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“Li avete mandati al massacro in quei lager stupri e torture”, di Francesco Viviano

«Li hanno mandati al massacro. Li uccideranno, uccideranno anche i loro bambini. Gli italiani non devono permettere tutto questo. In Libia ci hanno torturate, picchiate, stuprate, trattate come schiave per mesi. Meglio finire in fondo al mare. Morire nel deserto. Ma in Libia no». Hanno le lacrime agli occhi le donne nigeriane, etiopi, somale, le «fortunate» che sono arrivate a Lampedusa nelle settimane scorse e quelle reduci dal mercantile turco Pinar. Hanno saputo che oltre 200 disgraziati come loro sono stati raccolti in mare dalle motovedette italiane e rispediti «nell´inferno libico», dove sono sbarcati ieri mattina. Tra di loro anche 41 donne. Alcuni hanno gravi ustioni, altri sintomi di disidratazione. Ma la malattia più grave, è quella di essere stati riportati in Libia. Da dove «erano fuggite dopo essere state violentati e torturati. Non solo le donne, ma anche gli uomini».
I visi di chi invece si è salvato, ed è a Lampedusa raccontano una tragedia universale. La raccontano le ferite che hanno sul corpo, le tracce sigarette spente sulle braccia o sulla faccia dai trafficanti di essere umani. Storie terribili che non dimenticheranno mai. Come quella che racconta Florence, nigeriana, arrivata a Lampedusa qualche mese fa con una bambina di pochissimi giorni. L´ha battezzata nella chiesa di Lampedusa e l´ha chiamata «Sharon», ma quel giorno i suoi occhi, nerissimi, e splendenti come due cocci di ossidiana, erano tristi. Quella bambina non aveva un padre e non l´avrà mai.
«Mi hanno violentata ripetutamente in tre o quattro, anche se ero sfinita e gridavo pietà loro continuavano e sono rimasta incinta. Non so chi sia il padre di Sharon, voglio soltanto dimenticare e chiedo a Dio di farla vivere in pace». Accanto a Florence, c´è una ragazza somala. Anche lei ha subito le pene dell´inferno. «Quando ho lasciato il mio villaggio ho impiegato quattro mesi per arrivare al confine libico, e lì ci hanno vendute ai trafficanti e ai poliziotti libici. Ci hanno messo dentro dei container, la sera venivano a prenderci, una ad una e ci violentavano. Non potevamo fare nulla, soltanto pregare perché quell´incubo finisse». Raccontano il loro peregrinare nel deserto in balia di poliziotti e trafficanti. «Ci chiedevano sempre denaro, ma non avevamo più nulla. Ma loro continuavano, ci tenevano legate per giorni e giorni, sperando di ottenere altro denaro».
Il racconto s´interrompe spesso, le donne piangono ricordando quei giorni, quei mesi, dentro i capannoni nel deserto. Vicino alle spiagge nella speranza che un giorno o l´altro potessero partire. E ricordano un loro cugino, un ragazzo di 17 anni, che è diventato matto per le sevizie che ha subito e per i colpi di bastone che i poliziotti libici gli avevano sferrato sulla testa. «È ancora li, in Libia, è diventato pazzo. Lo trattano come uno schiavo, gli fanno fare i lavori più umilianti. Gira per le strade come un fantasma. La sua colpa era quella di essere nero, di chiamarsi Abramo e di essere “israelita”. Lo hanno picchiato a sangue sulla testa, lo hanno anche stuprato. Quel ragazzo non ha più vita, gli hanno tolto anche l´anima. Preghiamo per lui. Non perché viva, ma perché muoia presto, perché, finalmente, possa trovare la pace».
Le settimane, i mesi, trascorsi nelle «prigioni» libiche allestite vicino alla costa di Zuwara, non le dimenticheranno mai. «Molte di noi rimanevano incinte, ma anche in quelle condizioni ci violentavamo, non ci davano pace. Molti hanno tentato di suicidarsi, aspettavano la notte per non farsi vedere, poi prendevano una corda, un lenzuolo, qualunque cosa per potersi impiccare. Non so se era meglio essere vivi o morti. Adesso che siamo in Italia siamo più tranquille, ma non posso non stare male pensando che molte altre donne e uomini nelle nostre stesse condizioni siano state salvate in mare e poi rispedite in quell´inferno, non è giusto, non è umano, non si può dormire pensando ad una cosa del genere. Perché lo avete fatto?».
«Noi eravamo sole, ma c´erano anche coppie. Spesso gli uomini morivano per le sevizie e le torture che subivano. Le loro mogli imploravano di essere uccise con loro. La rabbia, il dolore, l´impotenza, cambiavano i loro volti, i loro occhi, diventavano esseri senza anima e senza corpo. Aiutateci, aiutateli. Voi italiani non siete cattivi. Non possiamo rischiare di morire nel deserto, in mare, per poi essere rispediti come carne da macello a subire quello che cerchiamo inutilmente di dimenticare». Hope, 22 anni, nigeriana è una delle sopravvissute ad una terribile traversata. Con lei in barca c´era anche un´amica con il compagno. Viaggiavano insieme ai loro due figlioletti. Morirono per gli stenti delle fame e della sete, i corpi buttati in mare. «Come possiamo dimenticare queste cose? Anche loro erano in Libia, anche loro avevano subito torture e sevizie, non ci davano acqua, non ci davano da mangiare, ci trattavano come animali. Ci avevano rubati tutti i soldi. Per mesi e mesi ci hanno fatto lavorare nelle loro case, nelle loro aziende, come schiavi, per dieci, venti dollari al mese. Ma non dovevamo camminare per strada perché ci trattavano come degli appestati. Schiavi, prigionieri in quei terribili capannoni dove finiranno quelli che l´Italia ha rispedito indietro. Nessuno saprà mai che fine faranno, se riusciranno a sopravvivere oppure no e quelli che sopravviveranno saranno rispediti indietro, in Somalia, in Nigeria, in Sudan, in Etiopia. Se dovesse accadere questo prego Dio che li faccia morire subito».

