso proprio. Erano compagni di scuola. Alcuni maggiorenni da poco, varcata l’agognata meta dei diciotto, altri, almeno uno, no. Aveva bevuto lei, avevano bevuto probabilmente tutti perché come sa chi si guarda intorno gli adolescenti, oggi, bevono. Superalcolici, moltissimo. Costano meno delle droghe, spesso si trovano nelle case già disponibili all’uso. Shortini, alla mescita. Pochi euro a bicchiere, nessuno chiede la carta d’identità. Bevono i quindicenni come i trentenni, uguale.
Io non lo so com’è andata, quella sera, in una casa della più rassicurante delle città emiliane, la Modena delle scuole modello degli imprenditori che non si arrendono al terremoto, delle donne imprenditrici che vendono figurine nel mondo, dei ristoranti celebrati oltreoceano. Uno faceva il palo, scrivono gli agenti di polizia, gli altri a turno nella stanza “avevano rapporti sessuali completi” con la ragazzina. Non c’è niente di più algido di una relazione, niente di meno adatto a descrivere il tumulto, il disordine, lo sgomento, la resa. Lei cosa pensava, come stava, cosa voleva, cosa diceva? Non si sa, nessuna relazione può raccontarlo.
Dicono, i verbali, che erano tutti ragazzi “incensurati e di buona famiglia”. Aggiungono, le cronache, che sono passati quasi due mesi dall’evento e che nessuno – nessuno – ha fatto un gesto o ha detto qualcosa, né a scuola né in famiglia, nelle molte famiglie coinvolte, che somigliasse alla presa d’atto di un reato, o quanto meno di una vergogna, di una colpa, di un dispiacere. Niente, silenzio. Il sindaco ieri ha detto che “inquieta che questi ragazzi non distinguano il bene dal male”. Inquieta, certo. Pone il problema della responsabilità. È loro, che geneticamente, naturalmente non sanno distinguere o è della generazione che li ha cresciuti, e non gli ha fornito i ferri essenziali per l’opera di elementare distinzione? È dei figli o dei padri, la colpa?
Anni fa, a Niscemi, Caltanissetta, un gruppo di minorenni massacrò di botte, strangolò con un cavo di antenna e gettò in una vasca di irrigazione una coetanea, Lorena Cultraro, 14 anni. Era incinta, rivelò l’autopsia. Uno degli assassini, quindicenne, chiese al giudice, dopo aver confessato l’omicidio: “Ora che le ho detto cosa è successo posso tornare a casa?”. A vedere la tv, a giocare alla play. Tornare a casa. Era il 2008, cinque anni fa. Si scrissero articoli sgomenti, intervennero psicologi di fama, dissero che certo in quelle zone del Paese, al Sud, è tutto più difficile. Zone d’ombra, povertà di mezzi e di sapere, l’adolescenza sempre un enigma. Ora, cinque anni dopo, siamo a Modena. Emilia culla di bandiera di democratica civiltà e di sapere. Certo questa ragazzina non è morta, per sua fortuna. Forse non ha nemmeno lottato per evitare quel barbaro rituale che chissà, magari era proprio quello che l’avrebbe fatta diventare grande, finalmente. Forse per qualche tempo ha pensato: è stato quello che doveva essere.
Però arriverà, deve arrivare, il momento il tempo e il luogo in cui qualcuno di molto molto autorevole senza essere per questo canzonato e dal coro irriso dica no, non è quello che deve, non è questo che devi accettare per essere accettata. Non devi fare silenzio. Verrà il giorno in cui questo tempo avariato scadrà e sarà buttato come uno yogurt andato a male e ricominceremo tutti, dalle case, dalle televisioni, dai giornali, dalle scuole elementari a dire alle bambine: quando ti chiedono di stare al loro gioco, digli di no. È un gioco sbagliato, non è il tuo gioco. Non è nemmeno un gioco.
Verrà il giorno in cui capiremo l’abisso in cui siamo precipitati pensando che fosse l’anticamera del privé del Billionaire, che fortuna essere ammessi all’harem, e sapremo di nuovo dire, come i nostri nonni ci dicevano: è una trappola, bambina. Quando ti chiedono di mostrargli le mutande non è vero che si alza l’auditel, come dice la canzone scema. Quando te lo chiedono vattene, ridigli in faccia e torna a casa.

