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“Quei deputati che scopriranno l’inferno delle carceri”, di Adriano Sofri

L’Unione Europea ha fissato, attraverso un tormentato itinerario legislativo, gli spazi minimi che gli allevatori devono assicurare ai polli da carne e alle galline ovaiole. Può darsi che qualcuno ne sorrida: è umano. Se avesse visto le gabbie o i capannoni in cui i polli sono stipati in 20 e più in un metro quadro, e anchilosati, e avvelenati dall’ammoniaca delle loro deiezioni accumulate, ne avrebbe pena, e avrebbe pena di sé e delle uova e dell’arrosto che mangia. Grazie alla norma dell’Europa, sullo spazio di un foglio protocollo conducono la loro esistenza tre galline. Non è facile da figurarsi, dite? Infatti. Poco fa la Corte europea per i diritti di Strasburgo ha stabilito che anche gli animali umani in gabbia –nel caso, un detenuto rom bosniaco, Izet Sulejmanovic- debbano avere un proprio spazio minimo, senza di che chi li reclude è colpevole di trattamenti inumani e degradanti: lo Stato italiano è stato condannato a risarcire il detenuto con la cifra di mille euro. Simbolica, ma neanche tanto. La Corte europea ritiene che un essere umano detenuto debba disporre di sette metri quadri: non c’è un solo detenuto comune in Italia che goda di una simile vastità. Nelle galere italiane oggi la densità per capo –diciamo così, vale per ogni bestiame- è spesso di un metro e mezzo: il mistero fisico si risolve grazie alle cataste verticali di corpi, brande a castello dal pavimento al soffitto. In piedi, si sta a turno. I quasi 70 mila detenuti italiani trattati in modo disumano e degradante (e non è uno snobismo europeo: un autorevole giudice milanese ha detto che la detenzione a San Vittore –sei in 9 metri quadri- è tecnicamente una “tortura”, e lo stesso dicono suoi colleghi un po’ ovunque) costerebbero “simbolicamente” in contravvenzioni 70 milioni di euro. Bazzecole, certo.
Fra domani, sabato e domenica quasi duecento parlamentari e consiglieri regionali, istigati dalla instancabile Rita Bernardini e dai radicali, visiteranno altrettante prigioni. Eserciteranno un potere ispettivo che solo pochi fra loro compiono abitualmente. Confido che, qualunque motivazione li abbia spinti al piccolo sacrificio ferragostano, passino per le galere come un bambino passerebbe per un allevamento intensivo di polli, e ne escano turbati. Per quante mani d’intonaco e di cipria siano state date alla vigilia, troveranno un paesaggio umano che li disgusterà, li farà vergognare e li commuoverà. Vecchi materassi stesi in terra, ferri roventi, rubinetti asciutti, pareti di doccia incrostate di unto e di sporco, uomini ammassati alla rinfusa e a volte solidali, spesso estranei e insofferenti gli uni degli altri, diversi per età, per nazione, per attese, per malattie. (Ai polli si mettono degli occhialini perché non perdano tempo a beccarsi fra loro). Troveranno uomini accasciati nei loro letti, che volteranno la testa contro il muro per non vederli e non farsi vedere, e altri uomini che andranno loro incontro per dire loro una storia, troppe storie in una volta. Troveranno giacigli di fortuna (di fortuna!) allestiti in terra nello spazio fra due brande d’infermeria, o nelle camerette di sicurezza senza finestre e senza niente, fatte per le attese brevi, e mutate in celle, con qualche giornale a far da cesso comune. Troveranno gente che piange, e anche gente che ride: perché gli animali umani sono sorprendenti, e i visitatori potranno specchiarcisi. Non molti anni fa i parlamentari andavano in galera, o erano lì lì per andarci, non da visitatori. Durò poco, e fecero presto a dimenticarsene. Sarebbe bello che se ne ricordassero, domani e dopo. E quando votano leggi che suonano alto, e all’altro capo sputano quell’ammucchiata di corpi da magazzino, corpi a perdere. Quasi trentamila persone –persone- in un anno entrano ed escono dalla galera per un periodo inferiore a tre giorni. Che impresa, eh? 63.800 detenuti per una capienza effettiva, come denunciano i sindacati di polizia penitenziaria, di 39 mila 813. E’ superata di alcune migliaia perfino la “capienza teorica”: quella della metropolitana nelle ore di punta, per intenderci, quando i buttafuori smettono di spingere dentro la gente. In California, la Corte suprema ha imposto di buttare fuori dal carcere un quarto dei detenuti. Da noi si buttano dentro a palate, anche col tutto esaurito.
Nei reparti giudiziari, dove stanno gli imputati, in gran maggioranza ormai stranieri,i visitatori usino l’estate e l’ostensione dei corpi svestiti, per contare i tagli freschi e le cicatrici che i presunti innocenti hanno addosso. Scherzino coi bambini delle madri detenute, chiedano loro: “Come ti chiami?” Sarà bello. Ascoltino un po’ di racconti di botte date e prese, di ammazzamenti suicidi e morti. Cento morti in sei mesi, 35 suicidi. E dei “suicidi” senza verità. Ci sono decine di famiglie, in Italia e fuori, cui è stato detto che un loro caro si è ammazzato, e non riescono a crederci. E anche quando i loro sospetti non fossero fondati, resta che il carcere uccide. “Un detenuto a Rovereto si uccide a poche ore dall’arresto per futili infrazioni. La famiglia dubita. Che cosa è successo a Stefano Frapporti?” “Sarà l’autopsia a chiarire la causa della morte di Salah Ben Moamed, tunisino di 28 anni, trovato ieri mattina senza vita… “, e di tanti altri come lui. Autopsie non chiariscono. La madre di Marcello Lonzi, 29 anni, non ha mai creduto alla morte naturale di suo figlio in una cella di Livorno, nel 2003, con 4 mesi da scontare. La madre di Niki Aprile Gatti, 26 anni, sanmarinese, arrestato per truffa, incensurato, non può credere al suicidio di suo figlio nel carcere di Sollicciano, in cui era arrivato da cinque giorni, un anno fa. Il cappellano di Rebibbia ha invitato anche il Papa: “Venga –gli ha scritto- qui si muore”. L’elenco è troppo lungo. Ma le possibilità di informarsi su quello che avviene oltre il muro si sono enormemente arricchite. All’attività di associazioni come Antigone, a Radio Carcere, alla pubblicazione di libri schietti come “Diritti e castighi”, di Lucia Castellano, direttrice del carcere di Bollate (con la giornalista Donatella Di Stasio) si è aggiunta una fonte preziosa come il notiziario quotidiano in rete di “Ristretti orizzonti”.
Spero che faccia un caldo record, a ferragosto, durante la visita ispettiva più imponente della storia d’Italia. “I disagi che la stagione estiva e le alte temperature producono all’interno delle sezioni detentive possono causare un aumento del rischio di atti autolesionistici e/o autosoppressivi”. Lo ha scritto il ministero, che a volte dice cose sensate, benché in un linguaggio che Dio lo perdoni, e benché senza alcuna conseguenza pratica. L’associazione dei Veterinari lo dice meglio: “Se la densità è molto elevata, durante i mesi estivi si rischia anche il surriscaldamento ed un elevato numero di polli può perdere la vita per stress da caldo”. Si ammucchia gente in galera, fatalisticamente, come si fa con le altre discariche: e se arriverà il disastro, qualcuno provvederà. Magari è proprio quello che si vuole. Nei giorni scorsi proteste e mezze rivolte sono avvenute in una quantità di carceri, ma non ne avete sentito parlare. Cose riservate, segreti di topi.
“La sindrome della morte improvvisa è una delle principali cause di decesso dei polli in Europa. I sintomi sono improvviso e vigoroso sbattere d’ali, contrazioni muscolari, perdita dell’equilibrio, accompagnati spesso da vocalizzazione; quindi il volatile cade di schianto e muore”.
La Repubblica 14.08.09

