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«L’imparzialità ora è a rischio», di Carlo Rognoni

Quello delle nomine Rai è un vecchio film, visto e rivisto, noioso e soprattutto indecente. Ogni volta che dal settimo piano di viale Mazzini scorrono i titoli di testa, un sentimento di rabbia, di frustrazione e di vergogna ti assale. Ma possibile che ancora oggi la Rai debba essere gestita come una dependance della peggiore partitocrazia? Il premier ha tante grane a cui prestare attenzione. Da quelli più personali – il divorzio – a quelli più amicali – la bella Noemi – a quelli giudiziari – la condanna del suo ex avvocato Mills, sentenza che lo chiama in causa come corruttore – senza contare quelli pubblici rilevantissimi legati al ruolo – dal terremoto del’Aquila all’organizzazione del G8, alla crisi mondiale che sta mettendo in ginocchio – checché ne dica lui – la nostra economia. Per cui trovo sinceramente smodato e insopportabile che trovi il tempo anche di occuparsi di chi dovrà dirigere il Tg 1 o Raiuno, di chi dovrà diventare un vice al fianco del nuovo direttore generale Mauro Masi (ma davvero ha bisogno di quattro vice?).

Non lo sfiora neppure l’idea che qualche cittadino cominci a svegliarsi e a riflettere su “il conflitto di interessi”. La politica non ne parla quasi più? E’ vero. E tuttavia che il proprietario di Mediaset si senta in diritto di indicare anche i massimi dirigenti dell’azienda concorrente, in un paese normale dovrebbe far gridare allo scandalo. Ho scritto un libro (Rai,addio – memorie di un ex consigliere, Marco Tropea Editore) per denunciare che se non cambiano i criteri di nomina del cda, il servizio pubblico rischia una lenta, inesorabile emarginazione.
L’aspetto oggi più grave non è quello morale – che pure c’è – bensì quello di funzionalità aziendale.
Uomini e donne manager si scelgono in funzione della loro professionalità e non della loro fedeltà alla maggioranza! O no?

L’Unità, 21 maggio 2009

2 Commenti

  1. La redazione dice

    Nomine Rai: da Palazzo Grazioli a viale Mazzini

    Arrivano nuove nomine in Rai e diventa chiaro il gioco di Silvio Berlusconi: “Punta al controllo totale della comunicazione”. Il segretario del Pd, Dario Franceschini commenta così le nomine decise oggi dal CdA Rai che sono una copia su carta carbone degli organigrammi apparsi sui giornali nell’aprile scorso dopo un vertice a Palazzo Grazioli, e all’epoca sconfessati da un premier dalla memoria corta.
    “Non si è mai visto fare nomine decise in un altro luogo e ratificate dal cda a 15 giorni dalle elezioni – dice Franceschini -. Evidentemente il presidente del Consiglio non è sazio del controllo della comunicazione che ha e vuole estenderlo. Le prossime elezioni saranno uno spartiacque, se ci sarà una sproporzione del rapporto tra Pd e Pdl quello che potrebbe accadere lo possiamo capire anche da quanto è successo oggi: un uomo che punta a un controllo totale”.
    Così Augusto Minzolini (il retroscenista de La Stampa che da 15 anni raccoglie le confidenze di Arcore) diventa direttore del tg1, Mauro Mazza, un passato a Il Secolo d’Italia, va a dirigere Raidue. Addirittura quattro i vicedirettori generali, così da evitare il rischio di decisioni snelle: Antonio Marano, che resta ad interim direttore di Raidue, avrà la delega per il coordinamento dell’offerta televisiva anche digitale e satellitare; Giancarlo Leone, delega sulle attività connesse alla trasmissione verso il digitale terrestre; Lorenza Lei, delega all’area produttiva e gestionale; Gianfranco Comanducci, delega agli affari immobiliari e ai servizi di funzionamento.
    Nomi votati da un consiglio di amministrazione tormentato, con l’opposizione che abbandona l’aula prima del voto, mentre a favore hanno votato i quattro consiglieri di maggioranza e il presidente Garimberti.

