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“Conversazione sulla RU486: Avanti senza timori sulla strada della ricerca”, di Innocenzo Cipolletta

La ricerca e l’innovazione sono i motori dello sviluppo economico dei paesi. Questo è ancora più vero per i paesi industrializzati che non possono competere con quelli emergenti in base ai costi di produzione. L’uscita da questa crisi finanziaria globale sarà sicuramente trainata dalle innovazioni che si stanno manifestando, al punto che difficilmente la ripresa si baserà sugli stessi consumi e sugli stessi investimenti presenti prima di essa. Le imprese lo sanno e si stanno attrezzando. Quelle che saranno costrette a ripetere lo stesso ciclo di prodotto, dovranno fare molta attenzione ai costi e alla qualità della produzione, perché saranno attaccate dalle imprese dei paesi emergenti che hanno fatto passi da gigante.
Come sostenere la ricerca e l’innovazione per permettere al nostro paese di agganciare anche in modo qualitativo la prossima ripresa? I soldi sono necessari e il governo, malgrado un contenimento complessivo dei fondi alle università, ha avviato un meccanismo, per ora solo marginale, che premia la ricerca. Ma la ricerca vive anche di un clima ad essa favorevole, fatto di tolleranza per chi s’inoltra in terreni sconosciuti e di flessibilità per recepire le innovazioni.
Ogni innovazione che deriva da una ricerca genera una piccola rivoluzione, perché rende obsoleti vecchi sistemi, fa decadere alcuni centri di profitto a favore di altri, mette fuori competizione chi si attarda su vecchi sistemi, rovescia le gerarchie facendo spesso emergere le nuove generazioni a danno di quelle vecchie, abbatte convinzioni consolidate e dure a morire. In altre parole, la ricerca e l’innovazione sono spesso eversive, proprio perché modificano gli equilibri consolidati. Per questo motivo sono spesso osteggiate in vario modo dagli interessi costituiti: corporazioni d’imprese che vedono cadere le loro posizioni di vantaggio, dirigenti e professori che si vedono scavalcati dalle nuove leve, ideologi e politici che temono di perdere la loro capacità d’influenza. La storia è piena di racconti relativi ai mille ostacoli che spesso s’incontrano sulla via dell’innovazione.
Ma la storia ci dice anche che i paesi più aperti all’innovazione sono quelli che crescono di più e dove la democrazia ha basi più solide. Per questo è bene aprire il campo all’innovazione e creare attorno ad essa un clima favorevole e non ostativo. Ed è per questo che va vista con preoccupazione la recente vicenda, in Italia, della pillola Ru486 la cui introduzione nel nostro paese è ostacolata da più soggetti. Questo ritrovato, che evita l’aborto chirurgico, è ormai disponibile nei maggiori paesi ed è stato abbondantemente testato. L’opposizione della Chiesa cattolica è nota. Nessuno contesta il diritto della Chiesa cattolica ad esprimere le proprie posizioni e ad emanare i propri divieti. Semmai c’è da dubitare della sua capacità di autorevolezza, se essa ritiene che sia necessaria una legge dello stato perché i credenti rispettino i suoi precetti.
Il problema sta nella risposta dello stato italiano a queste pressioni. Se esse prevarranno, allora si saprà che sui temi legati alla vita l’Italia non sarà mai un campo di sperimentazione e di ricerca. Potrebbe sembrare questa una limitazione di poco canto. Ma non è così. La ricerca e l’innovazione stanno proprio invadendo i campi della vita e quelli del corpo umano. Nuovi materiali biologici, interconnessioni tra biologia e Ict, nuovi medicinali mirati sui singoli individui, sistemi per potenziare specifiche funzioni del corpo, progressi nel campo del concepimento, della nascita, della prevenzione di malattie genetiche, della durata della vita, sono tutti ambiti che intersecano questioni morali ed etiche. Saremo chiamati in continuazione a dare risposte ai progressi della scienza, volti al miglioramento delle condizioni di vita delle genti. Si aprono quesiti fondamentali per il mondo della ricerca, per quello della politica e per quello delle religioni. Ma anche per ognuno di noi che dovrà nel suo intimo esprimere delle opinioni su temi che mai avevamo affrontato prima.
Se l’Italia e gli italiani vorranno far parte di quanti nel mondo stanno cercando nuove soluzioni e se vorremo restare agganciati al mondo della ricerca e dello sviluppo, dovranno avere un sistema tollerante che non sia regolato dal conformismo religioso, politico o economico, ma che sia aperto alle sperimentazioni, nell’ambito e con la collaborazione dei centri della ricerca mondiale, ciò che ci tutela da rischi di eccessi e ci evita l’esclusione dal progresso. Se invece prevarranno il timore per il futuro e la paura di chi vede nel progresso la perdita delle sue posizioni dominanti, allora il paese accumulerà ritardi e gli italiani dovranno riprendere la strada dell’estero per restare agganciati alla modernità.
Il sole 24 Ore 07.08.09

3 Commenti

  1. La Redazione dice

    “La conquista della Ru486 e la forza delle donne”, di UMBERTO VERONESI

    Le donne non si fermano: la vittoria dell’approvazione della Ru486 è parte di un progetto non scritto di affermazione del loro futuro ruolo. La forza delle donne non è riportata nei manuali di storia o di filosofia, perché il pensiero femminile vive dentro gli avvenimenti, spesso nascosto dietro il nome di un uomo.

