economia, partito democratico

Altro che crisi piscologica, a rischio 1 italiano su 5!

L’ISTAT presenta il rapporto annuale, abbiamo i redditi più bassi d’Europa. PD: “Il governo non fa nulla”. Redditi più bassi d’Europa e famiglie a rischio. Italia dietro Spagna, Grecia, Romania e Paesi Baltici.

Forse il Premier dirà dell’Istat che difetta di ottimismo, convinto come è che la causa della crisi sia soprattutto di natura ‘psicologica’. Eppure il fatto che ad essere rischio sia una famiglia su cinque, secondo il rapporto diffuso dal centro nazionale di statistica dovrebbe lanciare l’allarme sulla reale condizione dei lavoratori e delle famiglie italiane. Anche perché il rischio è che la crisi si autoalimenti attraverso un’ulteriore contrazione della domanda.

Sono numeri su cui riflettere e che dovrebbero imporre senso di responsabilità nei rappresentanti del governo. Secondo il rapporto annuale del il 6,3% addirittura non riesce ad arrivare a fine mese e per la prima volta in 13 anni, il numero dei nuovi occupati e’ inferiore a quello dei disoccupati. Le famiglie che segnalano difficoltà economiche più o meno gravi sono due milioni e mezzo, il 10,4%: non riescono a effettuare risparmi e nella maggioranza dei casi non hanno risorse per affrontare una spesa imprevista di 700 euro, con particolare incidenza al Sud, mentre il calo dell’occupazione investe soprattutto il Centro e il Nord – Est, anche se il Mezzogiorno si conferma l’area con la maggiore concentrazione di disoccupati.

“Il Pd per far fronte a questa emergenza aveva proposto un contributo di solidarietà, il governo invece aveva, come al solito, preferito fare finta che il problema non esistesse” – ha dichiarato il Senatore del Pd Tiziano Treu. “La situazione è estremamente seria e ciò che più preoccupa è la distanza dell`esecutivo dai problemi delle persone: problemi che si crede di poter risolvere solo con annunci che, puntualmente, restano tali. L`Istat ha dipinto uno scenario preoccupante che tuttavia nelle sue cifre era noto da tempo. La cosa grave è che il governo pur conoscendo la situazione non si è fatto scrupolo di depredare il fondo per la povertà e quello per i non autosufficienti”.
Anche Massimo D’Alema attacca il Governo: ”La notizia vera di oggi sono i dati dell’ Istat, la crescita della disoccupazione, del disagio sociale, della povertà A fronte di questo grande fenomeno abbiamo un presidente del Consiglio che nega la realtà ella crisi e nulla fa per risolverla”.

Da Alghero interviene anche Pierluigi Bersani, responsabile economico del Pd: ”Il Governo di Berlusconi si sottrae agli impegni sociali come testimoniano le rilevazioni dell’Istat che proprio oggi riferiscono di una drammatica situazione che investe le famiglie italiane”. Lo ha detto il responsabile economico del Pd, Pierluigi Bersani, questa mattina ad Alghero per un tour elettorale per le europee. Bersani si e’, quindi, soffermato sulla Sardegna che ”e’ il massimo emblema del tradimento di Berlusconi, la dimostrazione concreta della differenza tra le parole e le promesse, ed i
fatti”. Bersani ha citato le opere non realizzate a La Maddalena, ma anche la strada Olbia-Sassari, la chimica, il porto di Porto Torres, il mancato Collegio unico per la Sardegna alle Europee.
”Lo Stato non può rinunciare ai suoi doveri: proteggere quei lavoratori e quelle famiglie che rischiano di essere colpite dalla crisi in modo più profondo”. Secondo Luigi Biggeri, presidente dell’Istat , occorre ”un sostegno alle fasce più deboli e più colpite, sostegno che ha per altro una giustificazione economica nella necessità di evitare che la crisi si autoalimenti attraverso la caduta della domanda interna”.
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3 Commenti

  1. La redazione dice

    “Oggi festeggio con moglie e due figli un ventennio di contratti a termine”, di Luisa Grion

    Oggi a casa Cultrera, a Pachino, paesone di 21 mila abitanti in provincia di Siracusa, si« «festeggia» – se così si può dire – una data molto speciale. Non si tratta di un compleanno e nemmeno di un anniversario, ma dei vent’anni esatti di precariato di Corrado, il capofamiglia. Vent’anni di lavoro instabile quasi continuativo: una marea di contratti che anno dopo anno sono stati, «per fortuna», sempre rinnovati e che hanno permesso al titolare di condurre una «normale vita d’instabilità permanente» come lui stesso la definisce. Sempre da precario Cultrera, che oggi ha 42 anni, è diventato adulto, si è sposato, ha fatto due figli. La sua famiglia è monoreddito e la sua storia – a sentire quanto racconta il rapporto Istat – non è affatto rara. Sta semmai segnando una generazione.

