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"Tre scenari per un conflitto", di Bernardo Valli

I Russi applicano la tattica dell’elettroshock, con scariche sempre più intense e pause sempre più brevi. Le convulsioni dovrebbero quietare, rendere più arrendevole il paziente, cioè l’Ucraina. Basta ripercorrere la cronaca recente. Sono avvistati mezzi blindati russi in prossimità di Kerch nel Sud del paese. A Kiev ci si chiede se non stia per scattare l’invasione delle province sud-orientali. LA TENSIONE fa galoppare l’immaginazione. La Crimea è già in mano russa, ma quelle unità sono abbastanza vistose da far pensare a un’operazione più vasta. Neppure un’ora dopo arrivano da Mosca le parole rassicuranti del presidente della Duma. No, almeno per ora, non si prevede un’invasione. Più tardi, nel corso della giornata, un’agenzia russa informa che il comando della Flotta russa sul Mar Nero di Sebastopoli ha lanciato un ultimatum alle forze ucraine di Crimea, accerchiate nelle loro basi. Entro domattina devono consegnare le armi. Un’altra mazzata. Poco dopo il Ministero degli affari Esteri precisa tuttavia da Mosca che la flotta russa del Mar nero non è coinvolta nella faccenda. Si incute paura, si rassicura, e si ricomincia.
Gli stranieri in visita a Kiev, Jan Eliasson, l’inviato dell’Onu, William Hague, il ministro degli Esteri britannico, gli esperti del Fondo monetario internazionale, tutti gli stranieri venuti a esprimere solidarietà o a promettere soldi invitano il governo ucraino a mantenere la calma, a non rispondere alle intimidazione russe. Oggi è atteso John Kerry, il segretario di Stato, e anche lui con l’amicizia americana porterà gli stessi consigli. Non bisogna offrire pretesti a Mosca. Nel ruolo di grande mediatore di questa crisi, Angela Merkel non perde occasione, anche tramite il suo ministro degli esteri, Frank Walter Steinmeier, per suggerire agli ucraini di seguire le vie diplomatiche. Putin ha accettato di formare un “gruppo di contatto”, nell’ambito dell’Osce, la riesumata Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, ed è in quel quadro che bisogna agire. Anche se richiede tempo e nervi saldi.
Le pressioni russe si appesantiscono. Sergeij Lavrov, il ministro degli Esteri in visita a Ginevra, ribadisce la
teoria che a suo avviso giustifica l’intervento per ora limitato alla Crimea. Sembra che si eserciti nella prospettiva del discorso che dovrà pronunciare al Consiglio di Sicurezza, nel caso le truppe in stato d’allerta alla frontiera occidentale (orientale per l’Ucraina) dovessero violare la sovranità della nazione, più sorellastra che sorella. La teoria non è nuova, si basa sulle vessazioni inferte alla popolazione russofona, le quali avrebbero raggiunto un punto intollerabile. L’accusa è infondata, nulla prova le angherie denunciate, anche se ha colpito l’abrogazione della legge che favoriva le lingue secondarie, e tra queste il russo. Come non lascia indifferenti la presenza nel governo di Kiev di esponenti del partito ultranazionalista Svoboda, distintosi per aver chiesto con insistenza, nel 2009, la riabilitazione della divisione SSGalizia, e per avere diffuso slogan antisemiti e anti russi.
E’ comunque la generica denuncia del carattere anti russo del neo governo, nato dalla rivoluzione della Majdan, a suscitare le manifestazioni nelle province sud—orientali, dove larga parte della popolazione ha origini russe e dove c’è l’essenziale dell’attività industriale e mineraria. In quella parte dell’Ucraina i russi o i loro rappresentanti locali hanno esasperato, secondo i responsabili di Kiev, vecchi o antichi sentimenti. Non tanto favorevoli a una secessione, a un abbandono della nazione ucraina, quanto a un’affermazione più incisiva dei diritti della minoranza di origine russa in quanto tale. Le manifestazioni, preparate in precedenza e organizzate da gruppi militanti, si moltiplicano a Kharkiv, ex capitale e seconda città ucraina, dove la bandiera russa sventola spesso sulla piazza principale. A Donetsk, ricco centro minerario, è stato occupato il municipio. Un po’ dovunque, nei piccoli e medi centri, c’è’ un’agitazione giudicata dai più allarmisti come un segno dell’imminente arrivo delle unità militari russe in stato d’allerta, appena al di là del confine. Appena a trenta chilometri da Karkhiv.
