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“Se la politica dei barbari cancella i diritti di tutti”, di Stefano Rodotà

Servono 10, 100, 1000 Rosa Parks all´incontrario per reagire alle proposte segregazioniste nella metropolitana milanese (Rosa Parks era la donna nera che, nel ´55 in Alabama, andò a sedersi nella parte di un autobus riservata ai bianchi, fu arrestata, ma il suo gesto avviò la fine della segregazione.Si può organizzare una pacifica marcia su Milano di cittadini italiani di pelle bianca e capello liscio che vadano a sedersi in metropolitana accanto agli immigrati, anzi cedano loro il posto? Si può chiedere al sindaco Moratti di usare i suoi colloqui su YouTube con Red Ronnie per una serie di convinti elogi degli immigrati brutti, sporchi e cattivi, e tuttavia indispensabili? Si può andare a Bergamo e esigere che si possa mendicare per più di un´ora? Si può andare nelle città che hanno inaugurato un protezionismo nazional-gastronomico (suppongo a difesa delle schifose pizze surgelate con pomodori cinesi e cascami di formaggio) e ordinare ad alta voce kebab, cibi aztechi e altri piatti etnici? Si può essere d´accordo con Vaticano e Onu nelle critiche alle politiche di “respingimento” selvaggio dei disperati che cercano di approdare sulle nostre coste? Si può chiedere ai mezzi d´informazione decenti di dedicare uno spazio specifico e ben identificato per segnalare gli episodi di strisciante o palese razzismo quotidiano?

E infine (o prima di tutto): si può dire al presidente del Consiglio che il suo «no all´Italia multietnica» da una parte è un´insensatezza, perché basta guardare i volti delle persone per strada e si vede che l´Italia è multietnica senza possibilità di ritorno, e dall´altra che questo modo di parlare è l´ennesimo, pericolosissimo rifiuto di dare al nostro paese strutture e cultura rispettose dei diritti di tutti? Capisco che a Berlusconi la Costituzione non piaccia. Ma è il caso di ricordargli che l´articolo 3 vieta le discriminazioni basate proprio su razza, lingua e religione e che la Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea, da lui votata, non solo ribadisce questo principio ma, all´articolo 22 afferma anche la necessità di rispettare “la diversità culturale, religiosa e linguistica”. Questi sono appunto i tratti di una società multietnica. Negandola, Berlusconi si pone una volta di più fuori dal quadro costituzionale italiano e europeo.

Si deve essere intransigenti per impedire che si consolidi ancora di più un perverso senso comune che non è eccessivo chiamare razzismo. Certo, si possono accogliere con compiacimento la scomparsa delle norme sui medici-spia e i presidi-spia o le bacchettate di Gianfranco Fini a Matteo Salvini, inventore dei vagoni “riservati” agli immigrati nella metropolitana di Milano. Ma il semplice fatto che queste proposte vengano ormai avanzate a getto continuo, e arrivino fino alla soglia della loro trasformazione in norme di legge, è sconvolgente, è il segno di una regressione civile che rischia di cambiare nel fondo il modo d´essere della società italiana.

Quando parlamentari, presidenti di Regione, sindaci, persone con responsabilità pubbliche fanno schiette dichiarazioni di razzismo, si producono almeno due effetti. Il primo riguarda il fatto che il cosiddetto “cittadino comune” si senta legittimato non solo a pensare nello stesso modo, ma a tenere comportamenti che rispecchiano appunto la linea dettata dai suoi rappresentanti, innescando forme di rifiuto dell´immigrato che arrivano, come tristemente ci ricordano le cronache, fino all´assassinio. La società, in questo modo, conosce la barbarie, alla quale rischia di assuefarsi.