La Repubblica, 8 maggio 2009

1 Commento

  1. Alberto dice

    L’articolo di Gian Antonio Stella racconta alcune storie di profughi che hanno vissuto nei centri libici. Probabilmente anche gli ultimi naufraghi che sono stati respinti, hanno vissuto in questi centri e noi li abbiamo rimandati all’inferno. Alla faccia di questo paese e di questa società cosiddetta civile, cattolica, moderna

    UNA SOLA UMANITA’. GIAN ANTONIO STELLA: L’ASILO NEGATO
    [Dal “Corriere della sera” del 9 maggio 2009 “Tra Europa e
    Africa Tripoli non ha mai riconosciuto la Convenzione internazionale sulle garanzie ai perseguitati politici. Il Consiglio dei rifugiati: a un centinaio spettava il soccorso”]

    Chissa’ quanti erano, tra quei clandestini ributtati in Libia, ad avere diritto allo status di rifugiati. Uomini, donne e bambini in fuga da regimi assassini che forse sono gia’ stati ammassati in un container e stanno ora viaggiando attraverso il deserto per esser scaricati in mezzo al Sahara.
    Bobo Maroni, fiero della scelta, ha detto che se vogliono chiedere asilo possono farlo li’. “Anche in Libia c’e’ un Cir, un centro italiano per i rifugiati, aperto a tutti”, ha detto il ministro dell’Interno. Sapete quante persone ci lavorano? Una. E solo da lunedi’. E senza mezzi. E senza il riconoscimento di Tripoli. Che del resto non ha mai riconosciuto manco la Convenzione di Ginevra sui rifugiati.
    E’ chiarissima quella carta ginevrina del 1951. Ha diritto all’asilo chi scappa per il “giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche”. Altrettanto netto e’ l’articolo 10 della Costituzione: “Lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese
    l’effettivo esercizio delle liberta’ democratiche garantite dalla
    Costituzione italiana ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”.
    Vogliamo prendere una storia a caso, dall’inferno dei campi libici? Ecco quella di una donna eritrea, cristiana, nel documentario “Come un uomo sulla
    terra” di Andrea Segre: “Ero in prigione con un’amica eritrea incinta, la rabbia le aveva deformato il viso. Il marito cercava di difenderla perche’ il poliziotto le premeva la pancia col bastone dicendole: ‘Hai in pancia un ebreo, andate in Italia e poi in Israele per combattere gli arabi'”.
    Un’altra donna: “Preferivamo morire piuttosto che doverci togliere la croce al collo. Piangevamo, se questa era la volonta’ di Dio l’accettavamo, ma la croce non la volevamo togliere. Cristiani siamo e cristiani rimarremo. E loro ci sbattevano contro il muro. Mentre gli uomini venivano picchiati noi urlavamo. Gli uomini venivano frustati sotto la pianta dei piedi fino a
    perdere i sensi”.
    Situazioni agghiaccianti. Denunciate gia’ nel 2004 da una Missione tecnica in Libia dell’Unione Europea, dove si parlava di abusi, arresti arbitrari, deportazioni collettive… Confermate nel febbraio 2006 dalla deposizione del prefetto Mario Mori, il direttore del Sisde, in una audizione al Comitato parlamentare di controllo: “I clandestini vengono accalappiati come cani, messi su furgoncini pick-up e liberati in centri di accoglienza dove i
    sorveglianti per entrare devono mettere i fazzoletti intorno alla bocca per gli odori nauseabondi…”. La visita al centro di accoglienza di Seba lo aveva turbato: “Prevede di ospitare cento persone ma ce ne sono 650, una ammassata sull’altra senza rispetto di alcuna norma igienica e in condizioni
    terribili”.
    Per non dire di certe deportazioni nei container blindati come quella raccontata da Anna (“Presto sotto il sole di luglio il container divento’ un forno, l’aria era sempre piu’ pesante, era buio pesto. I bambini piangevano.