    Per secoli le donne hanno silenziosamente influenzato il progresso civile e hanno determinato l’evoluzione culturale con l’azione più che con la teoria. A volte il loro contributo è stato idealizzato, ed eccole Angeli, altre invece è stato demonizzato, ed eccole Streghe. E hanno pagato un caro prezzo, nel passato, per questa loro condizione di debolezza: quante povere ragazze (in genere con disturbi mentali) sono state arse vive perché possedute dal Demonio? Ed ancora oggi il 90% degli omicidi sono di mano maschile, ma la grande maggioranza delle vittime sono donne. Siamo, per questo aspetto, una società primordiale, in cui gli uomini (più forti) uccidono le donne (più deboli). Ma in una società del futuro, con regole evolute di convivenza civile, l’aggressività maschile, necessaria alle origini per procurare sostegno alla famiglia, sarà sempre più di peso e di impaccio.

    L’uomo non sa e non può liberare la propria aggressività e spesso la rivolge contro se stesso: la grande maggioranza dei suicidi sono maschili. Le donne non uccidono e non si uccidono. La mia professione di “medico delle donne” mi ha insegnato l’arte di leggere nell’agire delle donne. Le ho viste affrontare con forza i momenti di debolezza, guardare in faccia il dolore e farne un’occasione di rinascita. Le ho viste fare rivoluzioni e ricomporre armonie. Quando si scatena il caos è la donna che riporta l’ordine: nei pensieri, nei rapporti umani, nell’ ambiente e nella società.

    Sono diventato un estimatore profondo del pensiero femminile, per molti aspetti superiore a quello maschile, e mi sono convinto che la parità fra sessi non è una scelta, ma è una realtà storicamente inarrestabile. Il problema è come realizzarla concretamente e come darle una veste ufficiale. E qui c’è un bisticcio di fondo da risolvere. Quanti ruoli può giocare oggi una donna ? Se sarà pari all’uomo nei ruoli decisionali, che farà della sua necessità biologica di procreare e accudire i suoi figli? Se davvero vogliamo che le donne pensino ad avere successo in politica o nelle carriere pubbliche, dobbiamo risolvere alla radice la questione del doppio carico che pesa sulle loro spalle. La soluzione non può essere quella di espropriare le donne della loro femminilità, ma è certo che una conquista razionale attende le donne di questa generazione: ridisegnare i propri spazi e decidere come conciliare l’impegno sociale con l’impegno procreatvo.

    Ovviamente la società, attualmente ancora maschilista con cadute nel “machismo”, dovrà fare la sua parte. Ma è la donna che dovrà scegliere e ridefinirsi. Certamente il percorso è a ostacoli: alcuni si supereranno, come il diritto all’interruzione di una gravidanza non voluta con metodiche meno traumatiche, quale appunto la Ru486; altri no, come il diritto alla fecondazione assistita. Io sono per la soluzione massimalista: le donne al pari dell’uomo, senza mezze misure. Il loro potenziale intellettuale è enorme e sottoutilizzato: siamo sei miliardi sulla Terra, ma le menti impegnate a sfruttarne le ricchezze, mantenendone gli equilibri, sono meno della metà. Ora tocca alle donne, e io non ho dubbi che il futuro sia nelle loro mani. Anche per una ragione biologica. La parità dei ruoli sociali ha portato progressivamente ad una parità sessuale. Nella parità, tuttavia, la donna è avvantaggiata dal punto di vista biologico perché l’attività procreativa è femminile. Già oggi una donna può avere un figlio senza scegliere un padre, basta che si rivolga a una banca per la fecondazione. Invece se un uomo vuole un figlio, ha bisogno di una donna disposta ad accogliere il seme nel suo utero e portare a termine una gravidanza. Se poi in futuro si arrivasse alla clonazione, la superiorità femminile sarà ancora più evidente : la donna può clonare se stessa e l’uomo no. Non è assurdo allora prevedere un futuro prevalentemente al femminile , come già avviene in natura in altre comunità. Natura e cultura ci indicano con coerenza che la donna è la protagonista della prossima era e che non sarà certo fermata dalle difficoltà a procedere, come quelle attuali . Non c’è da temere: le donne non si fermano.