La Repubblica 21.10.13

********

Stuprata dagli amici, la rabbia di Modena “Quei cinque dovevano essere arrestati”, di CATERINA GIUSBERTI

Modena si è svegliata in un incubo, ieri mattina. «Dov’erano gli altri amici mentre una loro compagna sedicenne veniva violentata nel bagno, durante una festa? E perché i cinque ragazzi – quattro 18enni e un 17enne – indagati dalla procura di Modena e da quella dei minori per violenza sessuale di gruppo aggravata, sono ancora a piede libero?». Se lo chiedono nei bar, alle fermate dell’autobus, nei tavolini del Caffé Concerto di piazza Grande, nelle telefonate concitate tra presidi, professori, genitori. Il primo a dirlo a voce alta è il sindaco, Giorgio Pighi. «In questa vicenda ciò che più mi ferisce è la mancanza di solidarietà tra i ragazzi, gli altri amici e le altre amiche che sapevano e non hanno impedito quanto stava accadendo».
Poco importa, precisa il sindaco, che «non ci siano tracce di botte o lividi, anche aver approfittato della situazione è altrettanto grave». È gravissimo il ruolo degli “spettatori” anche per Annalisa Guarini, ricercatrice in psicologia dell’Università di Bologna ed esperta di bullismo. «Il tema che inquieta di più in tutta questa vicenda — dice — non è solo la colpa degli aggressori, ma anche il ruolo di questi spettatori, che hanno una responsabilità durante e dopo. Non basta dire io fisicamente non ho fatto niente. Gli altri 25 che cosa stavano facendo mentre i cinque erano chiusi in bagno con la ragazza? ».
Lei, la ragazza, a quella maledetta festa c’era andata con due amiche, persone che aveva già frequentato, con le quali usciva abitualmente. Il suo ragazzo era via per le vacanze, lei era in città, aveva accettato l’invito. Conosceva il padrone di casa, uno di quelli che ha poi abusato di lei. Sembrava una serata normale: l’estate, la piscina, la cena, il dopo cena. Una ragazza normale, con una vita sentimentale serena, ottimi voti a scuola, una famiglia tranquilla. Poi la festa, i cocktail uno dopo l’altro. E l’incubo: dentro al bagno e fuori, dopo. Quando nessuno le ha offerto aiuto, nessuno l’ha portata al pronto soccorso, nessuno l’ha accompagnata a casa. C’è andata da sola, a casa. E sempre da sola ha trovato il coraggio di parlare con la madre, e denunciare tutto. Madre che ora rifiuta di parlare e che ieri, leggendo la storia della figlia sui giornali, è scoppiata in lacrime.
A settembre la ragazza è tornata a scuola, fianco a fianco con i suoi aggressori. «Sono rimasta molto, molto perplessa — sbotta il provveditore Silvia Menabue — per il fatto che questi ragazzi siano ancora a piede libero. È stupefacente. Mi pare un ulteriore offesa alla ragazza, costretta a vivere accanto ai propri aguzzini. Ma questo è frutto dell’insensibilità degli adulti, non dei ragazzi». Per Daniela Rebecchi, psicologa dell’Ausl di Modena, è una vicenda «inquietantissima soprattutto pensando a quello che facciamo a Modena
per prevenire la violenza sulle donne ». Dura anche Patrizia Zanolini, avvocato e presidente dell’associazione Donne e giustizia. «L’aspetto più grave — dice — è che dietro quei ragazzi non esistono famiglie. Oltre che colpevolizzare loro bisognerebbe colpevolizzare i genitori, che in questi mesi evidentemente li hanno coperti, non li hanno spinti a costituirsi. Davanti a vicende come queste si prova vergogna, si fa di tutto per insabbiare. Ma dei 18enni in un bagno con una ragazza stanno commettendo un atto di violenza, sono assolutamente imputabili e con il nuovo decreto sul femminicidio potrebbero già essere in carcere». Per il comandante dei carabinieri Stefano Savo però si è trattato di una «normale applicazione della procedura penale, dato che non c’era rischio di reiterazione ne possibilità di fuga. Nessun garantismo eccessivo». Per andare avanti con il processo, comunque, sarà decisivo l’esito dell’esame del Dna prelevato sui cinque ragazzi, che dovrebbe arrivare entro una decina di giorni.

La Repubblica 21.10.13

1 Commento

  1. cara compagna bella, ti ringrazio sempre molto del tuo impegno che posso diffondere sul mio blog con il tuo link ( è ovvio ): ho passato i seicentomila visitatori, se qualcuno legge, spero impari qualcosa, ciao bruna tardini (blog, nome finto se mai importasse9

I commenti sono chiusi.