Il secondo effetto riguarda la raccolta del consenso, “lo stare sul territorio”, l´essere in sintonia con il “popolo”. Non ho dubbi sul fatto che la sinistra, nelle sue varie declinazioni, abbia gravemente indebolito le sue capacità di “leggere” e interpretare trasformazioni e bisogni della società italiana seguendo le chimere del partito leggero, affidando la propria capacità rappresentativa alla presenza nei talk show televisivi, divenendo oligarchica, accettando la logica della pura “democrazia d´investitura” che interrompe proprio il circuito della comunicazione continua con i cittadini. Ed è vero che la Lega si è insediata anche in questo vuoto. Ma, fatta questa constatazione e considerata la necessità di tornare ad altre forme di rapporto con i cittadini, si può poi sottovalutare il modo in cui tutto questo è avvenuto, la sollecitazione continua di pulsioni verso identità aggressive, in una parola la costruzione dell´”altro” come nemico?
Una lunga condiscendenza ha fatto sì che questo atteggiamento si consolidasse. Sono state degradate a folklore le parole pesanti e irriferibili di sindaci e parlamentari della Lega, i maiali trascinati sui terreni destinati alla costruzione di una moschea. Si è pensato che le cene del lunedì ad Arcore tra Berlusconi e Bossi servissero davvero a disinnescare le “bravate” dei capi leghisti. Invece la deriva è continuata, si è trasformata in linea politica sempre più esibita (perché lamentarsi poi delle reazioni dell´Unione europea, che mi auguro sempre più vigili e dure?), ha trovato nelle ultime parole di Berlusconi una sorta di benedizione finale.

Non è mai troppo tardi per reagire, per impegnarsi seriamente nel contrastare questa resistibile ascesa. Bisogna farlo essendo consapevoli di quel che stiamo perdendo. Il rispetto della dignità delle persone, degradate ad oggetto da accettare o respingere come un carico più o meno avariato, a merce da sfruttare da parte di imprenditori rapaci. Il rispetto del principio di eguaglianza, quando l´immigrato è discriminato davanti alla legge per questa sua condizione personale (lo vieta l´articolo 3 della Costituzione). Il rispetto dei diritti fondamentali delle persone, quando salute, istruzione, possibilità di sposarsi vengono negati o compressi, cancellando così una idea di cittadinanza che consiste in un insieme di diritti che ci appartengono in quanto persone e che ci accompagnano quale che sia il luogo del mondo in cui ci troviamo. Quando si aprono questi varchi, ci si riferisce formalmente agli immigrati, ma in realtà si creano le premesse per mettere in discussione le libertà di tutti. È già avvenuto. Possiamo rassegnarci a vivere in un paese incivile?

La Repubblica, 11 maggio 2009

2 Commenti

  1. La redazione dice

    “«L’Occidente è già multietnico, Berlusconi guarda al passato». Intervista a Benjamin Barber”, di Gabriel Bertinetto