    Con la ratifica delle nomine di casa Berlusconi per Paolo Gentiloni, responsabile comunicazione del Pd, si è assistita a “un’umiliazione per la Rai. Confusione in Azienda per distribuire posti ai partiti di maggioranza e occupazione di poltrone in piena campagna elettorale. Il conflitto di interessi al suo apogeo”. Andrea Orlando, portavoce dei ddemocratici, parla di un record: “È successo quello che sinora in Rai non si era mai visto: una tornata di
    nomine nel bel mezzo della campagna elettorale. Una forzatura grave, una decisione sbagliata che rischia di accrescere uno squilibrio già grave nell’informazione in un momento particolarmente delicato”.

    Per Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato “Berlusconi ha perso il senso del limite. Altro che duopolio Rai e Mediaset da oggi siamo al monopolio del Presidente del Consiglio e questo è davvero inaccettabile per un Paese democratico”.

    Dal PDL nel giro di pochi minuti partono le dichiarazioni a difesa dei nominati, e c’è chi ci dà degli sfascisti come Giorgio Lainati e chi come l’ex ministro Landolfi rivendica l’unanimità per le nomine.
    A tutti risponde il capogruppo PD in Commissione di Vigilanza, Fabrizio Morri: “Capezzone e gli entusiasti del centrodestra hanno poco da sconcertarsi delle proteste dell’opposizione per le nomine Rai. Non avranno certo dimenticato che i nomi proposti dal direttore generale e votati dalla maggioranza sono gli stessi che un mese e mezzo fa comparvero su tutti i giornali come esito di un vertice di maggioranza presieduto dal capo del governo, nonché proprietario di Mediaset e svariati altri quotidiani e periodici”. Poi li invita anon stupirsi ma a. Invece di stupirsi ci dicano quindi se hanno notizia di un altro Paese democratico e liberale in cui vi sia un tale condizionamento dei media e simile commistione tra informazione e potere, così come si sta determinando nell’Italia berlusconiana. Per quanto si possano sforzare, non troveranno un altro caso Italia”. Insomma è chiaro, al PDL non interessa una Rai autonoma dai governi, precondizione per adempiere ad una funzione pubblica di servizio e non alla soddisfazione di appetiti privati. Conclude infatti Morri: “Quando si parla di nomine Rai, l’unica cosa che continua ad essere misteriosa e non spiegata è questa: e cioè, perché al di la del giudizio sui singoli, la guida delle testate giornalistiche più importanti del servizio pubblico –Tg1 oggi e Tg2, forse, stando ai giornali- è affidata a persone che non fanno parte della squadra Rai? Un problema di professionalità? Di capacità? Di fiducia? O, più semplicemente, di maggior disponibilità ed ossequio nei confronti di chi oggi detiene il potere politico?”. Probabilmente nessuno troverà il coraggio di rispondergli ma un dubbio ce l’abbiamo: sbaglia Morri. Sono nomine interne, ma alla nuova sede Rai, in cui ci si sposterà appena finito il trasloco: Palazzo Grazioli e non viale Mazzini.

    http://www.partitodemocratico.it, 21 maggio 2009

  2. La redazione dice

    “Il Cda ora è in mano al partito azienda”, di Natalia Lombardo

    Alla «sagra dell’ipocrisia» anche il mite e garbato consigliere udiccino Rodolfo De Laurentis non ha retto, come i due colleghi pronti a fare muro al settimo piano di Viale Mazzini: l’ormai allenato Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten, scrittore in fase di rodaggio nel massacrante ingranaggio del Cavallo. Uno, due, tre, alle quattro fuori tutti dalla stanza del consiglio, in anticipo sull’annunciata diserzione del voto. Sul tavolo ci sono i nomi presentati da Mauro Masi, il direttore generale migrato da Palazzo Chigi in gessato e pochette di pizzo al taschino. Nomi compilati a metà aprile a Palazzo Grazioli, scritti sui giornali, compreso l’invito del cavaliere a trovare un posto in Rai a Minzolini anticipato sul «Giornale» di famiglia. Ma quando è troppo è troppo. Sentir sentenziare con voce roca quel «voi avete portato la politica qui dentro, non me lo sarei mai aspettato…» è troppo. Alle parole del consigliere «anziano», Guglielmo Rositani, una vita passata tra il Movimento Sociale e appena purificata in Alleanza Nazionale, i tre consiglieri si sono guardati e, all’unisono, si sono alzati e sono usciti. «Ma come, ora saremmo noi a far entrare la politica? Prima con la politica si mediava, ora c’è l’invadenza del partito-azienda», sbotta Rizzo Nervo, che da giorni ha un nervo per capello e denuncia la «frattura insanabile».