    La Repubblica 10.08.09

  2. La Redazione dice

    Ru486, Fini spacca il Pdl «No a inchieste parlamentari» di SUSANNA TURCO

    La pillola Ru486 divide il centrodestra. Gasparri ne chiede un esame da parte del Parlamento, Fini si mette in rotta di collisione («non vedo che cosa c’entri») e proietta lo scontro in autunno all’interno del Pdl.

    Finora, tra le divampanti polemiche sulla Ru486, Gianfranco Fini se ne era stato in perfetto silenzio. Pesce in barile, lui che da sub si diverte ad andare a stuzzicare le terribili murene e che teorizza essere la paura «solo una questione psicologica»: quindi silente, stavolta, non per caso. Pur chiamato a dire la sua, esplicitamente dal Foglio, sotterraneamente dalle parti della maggioranza che meno amano le sue “laiche” prese di posizione contro i rischi di uno «Stato etico», il presidente della Camera aveva preferito tacere. Il tema della pillola abortiva, con tutte le polemiche seguite al via libera dell’Agenzia italiana del farmaco, e l’annuncio di scomunica a chi ne fa uso da parte del Vaticano, era considerato troppo delicato. E prematura, una presa di posizione.
    Proprio per questo, interpellato dai giornalisti nel corso della visita per l’anniversario della tragedia di Marcinelle, il presidente della Camera preferisce non esprimere la sua posizione personale sulla pillola abortiva, che pure ha. Sceglie però di fare una riflessione che definisce «incontrovertibile», e che tuttavia come un treno si scaglia dritta dritta contro il suo compagno di partito, non solo Pdl ma anche An, Maurizio Gasparri. Provocando un putiferio nella maggioranza. E qualche interrogativo tra i suoi fedelissimi.
    Da venerdì, il presidente dei Senatori chiedeva infatti che della pillola abortiva si occupasse il Parlamento: «Non si può delegare ai tecnici una decisione che attiene al diritto alla vita» era il suo argomento, condiviso da molti esponenti del Pdl. Ma Fini non ci sta: «Trovo bizzarro e originale pretendere che le Camere si pronuncino sull’efficacia di un farmaco. Ognuno ha le sue opinioni, poi ci sono le linee guida del governo, infine c’è la pronuncia dell’Aifa. Non vedo cosa c’entri il Parlamento», dice. A stretto giro, Gasparri conferma l’intenzione, e con lui si schierano il sottosegretario Mantovano e il vicecapogruppo Quagliariello. A sorpresa, invece, l’ex leader di An trova dalla sua parte il presidente dei deputati Pdl Fabrizo Cicchitto: «La regolamentazione riguarda il ministero», spiega. Al pari, il neofiniano Benedetto Della Vedova: «Se qualcuno vuol mettere in discussione la legge che regola l’interruzione di gravidanza, lo faccia apertis verbis».
    sarà battaglia?

    Mentre le polemiche divampano, tuttavia, altri tra gli esponenti più vicini al presidente della Camera invitano a prendere con le molle le sue dichiarazioni. Difficile immaginarsi, dicono, che la pur decisa presa di posizione dell’ex leader di An sia il preannuncio di una battaglia di laicità anche sul tema della pillola abortiva. Non fosse altro perché, preparandosi proprio alla Camera la finiana offensiva d’autunno sul testamento biologico, per cambiare in meglio il testo «ideologico» approvato dal Senato, i fronti diverrebbero troppi. E, avvertono, rischierebbero di causare una rottura traumatica con i vertici della Chiesa, con i quali Fini nonostante le apparenze continua a dialogare. Di certo, colpisce la circostanza che il presidente della Camera, sempre attento a sottolineare i rischi di un Parlamento «esautorato» dalle sue funzioni, sulla Ru486 teorizzi la linea opposta.

    L’Unità 09.08.09

  3. La Redazione dice

    IL DIBATTITO SULLA RU486 / Una pillola da non scomunicare
    di Roberta De Monticelli

    Com’è strano che la decisione a favore della commercializzazione in Italia della pillola abortiva Ru 486 abbia provocato tante manifestazioni di amarezza e riprovazione delle gerarchie della chiesa cattolica italiana, del Vaticano, e di molte associazioni cattoliche. Com’è strano che si sia annunciata la scomunica ai medici che se ne serviranno.

