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“Il rinvio accentua la competizione tra Pdl e Carroccio”, di Massimo Franco

Più che le polemiche con l`opposizione, le tensioni che si addensano intorno alle norme sulla sicurezza rivelano un profondo nervosismo nella maggioranza. I contrasti fra Pdl e Lega stanno diventando espliciti, e pesano più delle accuse lanciate dal Pd al governo di riproporre «leggi razziali». Riguardano solo in parte il merito dei provvedimenti, utilizzati piuttosto per stabilire quali siano i rapporti di forza dentro il centrodestra. II tentativo del partito di Umberto Bossi di accelerare i tempi è fallito di fronte alle resistenze del Parlamento. E gli allarmi lanciati ripetutamente dal ministro leghista dell`Interno, Roberto Maroni, sono stati lasciati cadere nel vuoto.

Il rinvio del voto di fiducia a metà della settimana prossima suona come una sconfitta del Carroccio. Il leader della Lega ieri mattina aveva annunciato che oggi sarebbe stata votata la legge. Non solo. Maroni rivelava candidamente che palazzo Chigi aveva deciso di ricorrere alla fiducia per aggirare «i malumori in una parte della maggioranza»: questioni slegate, a suo avviso, dal merito delle misure da prendere; e dava la colpa ai postumi della fusione fra Fi e An e alla formazione delle liste.

La risposta degli alleati è stata dura. E paradossalmente si è registrata proprio nel momento in cui il centrosinistra accusava palazzo Chigi ed il Pdl di essere subalterni a Bossi. In realtà, l`ennesimo braccio di ferro sull`immigrazione clandestina sta dando risultati almeno controversi. Mostra la volontà della componente fedele a Gianfranco Fini, ma non solo, di ridimensionare e frustrare le pretese della Lega:

una strategia nella quale conta la sponda dell`opposizione, ma forse altrettanto l`assenso di Silvio Berlusconi, attento a non regalare a Bossi un eccessivo protagonismo in vista delle europee.

Il risultato di questa competizione è un rinvio che la Lega definisce irresponsabile, perché farebbe uscire dai centri di accoglienza oltre 250 clandestini; e che i lumbard sembrano pronti a sfruttare, additandolo a quella parte dell`elettorato incline ad associare immigrazione e criminalità. Ma è anche una conferma che il partito di Bossi è costretto a segnare il passo di fronte al resto della coalizione; e che fino al 7 giugno il centrodestra è condannato a subire una litigiosità endemica, esasperata da una competizione logorante. Eppure, non è credibile che gli sgarbi reciproci fra alleati sfocino in uno strappo.

Anzi, tutto fa pensare che il senso di responsabilità, se non altro, indurrà a moderare i toni. Le punzecchiature, però, stanno diventando quasi quotidiane. Dilatano la sensazione di una diversità crescente fra Pdl e Lega. E possono alimentare il sospetto di una tentazione berlusconiana inconfessabile: non soltanto quella di ridurre le pretese e lo spazio del partito di Bossi, ma di portare il Pdl a percentuali così alte da farne eventualmente a meno. Quando il ministro Maroni sfoga la propria irritazione sostenendo che alcuni alleati votano contro segretamente «perché non hanno il coraggio di metterci la faccia», sostiene una tesi verosimile; ma lambisce i confini della provocazione. Su questo sfondo, la bocciatura di un trattato, avvenuta ieri mattina alla Camera, può diventare un presagio infausto per il governo.

Il Corriere della Sera, 7 maggio 2009

1 Commento

  1. La redazione dice

    L`ira di Maroni: «Franchi tiratori in azione perché nel Pdl sono alla resa dei conti»”, di Giovanna Casadio

    Non dice che c`è una faida dentro il Pdl. Ma il concetto è quello. Bobo Maroni si sfoga e accusa. Sa già alle quattro del pomeriggio che la fiducia, o meglio le tre fiducie, al disegno di legge sulla sicurezza slitteranno a martedì prossimo: non ci stanno né Gianfranco Fini né i capigruppo del Popolo della libertà e neppure i ministri Elio Vito e Angelino Alfano a cedere alla fretta della Lega di votare subito. Però il ministro dell`Interno e leader lumbàrd finge che la partita sui tempi sia ancora tutta da giocare. Insiste:

    «Nulla osta che le tre fiducie si votino subito, i tre maxiemendamenti sono pronti». E contemporaneamente attacca: «Abbiamo fatto non bene ma benissimo a mettere la fiducia sulla sicurezza». Avete visto cosa è accaduto in mattinata sulla ratifica del Trattato di Prum, in quella parte che riguardava il prelievo forzoso del Dna? Governo battuto, maggioranza sotto, sette franchi tiratori del centrodestra ed è niente in confronto ai novanta parlamentari assenti del Pdl. Tanto che il capogruppo del partito, Fabrizio Cicchitto viene criticato per la gestione dell`indisciplinato gruppone.

    Denuncia Maroni: «Non c`entrava il contenuto della norma, dipende tutto dai malumori che ci sono in quella parte della maggioranza e che escono fuori solo in presenza dei voti segreti perché non si ha il coraggio di metterci la faccia…».

    Colpa insomma della resa dei conti tra gli ex Forza ltalia e gli ex An sulle liste, della tensione elettorale, «Lega esclusa», che secondo il ministro del Carroccio, c`è da sperare passino una volta superate «le turbolenze della fusione e la composizione delle liste». Forse a quel punto «tornerà il sereno», ma per dire come stanno andando le cose adesso, Maroni conteggia almeno «cinquanta voti segreti contro» se il ddl sicurezza non fosse stato blindato dalla Lega con la fiducia.

    Non è vero. Sarebbero potuti essere molti di più. Non solo per la resa dei conti interna nel Pdl, come pretende il Carroccio, ma per l`avversione di molti pidielle verso i diktat di Bossi e i suoi. Si vede con la questione della fiducia immediata. Maroni afferma che è necessaria per non fare uscire 250 clandestini dal centri di identificazione. Gli alleati mormorano che è tutta una manfrina per sventolare la bandiera anti immigrati agli Stati generali della Lega che si tengono venerdì e sabato a Vicenza.

    E poi, ci sono le liste elettorali da chiudere entro fine settimana, di accelerare sulla fiducia non se ne parla.

    Il presidente della Camera, Fini – che ha vinto facendo cancellare la norma sui presidi spia – avverte: «I tre maxiemendamenti e l`intero provvedimento sono complessi quindi ritengo che bisogna prendere tutto il tempo necessario per valutarli». Doccia fredda sul pressing del capogruppo Iumbàrd Roberto Cota. I leghisti fanno buon viso a cattivo gioco. Umberto Bossi in mattinata era certo di averla spuntata anche sul voto di fiducia oggi.

    Luciano Dussin sbotta: «Qui bisogna riparlare della questione della presenza in aula. I sottosegretari ad esempio, potrebbero lasciare il Parlamento e fare entrare i primi dei non eletti. C`è troppa gente in missione.

    Si è visto». Alessandra Mussolini, che ha capitanato la rivolta dei 101 parlamentari del Pdl contro la norma del Carroccio sui medici delatori, ce l`ha con la fiducia: «Si sarebbe potuta raggiungere lo stesso un`intesa politica…». Si sa che è stato il premier Berlusconi a trovare «la quadra», come la chiama Bossi, sulla fiducia.

    Doppia. Sul ddl sicurezza, come è certo. E sul ddl sulle intercettazioni, come è molto probabile. Uno scambio tra ciò che sta a cuore alla Lega e quello che vuole Berlusconi? Maroni liquida: «Stronzate». Però senza fiducia, la Mussolini ad esempio non avrebbe votato l`introduzione del reato di immigrazione clandestina. «Chissà quanti come me. Perché si rischia di creare l`invisibilità dei clandestini , è disastroso non solo dal punto di vista dei diritti ma proprio perleconseguenze.

    Io non sono favorevole a fare di un clandestino un reo, a quel punto pure un prete potrebbe denunciarlo». Maroni e i lumbàrd vanno perciò al contrattacco.

    È un equilibrio sul filo di lana dentro la maggioranza. Si passa da una riunione a un vertice di maggioranza: la Lega vuole la tolleranza zero e pensa di avere già dato.

    La Repubblica, 7 maggio 2009

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