    Signor Cultrera, come si fa ad arrivare a 42 anni con vent’anni di precariato alle spalle?
    «Purtroppo è molto più semplice di quanto si possa pensare. Io ho cominciato a lavorare poco dopo il diploma, a ventidue anni. Era il 1989 sono entrato nella pubblica amministrazione con quello che allora veniva definito un «articolo 27». Poi, dopo varie proroghe, sono diventato un Lsu, lavoratore socialmente utile, e dal 2001 ad oggi, fra rinnovi vari, ho firmato contratti di collaborazione. Sempre come amministrativo: ho lavorato negli uffici prima del comune, poi della provincia e dal ‘96 nelle segreterie scolastiche. Oggi in quella di un istituto superiore».

    Non ha mai pensato di cercare qualcosa di più stabile, magari nel privato?
    «A Pachino? E come si fa? Qui le occasioni di lavoro sono rarissime e oggi é in crisi anche la coltivazione del pomodorino, quella che dà da mangiare a mezza città»

    Questa situazione di precariato quanto ha condizionato la sua vita?
    «Immensamente: oggi sono sposato e ho due figli piccoli, la seconda è piccolissima. Ma mi sono deciso a mettere su famiglia tardi: a 39 anni e l’ho fatto solo perché non mi rassegnavo a fare questo passo da precario. Non volevo e non mi sembrava giusto chiedere aiuto alla famiglia».

    Ci si abitua a questa incertezze?
    «No, non ci si abitua mai. Il rinnovo del contratto arriva sempre verso la fine dell’anno e dicembre è un mese sempre molto difficile, perché non sai mai se il tuo lavoro continuerà o meno. Quest’ultimo anno poi, il livello di tensione è stato ancora più alto perché si era saputo che la Finanziaria non prevedeva risorse per i nostri rinnovi. Poi per fortuna anche questa volta la situazione si è sbloccata grazie ai fondi del decreto anti-crisi. E vi assicuro ché c’è molta più ansia nell’aspettare l’ennesimo rinnovo quando si sa che da quella firma dipende non solo la tua vita, ma anche quella di due bambini e di una moglie».

    Quanto guadagna un precario della scuola e come vive?
    «Guadagna poco: circa 1100 euro al mese, ma ci sono stati periodi in cui le entrate erano ancora più basse».

    Bastano per una famiglia con due bimbi piccoli?
    «No, sono pochissimi. Noi ce la caviamo solo perché i miei mi hanno lasciato la casa, per il resto tutto se ne va per i piccoli. Io e mia moglie non ci concediamo davvero niente».

    La situazione incide anche sulla qualità del lavoro?
    «Certo, anche perché il mio è un caso piuttosto diffuso. Nel mio ufficio siamo 8 precari e 7 stabili. Non sa mai se, anche nel futuro, potrai seguire quello che stai facendo: si lavora male, non c’è altro da dire».

    Si è rassegnato al precariato?
    «No, rassegnato no, spero sempre che arrivi il contratto stabile. Ci spero anche quest’anno, ma le risposte che arrivano dal ministero non sono affatto chiare. Rassegnato no, sono sempre iscritto alla Cgil, e credo nell’importanza del sindacato, ma dopo tanti anni non ho più voglia di battaglie».

    La Repubblica, 27 maggio 2009

  2. La redazione dice

    «Il dramma non è finito. A settembre sarà anche peggio»

    Sono preoccupato soprattutto per i neolaureati». Per Michel Martone, docente di diritto del lavoro, i dati dell’Istat sono un conferma. La dimostrazione di un processo iniziato anni fa che la crisi ha soltanto accelerato.
    «La situazione è difficile per tutti – spiega – lo è per coloro che rischiano di perdere il lavoro, lo è per i precari i cui contratti potrebbero non essere rinnovati ma lo è soprattutto per i giovani e i neolaureati che in queste condizioni un lavoro non lo troveranno mai. In questa fase le aziende non assumono e, il rischio è quello di un aumento della disoccupazione».