    Due giorni di viaggio senza niente da bere, ne’ da mangiare. Alcuni bevevano le proprie urine”) in “Fuga da Tripoli. Rapporto sulle condizioni dei migranti in transito in Libia”, a cura dell’Osservatorio sulle vittime delle migrazioni “Fortress europe”. Osservatorio secondo il quale in soli cinque anni “dal 1998 al 2003 piu’ di 14.500 persone sono state abbandonate
    in mezzo al deserto lungo la frontiera libica con Niger, Ciad, Sudan ed Egitto. Molti deportati, una volta abbandonati nel deserto hanno perso la vita”.
    E per non dire ancora degli stupri, come nella testimonianza di
    Fatawhit: “Ho visto molte donne violentate nel centro di detenzione di Kufrah. I poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e
    donne sole, Molte di loro sono rimaste incinta e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinita’, mettendo a forte rischio la propria vita”.
    Forzature? Lasciamo la risposta al comunicato ufficiale del Servizio informazione della Chiesa italiana: “Non possiamo tollerare che le persone rischino la vita, siano torturate e che l’85 per cento delle donne che arrivano a Lampedusa siano state violentate”. Per questo i vescovi non hanno dubbi: e’ “una vergogna” che siano state respinte persone che “hanno gia’
    subito delle persecuzioni nei rispettivi Paesi”. Posizione ribadita
    dall'”Osservatore Romano”: “Preoccupa il fatto che fra i migranti possa esserci chi e’ nelle condizioni di poter chiedere asilo politico. E si ricorda anzitutto la priorita’ del dovere di soccorso nei confronti di chi si trova in gravi condizioni di bisogno”.
    Questo e’ il nodo: la scelta di tenere verso gli immigrati in arrivo una posizione piu’ o meno dura, compassionevole o “cattiva”, come ha teorizzato tempo fa Maroni, spetta a chi governa. Ed e’ giusto che sia cosi’. La decisione di “fare di ogni erba un fascio”, rifiutare ogni distinzione e respingere chi arriva senza neppure concedergli, per dirla coi vescovi, almeno la possibilita’ di dimostrare che ha diritto all’asilo, e’ pero’ un’altra faccenda. Che non solo rinnega una storia piena di esuli politici
    (da Dante a Mazzini, da Garibaldi ai fratelli Rosselli a don Luigi Sturzo) ma, secondo Laura Boldrini e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, fa a pezzi le regole vigenti poiche’ “tutti gli obblighi internazionali” e anche la legge italiana “vietano tassativamente il respingimento di rifugiati o richiedenti asilo”.
    Quanti erano, su quella barca respinta, quelli che avrebbero avuto diritto ad essere accolti? Risponde Christopher Hein, direttore del Cir, il Consiglio italiano per i rifugiati: “Generalmente tra i disperati che arrivano a Lampedusa quelli che chiedono diritto d’asilo sono il70% ma di questi solo la meta’ ottiene lo status di rifugiato. Gli egiziani o i maghrebini, per esempio, difficilmente lo chiedono. Del resto difficilmente
    lo otterrebbero. Gli stessi cinesi non lo chiedono mai. Ora, poiche’ tra i passeggeri di quella nave riportati in Libia non c’erano maghrebini, egiziani o cinesi, e’ presumibile che almeno il 70% avrebbe chiesto asilo. E di questi, con ogni probabilita’, la meta’ ne aveva diritto. Il che significa che l’Italia ha respinto almeno un centinaio di persone alle quali la nostra Costituzione garantiva il soccorso”. Non possono farlo adesso? “La vedo dura. In tutta la Libia, dico tutta (non sappiamo neppure quanti siano i centri libici di detenzione, pare 25) abbiamo una persona. Che si e’ insediata da quattro giorni. Senza avere ancora il riconoscimento delle autorita’. Veda un po’ lei…”.

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