    È strano perché la pillola in questione – lungi dal cambiare qualcosa, in termini giuridici ed etici, alla legge che da 25 anni regola l’interruzione volontaria di gravidanza in Italia – alleggerisce semplicemente l’onere fisico, psicologico ed economico di una scelta comunque dolorosa per una donna. Pietà vorrebbe che la riduzione di una già cospicua sofferenza venisse salutata con amorevole sollievo per il men grave carico delle peccatrici (sto provando a immedesimarmi nella mente dei prelati che sono intervenuti, anche se non è un esercizio agevole) oltre che con paterna riprovazione per il peccato! Questo vorrebbe, credo, la pietà cristiana. La logica poi vorrebbe che, se si vuol cogliere l’occasione di riaprire una polemica, sia direttamente la legge dello stato che già esiste la cosa da attaccare apertamente. Certo, in questo caso bisognerebbe essere assai più chiari. Una legge dello stato, anche in un paese che della legalità fa carta straccia come il nostro, è ancora un po’ diversa da un’opinione facinorosa.

    Continuiamo l’esercizio d’immedesimazione: in pura logica, questo tipo di legge (come ogni norma che regoli una libertà civile) consente alle persone di decidersi per ciò che il cattolico romano considera un omicidio (che poi l’opinione di Tommaso d’Aquino fosse differente, qui non importa) oppure di rifiutarsi a questo atto. Dato che i polemisti odierni insistono sull’aspetto etico, logica vorrebbe che si notasse anche che la responsabilità etica, nel male e anche nel bene, è assai diminuita quando una scelta è obbligata.

    Insomma è più difficile impugnare un diritto civile esistente sulla base di una dottrina ecclesiastica, quando insieme si vuole continuare a rendere verbale omaggio alla laicità dello stato, e questo si capisce. Ma allora onestà vorrebbe che lo si dicesse chiaro: quello che della pillola abortiva non va bene è il fatto che umanizza una condizione dolorosissima. Il fatto che, come sempre la medicina, diminuisce la nostra sofferenza quando è inutile.

    Se una prende una decisione che la sua guida spirituale giudica malvagia, che almeno soffra il più possibile, e soprattutto che sia il più possibile dipendente dal medico (cioè da colui che dovrebbe invece essere semplicemente al servizio del paziente libero, responsabile e informato, quando si tratti di sanità pubblica). Anzi: ben venga la dipendenza e l’onerosità, come forza dissuasiva, e pazienza se la peccatrice non avrà peccato solo per evitare quest’onere. Certo una profonda stima della maturità morale dei cittadini, questa: non facilitate l’aborto, se no le remore morali verranno meno!

    Qualche vescovo ha detto ciò chiaramente? Nemmeno per sogno: su questo punto la nebbia si fa fittissima. Scrive il cardinal Poletto: «La nostra scelta di parlare è nata per contrastare un punto di vista che consideriamo molto pericoloso e sbagliato, quello per cui la pillola renderebbe l’aborto facile e indolore». Ma se non lo rendesse facile e indolore (siamo d’accordo!) – perché opporsi a essa invece che direttamente alla 194?

    C’è un altro argomento che invece sarebbe chiarissimo: troppa libertà. La vicenda di Eluana prima e ora quella della Ru486 «ci fanno vedere – scrive il cardinal Bagnasco – un indirizzo prevalente se non assoluto verso la libertà dell’individuo, una libertà che sembra essere assoluta». Ecco, ma su questo punto le persone che infine scelgono e decidono, secondo quanto finora previsto dalla legge, cioè gli individui adulti e responsabili, in particolare le donne, sono o non sono “troppo” libere? Al dunque, sì e no, insieme.

    Poverette. «Gravissime sono le ricadute psicologiche – recita il documento dell’Ufficio per la pastorale della salute della Diocesi di Torino – perché il medico, quando non sceglie di avvalersi dell’obiezione di coscienza, assume il ruolo di assistente passivo e la donna diventa protagonista dell’atto abortivo che si protrae nel tempo, finché, dopo interminabili ore vissute nell’angoscia e con inevitabili sensi di colpa, è costretta a vedere il figlio espulso, rifiutato come un corpo estraneo». «Costretta»? Ma il problema non era che era troppo libera?

    Tre osservazioni per concludere queste riflessioni. Le prime due riguardano presente e passato. L’ultima il futuro. La prima: stupisce dolorosamente quanto poco nei documenti ecclesiali romani siano passate le parole del Nazareno: «Dite sì sì, no no – il resto è dal demonio». La seconda: altrettanto dolorosamente colpisce il disprezzo di questi prelati per le donne – in verità per tutte le persone adulte – implicito nel disconoscerci vera capacità di scelta, e capacità di assumerci la responsabilità morale delle nostre azioni. E il vilipendio di quella libertà che ha come posta in gioco la decisione per il bene o il male minore o per il male o il male maggiore: eppure non fu il cristianesimo a insegnare per primo all’Occidente che di questa libertà è fatta una persona?
    Il Sole 24 ore 08-08-09

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