    Per l’Istat, è già una realtà.
    «Anni fa si manifestava contro la disoccupazione e il lavoro nero. Con le riforme del lavoro, dal “pacchetto Treu” alla “legge Biagi”, sono state create nuove figure flessibili con la convinzione che bastasse abbassare l’asticella delle garanzie per dare agli imprenditori meno motivazioni per il ricorso al lavoro nero: in questo modo la disoccupazione è diminuita, ma è aumentata la precarietà. Ora con la crisi le imprese hanno smesso di assumere e con il massiccio ricorso alla cassintegrazione e con i contratti precari il rischio è che la disoccupazione torni a salire assieme alla precarietà».

    L’Istat disegna l’identikit dei nuovi disoccupati. Li riconosce nel ritratto?
    «È un effetto boomerang: intere generazioni hanno avuto scatti di carriera solo per anzianità. E molti di questi lavoratori assunti a tempo indeterminato, pur producendo poco, sono diventati costosi. Ora queste persone rischiano di essere i primi espulsi dal mercato nella competizione con la “generazione mille euro”. Più economica e flessibile».

    Il governo sparge ottimismo. Stiamo davvero uscendo dalla crisi?
    «La crisi è concreta e adesso davvero ne avvertiamo gli effetti sull’economia reale. Temo che il dramma si aggraverà ulteriormente quando finirà la copertura degli ammortizzatori sociali, specie nel prossimo trimestre. Il vero bilancio potremo farlo soltanto a settembre. E non sarà buono».

    L’Unità, 27 maggio 2009

  3. La redazione dice

    “Le regole da cambiare”, di Tito Boeri
    Mai come quest’anno si sente bisogno dei n u m e r i d e l l ‘ I s t a t per tastare il polso dell’economia italiana, capire quanto la recessione abbia già investito le famiglie, tagliando posti di lavoro e allargando le aree di disagio economico. Purtroppo quello presentato ieri da Luigi Biggeri alla Camera è un annuario Istat che nasce già vecchio, come Benjamin Button nel film di David Fincher. Narra di un’economia che non c’è già più, dato che a inizio 2009 siamo piombati nella fase più acuta della recessione. Ma non per questo è un rapporto poco informativo.

    Documenta come le imprese italiane siano entrate nella crisi molto indebitate, dunque fortemente vulnerabili alla stretta creditizia. Ci dice anche che l’esercito del precariato, a basso salario e a forte rischio di disoccupazione, è una platea di circa 4 milioni. Mettendo insieme questi due fatti, l’invito di Sacconi alle imprese a fare una moratoria dei licenziamenti sembra il richiamo di un bagnino che invita le persone accalcate sulla spiaggia ad aprire gli ombrelloni per proteggersi da un’onda anomala.

    Ci sono due dati fondamentali per capire il benessere delle famiglie italiane. Il primo è quello sul lavoro: quanti sono gli occupati, quanti i disoccupati, quante le persone che operano a orari (e salari) ridotti. Il secondo dato è quello sui consumi: quanto stanno le famiglie italiane tirando la cinghia, di quanto hanno abbassato il loro tenore di vita. Senza questi due dati è difficile valutare quanto intensamente le famiglie italiane stiano vivendo la recessione. Purtroppo l’annuario presentato ieri a Roma non ci dice nulla a riguardo. I dati sul mercato del lavoro sono fermi al 2008, quelli sui redditi e consumi delle famiglie addirittura al 2006-2007. In Italia dovremo aspettare fino a luglio per avere i primi rilievi seri sull’occupazione nell’anno in corso. I dati delle indagini sulle forze lavoro vengono raccolti ogni settimana.