    Frattura nel Cda, ma soprattutto con il presidente di «garanzia», Paolo Garimberti, che ha sparigliato l’equazione «cinque a quattro» e ha lasciato soli i consiglieri di opposizione. Loro fanno partire il tam tam: conferenza stampa alle 17. Peccato non aver potuto ascoltare il presidente e la replica del Dg, diranno poi nella Sala degli Arazzi. Concessa loro la stanza ufficiale al piano terra, piuttosto delle denunce giocate con spirito carbonaro nella stanza di Sandro Curzi, mancanza che pesa nella lotta e nel cuore. Al settimo piano il Cda continua, Garimberti bacchetta Rositani per le «parole infelici», concordano la leghista Bianchi Clerici e i berlusconiani Gorla e Verro.

    Durante la conferenza stampa Rizzo Nervo legge un sms appena arrivato: «Il presidente ha votato sì a tutte le proposte». Minzolini al Tg1, Mazza a RaiUno (che il consigliere Pd margheritino avrebbe anche votato, ma al tg ammiraglio, non nella sparizione tra Berlusconi e Fini), e i quattro vicedirettori generali. «È evidente che chi oggi vota per un quadro di nomine decise un mese e mezzo fa non nelle sedi aziendali sancisce la fine dell’indipendenza del Cda», accusa De Laurentis. Rizzo Nervo va giù duro: «Un consigliere autorevole ha detto che voterà la relazione del Dg, mi sembrava l’orazione di Antonio al funerale di Cesare». Garimberti fa pesare l’aver evitato il peggio, aver tolto dal tavolo i «primi due candidati per il Tg1, Belpietro e Mimun». Minzolini «non viene da casa Mediaset», e il blitz sul Tg2 e Rai2 e sul resto è stato fermato. Insomma, dalla presidenza sono sì dati «per coerenza», con «un’apertura di credito» al Dg Masi, ma con l’avvertimento: «Adesso devi correre con la riorganizzazione aziendale, non camminare, correre». La strategia di Garimberti non convince affatto i consiglieri, la «frattura» si era già aperta martedì. E ieri le carte di Masi che si sono scoperte. I quattro vice «non hanno alcuna procura», denunciano i tre consiglieri, «non possono firmare nulla». Al settimo piano il paradosso, l’irriducibile Angelo Maria Petroni, che a Viale Mazzini va e viene e soprattutto resta, li ha declassati a «collaboratori dello staff del direttore generale». Allora a che servono? De Laurentis racconta che il giorno prima «le deleghe saltavano ogni minuto, giravano dei “pizzini”: via il “personale” a Lorenza Lei, si tiene la delega Masi, via la Fiction a Marano, a Comanducci restano solo gli “immobili”».

    Un «risiko», incalza Rizzo Nervo, «spostato un carro dall’Albania, una corazzata in Australia…», e Van Straten racconta «ho ricevuto i curricola alle 15,45, un quarto d’ora prima della riunione con il Dg. Ho preferito non parlarne affatto». La «frattura» si potrà sanare solo se avviene quello che Rizzo Nervo ha fatto mettere a verbale: «Quelle che immagino saranno le proposte per la direzione di Raidue (Susanna Petruni, ndr) e del Tg2 (Mario Orfeo, ndr). Si tratta dei nomi che voi conoscete e che da oggi non sono più indiscrezioni».

    L’Unità, 21 maggio 2009

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