    Le città per natura favoriscono l’integrazione multietnica. Ad ostacolarla intervengono scelte politiche che sfruttano le paure irrazionali della gente, soprattutto in tempi di crisi. Così dice all’Unità il politologo Benjamin Barber, relatore oggi al convegno organizzato da «Reset» a Milano in piazza Belgioioso 1: «La città, uno spazio comune, molte culture».
    Professor Barber, suscita clamore in Italia il no del premier Berlusconi alla multietnicità. Ma una società monoetnica è un’opzione praticabile nel mondo moderno?
    «Assolutamente no. Berlusconi non respinge un potenziale sviluppo del futuro, ma una realtà già in atto. L’Italia è parte di un mondo multietnico e culturalmente interdipendente. Tanto che nel mio Paese, gli Stati Uniti, per la prima volta abbiamo un capo di Stato genuina espressione di questa molteplicità. Il vostro presidente del Consiglio dice no al presente, e sì al passato. Vuole irrealisticamente retrocedere a qualcosa che non esiste più».
    Considerazioni morali a parte, rifiutare la multietnicità conviene?
    «È un danno, perché la logica dell’immigrazione è economica. Coloro che legalmente o clandestinamente lasciano la Libia per l’Italia, il Marocco per la Spagna, il Messico per gli Usa, il Guatemala per il Messico, lo fanno spinti da motivazioni prettamente economiche. Chi da fuori viene in Italia, non lo fa per trasformarla in una società multietnica, ma per trovare un’occupazione. L’economia globale richiede una forza lavoro mobile. Quando Berlusconi parla contro l’immigrazione, rifiuta la logica della globalizzazione. Come proprietario di un’azienda mediatica di dimensioni internazionali, dovrebbe essere il primo a saperlo».
    Gli argomenti sovente usati dagli xenofobi sono: ci rubano il lavoro e rendono le nostre città insicure. Che fondamento hanno?
    «Le statistiche non confortano l’ipotesi che gli immigrati siano tendenzialmente più dediti ad attività criminali che non i locali. La delinquenza è universalmente ripartita. Non è vero poi che portino via il posto ai già residenti. Vengono a svolgere i lavori offerti dal mercato. Gli argomenti degli xenofobi sono falsi ma servono a personaggi ccome Berlusconi da voi, o Cheney da noi, per cavalcare le paure dei concittadini e trarne vantaggi politici».
    Ci sono modelli di sviluppo architettonico e urbano che possono meglio aiutare l’integrazione etnica?
    «In realtà le città per loro natura sono organismi multiculturali. Negli ultimi 40 anni in alcune metropoli la popolazione è cresciuta di 30 o 40 volte. E questo non per germinazione interna ma grazie ad afflussi massicci dall’esterno. Sono individui mossi dal bisogno di un lavoro, dal desiderio di cambiare vita, dalla necessità di sottrarsi ad ambienti ostili. La città è per se stessa fondata sull’anonimato e sulla contiguità di comunità diverse. È vicinanza, comunicazione. Non esiste il problema di disegnare gli spazi urbani in maniera da favorire una multiculturalità che è già ad essi intrinseca».
    Può esserci però scontro anzichè integrazione. Come evitare l’uno e favorire l’altra?
    «In un agglomerato urbano si manifestano due tendenze. La stessa persona all’interno del suo quartiere vive le condizioni dell’identità culturale originaria, ma nel rapporto con le istituzioni, attraverso la sua attività lavorativa, facendo uso dei mezzi di trasporto, sperimenta un costante processo di integrazione. La compresenza di comunità etniche diverse nella medesima città alimenta questa doppia esposizione culturale di ogni singolo individuo. Un nigeriano, che faccia il taxista a Londra o Parigi, ed abiti in un quartiere popolato da suoi connazionali, si trova ad essere simultaneamente un africano all’estero ed un cittadino cosmopolita. Se una città non esprime le sue potenzialità naturali di integrazione e armonica interdipendenza è a causa di scelte politiche».
    L’Italia è una terra di ex-emigranti. La religione cristiana predica la fratellanza. Eppure nè l’esperienza storica, né le radici culturali sembrano averci vaccinato a sufficienza contro il morbo del razzismo. Perché?
    «Il miglior vaccino può essere inefficace se il virus è potente. La crisi economica in corso è uno di quei virus che spianano il terreno a chi propugna la politica della paura e ostacola il cammino ai fautori della politica della speranza. Ecco perché è facile oggi per Berlusconi martellare la gente con messaggi pericolosamente reazionari».

    L’Unità, 11 maggio 2009

  2. La redazione dice

    No all’Italia multietnica? Solo slogan

    “L’Italia multietnica? C’è già nei fatti, gli slogan non servono a niente, non lo decide né lui né io. E’ così negli Stati Uniti, in Francia, germani, Inghilterra, paesi con molti più immigrati di noi – a Berlusconi risponde Dario Franceschini ospite di Lucia Annunziata su Rai Tre – strumentalizzare il tema dell’immigrazione a fini di campagna elettorale è orrendo e dsgustoso. Chi delinque deve pagare col carcere e va espulso ma sono gli immigranti a fare da badanti, babysitter, a lavorare nei campi”. Parole simili a quelle della CEI: “L’Italia multiculturale è un valore ed esiste già di fatto – dice il segretario generale della Cei monsignor Mariano Crociata – il problema è invece il modo in cui le culture e le presenze si rapportano perchè non si cresce insieme in una accozzaglia disordinata e sregolata”.

    “”Che distratto, il nostro premier… Secondo lui, noi siamo per un’Italia multietnica e la destra no. Ma Berlusconi si è accorto o no dei profondi cambiamenti sul Pianeta negli ultimi decenni? – si chiede Federica Mogherini, componente della segreteria del PD – È il mondo che è diventato multietnico. New York, Londra, Parigi, sono città multietniche. Anche Roma e Milano lo sono. È multietnico il presidente degli Stati Uniti, che avrà senz’altro apprezzato la battuta con cui la sua elezione è stata accolta dal capo del governo italiano, ma guarda caso non ha ancora trovato il tempo per incontrarlo. Ed è multietnica la squadra del Milan, che negli ultimi vent’anni ha schierato giocatori di colore provenienti dall’Olanda, dalla Francia, dal Brasile, dall’Africa…”.