    Con un piccolo sforzo in più, come in altri paesi, si potrebbero produrre statistiche aggiornate mese per mese. Grave che né il governo né l’opposizione sollecitino l’Istat in questo senso: dati più tempestivi sul mercato del lavoro sono indispensabili per calibrare meglio la risposta alla crisi. Ci sono comunque due parti dell’annuario che sono molto utili per valutare la vulnerabilità dell’economia italiana di fronte alla crisi. La prima è quella relativa ai bilanci delle imprese italiane. Si sostiene spesso che l’economia italiana è meno vulnerabile alla crisi perché in Italia c’è poco debito privato. Questo è vero per le famiglie, ma non per le imprese. L’annuario Istat documenta come le società di capitale, soprattutto quelle medio-piccole, siano fortemente indebitate (in molti casi più del 50 per cento dei finanziamenti consiste in debito) e come tutte le imprese, grandi e piccole, siano soprattutto indebitate a breve. La stretta creditizia sta perciò pesando molto sui piani di queste imprese. Non a caso, proprio le imprese più indebitate già a fine 2008 avevano ridotto fortemente il personale (-4 per cento). Quando Sacconi chiede alle imprese di fare una moratoria sui licenziamenti, forse intende proporre una moratoria dei debiti, vuole proclamare un anno sabbatico come quello prescritto dalla Bibbia ogni7 anni, in cui ogni creditore deve lasciar cadere il suo diritto? La seconda parte del rapporto utile per capire come evolverà la crisi è quella sulla contabilità del lavoro atipico. Ci dice che i lavoratori con contratti a tempo determinato, quelli con contratti di collaborazione (occasionale, a progetto o coordinata e continuativa) e i lavoratori autonomi a tempo parziale erano quasi tre milioni e mezzo nel 2008.

    Sea questi si aggiungonoi lavoratori part-time (con contratto a tempo indeterminato) che vorrebbero lavorare full time si arriva a più di 4 milioni e mezzo di persone sottoccupate, quasi un occupato su quattro. Una enormità. I dati più interessanti riguardano comunque la durata del precariato e i salari. Nel 70 per cento dei casi non si tratta del primo impiego. Al contrario, la precarietà ha le caratteristiche di una condizione che si protrae per molti anni dopo l’ingresso nel mercato del lavoro. Inoltre, è una condizione che comporta salari più bassi. I lavoratori dipendenti con contratti temporanei guadagnano circa un quarto di meno di lavoratori con lo stesso livello di istruzione, esperienza, mansione, etc. che hanno invece un contrattoa tempo indeterminato. E rischiano molto più degli altri di perdere il posto di lavoro. In questo caso non hanno accesso alle forme di integrazione al reddito per i disoccupati previste dai nostri ammortizzatori sociali. Sono, dunque, doppiamente discriminati: sul mercato del lavoro e fuori dal mercato del lavoro.

    Eppure il decreto attuativo delle misure anticrisi varate a novembre prevede che i cosiddetti ammortizzatori sociali in deroga vengano concessi soloa fronte di una scelta esplicita dei cosiddetti enti bilaterali (organizzazioni di datori di lavoro e lavoratori), notoriamente assenti dove il precariato è più esteso. Ci vogliono invece ammortizzatori sociali con trattamenti uguali per tutti e che comportino un diritto soggettivo ad essere aiutati quando si perde il lavoro, a fronte di un impegno di chi riceve l’aiuto a cercare un impiego alternativo. Questa mobilità è fondamentale. Come dimostra la rivoluzione in atto nell’industria dell’auto, le recessioni servono a ristrutturare il nostro apparato produttivo. Il Governo continua anche a sostenere che non è il momento di riformare i percorsi di ingresso nel mercato del lavoro, nonostante molte voci nel sindacato si siano levate in queste settimane a favore di interventi che riducano il dualismo del nostro mercato del lavoro. Anche su questo l’esecutivo si sbaglia: durante le crisi le imprese continuano ad assumere. Meno che in tempi normali, ma continuano ad assumere. Se non si cambiano le regole in ingresso, vista l’incertezza sulla congiuntura, assumeranno solo con contratti temporanei. Rischiamo perciò di uscire da questa crisi non solo con una disoccupazione gonfiata dai licenziamenti a costo zero per le imprese dei lavoratori precari, ma anche con una quota più alta di lavoratori con contratti temporanei. È quello che è successo negli anni 90 in Giappone e Svezia, due paesi che hanno vissuto una lunga recessione originata come questa nei mercati finanziari. Siamo ancora in tempo per evitare che questo succeda anche da noi. Ma non c’è più tempo da perdere.

    La Repubblica, 27 maggio 2009

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