Un intervento militare limitato alle province orientali, «per rispondere agli inviti della popolazione sottoposta a vessazioni», è il primo scenario prospettato a Kiev. In quella regione la gente accoglierebbe con i fiori gli invasori e la folla sulle piazze renderebbe difficile, nel caso dovesse manifestarsi, la resistenza dell’esercito ucraino. Il quale è del resto, pur essendo efficiente e ben armato, di gran lunga inferiore per numero a quello russo. Con i suoi circa centotrentamila uomini in totale non raggiunge neppure in centocinquantamila impegnati nelle manovre al di là del confine, con adeguati mezzi aerei e unità corazzate. Nell’insieme l’esercito russo conta circa ottocentocinquantamila uomini. La popolazione favorevole agli invasori ridurrebbe il rischio, nelle province orientali, di una resistenza di gruppi armati autonomi. Insomma di formazioni partigiane, che invece potrebbero nascere nelle province occidentali, considerate russofobe, nel caso l’invasione fosse totale. Lo scenario immagina un intervento temporaneo, il tempo di “normalizzare la situazione”, e giustificato, oltre che dalla necessità di proteggere la popolazione di origine russa, anche da un’eventuale provocazione. Magari creata ad arte.
Ho l’impressione di essere passato dalla cronaca alla fiction. E penso che lo scenario appena tratteggiato rimarrà nell’immaginazione. A Kiev non lo si esclude del tutto anche se si conta sul prezzo che Putin dovrebbe pagare. Un prezzo non tanto alto, tuttavia, quanto la morale occidentale lascia intravedere. L’isolamento politico non potrebbe durare a lungo, anche perché le sanzioni economiche sarebbero difficilmente applicabili, e questo attenuerebbe di fatto la quarantena politica. E’ vero che l’energia (petrolio e gas) è la principale risorsa russa, ma l’energia esportata è essenziale ai paesi europei, in particolare alla Germania. Con grande senso pratico il governo di Kiev non ha mandato truppe supplementari nelle province orientali irrequiete. Ha mandato degli oligarchi, dei miliardari: Sergei Taruta a Donetsk, dove la gente occupa il municipio, e Ihor Kolomoysky a Dnipropetrosks, dove sventolano bandiere russe. Con i loro soldi Taruta e Kolomoyski possono garantire gli investimenti finora fatti dai russi. Sono entrambi popolari tra gli operai e non sono estranei alla regione.
Un altro scenario sarebbe un’implosione dell’Ucraina simile a quello che ha mandato in frantumi la Jugoslavia. La tensione prolungata tra le comunità filo e antirusse, attizzata dalle plateali intimidazioni di Mosca, potrebbe portare a quella conclusione. Ma non è immaginabile la spaccatura, nel cuore dell’Europa, di un paese più esteso della Francia e della Germania, e con quarantasei milioni di abitanti. Anche perché le rivalità tra le correnti culturali, storiche, etniche non escludono spesso un comune spirito nazionale.
Il terzo scenario, il più plausibile, è che avviato un difficile dialogo l’Ucraina si “finlandizzi”: stia lontano dalla Nato, si ammanti di una neutralità inattaccabile, stabilisca relazioni ragionevoli con l’Europa, garantendo rapporti dignitosi con la prepotente sorellastra russa. Tanto da rassicurarla. Da placarla. Tra i numerosi demoni che si aggirano in questo cuore geografico dell’Europa ce n’è forse uno, lo si spera, capace di realizzare questo scenario.

La Repubblica 04.03.14

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