    Mentre Giovanna Melandri già ieir ricordava come i dmeocratici hanno in mente un’Italia diversa: “Senza istinti razzisti, multietnica, pluralista, libera, un paese fondato sul lavoro e sul rispetto. Un paese in cui non conta il colore della pelle, la razza o la religione, ma piuttosto l’onestà e la sincerità del cuore”.

    E’ smepre più chiaro lo sfruttamneto dei rimpatri per avere un nuovo fronte per guadagnarsi titoli sui giornali, facendo dimenticare i problemi familiar-elettorali, le promesse non mantenute in Abruzzo, e soprattutto la crisi economica e far salire i sondaggi.
    E come reagire ia sondaggi che sbandiera? “Non me ne frega niente”. E’ lapidario Franceschini sulla percentuale di popolarità che Silvio berlusocni dice di avere: 75%. “Visto che aumenta di un punto al giorno il venerdì prima delle elezioni europee sarà arrivata al 100 per cento e lui potrà andare a dormire felice in qualche sua villa. Ma io – aggiunge il leader del Pd – non ho mai commissionato sondaggi del genere. Io vado al letto felice se ho fatto qualcosa che fa star bene almeno un italiano, non se il mio livello di popolarità aumenta di un punto”.
    In tv Dario Franceschini riprende l’invito fatto in mattinata dal palco di un incontro con la rete di “Incontriamoci” : “Dice che parla con tutti – ha ironizzato Franceschini parlando della passeggiata di ieri del premier in una via del centro di Roma -, che gli piace scambiare opinioni con i tassisti, stare con la gente comune, poi ieri è andato a fare una immersione nel mondo reale a via dei Coronari tra gli orafi e gli antiquari. L’Italia non è via dei Coronari, è un’altra cosa, molto diversa. Lui si è costruito questo grande reality, in cui si è imprigionato e in cui vorrebbe coinvolgere anche il Paese”. Lucia Annunziata gli chiede anche se le recenti vicende familiari possano influire su un’ipotetica corsa al Colle del leader Pdl: “Delle vicende personali di Berlusconi non mi interessa. Per la parte che i media hanno portato a conoscenza dei cittadini ogni italiano se ne farà la sua opinione, ma Berlusconi al Quirinale mi fa venire molti brividi alla schiena per un migliaio di motivi, più che per questo”.

    Poi il leader del Pd si è soffermato sulle reazioni alle sue parole sulle coperture del «decreto Abruzzo» all’Aquila: “Sono stato aggredito con insulti da esponenti della maggioranza che sembravano fare a gara tra loro… forse mandano in televisione quello che insulta di più, ma non hanno nemmeno fantasia, mi danno del “demagogo”, del “mentitore. Noi diciamo da sempre che serve un atteggiamento responsabile. Abbiamo pronunciato parole positive sul lavoro dei volontari della Protezione civile, ma abbiamo anche detto che da parte dell’opposizione ci deve essere un ruolo di controllo.

    Bene la FIAT, ma si tutelino i lavoratori. L’operazione Fiat-Opel è assolutamente positiva ma l’azienda deve garantire che gli stabilimenti italiani continuino a lavorare. “Serve una garanzia – dice – che gli stabilimenti italiani della Fiat continuino a lavorare… dentro questo processo di crescita penso che la Fiat sia in grado di garantirlo. Ma l’operazione è positiva, assolutamente positiva”. Quando gli viene chiesto un parere sull’ipotesi di una cogestione dell’azienda allargata ai sindacati, Franceschini risponde: “Siccome tutti parliamo di difesa della Costituzione, c’è un articolo inattuato della nostra Costituzione che prevede esattamente la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese. Credo sia una strada interessante, da verificare. Naturalmente, la Costituzione è stata scritta 60 anni fa… ma più i lavoratori saranno coinvolti nella gestione dell’impresa, naturalmente senza perder nulla dei loro diritti sindacali, e più le aziende saranno controllate direttamente da chi ci lavora”.

    “Referendum, voto si contro la legge porcata”. Se al referendum elettorale vincesse il no “anche attraverso la via dell’astensione”, secondo il segretario del Pd Dario Franceschini, il messaggio sarebbe “la legge non si cambia più. Non condividiamo – precisa – il meccanismo che esce dai quesiti ma interpreteremo il segnale, che è ‘vogliamo una legge migliore’ e poi avremo quattro anni per farlo”.

    Mar. Lau.

    http://www.partitodemocratico.it, 11 maggio 2009

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