3 Commenti

  1. noiuta dice

    POSSONO DIRE QUELLO CHE VOLGIONO MA BISOGNA CHE LA MAGISTRATURA DI SORVEGLIANZA INIZI A DARE LE PENE AALTERNAATIVE CERTO DOPO AVER VALUTATO I COMPORTAMENTI DEL DETENUTO E IL TRATTAMENTO CHE EGLI HA RICEVUTO IO PARLO PERHE’ HO PROVATO COSA VOGLIA DIRE IL CARCERE IN TEMPI RECENTI SAPETE IL TRATTAMENTO IN COSA CONSISTE NON FARE UNA BEATA MAZZA TUTTO IL GIORNO PERCHE’ SU 250 DETENTUTI DOVE ERO L’ EDUCATRICE ERA UNA SOLA E MENO MALE CHE AVEVA COSCENZA E SI PRODIGAVA IN MILLE MODI PER FARE BENE IL SUO LAVORO UNA VOLTA MI DISSE CHE ERA DEMORALIZZATA PERCHE’ TUTTO CIO’ CHE CERCAVA DI FARE ERA RESO NULLO DALL’ ENORME QUANTITA’ DI LAVORO CHE DOVEVA SVOLGERE E CHE DI CONSEGUENZA GLI FACEVA PERDERE IL CONATTO CON LA PERSONA RECLUSA .
    CAPITE COSA V OGLIO DIRE!!!!!!!!

    CORDIALMENTE BY NOIUTA AL VOCE DEGLI INVISIBILI . . . . .

  2. La Redazione dice

    Sovraffollamento drammatico nelle celle del penitenziario napoletano. Capienza sforata di oltre mille unità “E a settembre sarà peggio”. Record di suicidi e celle saune. Viaggio nei “gironi” di Poggioreale, di CONCHITA SANNINO

    Impregnano di acqua il telo meno liso che hanno in cella, poi si arrampicano al muro, lo sistemano tra le sbarre per soffocarne l’alito rovente. E strappano quindici minuti di tregua dall’afa. Lo fanno per sentirsi in piedi. Per non cadere nella spirale delle crisi d’ansia o dei continui ricoveri e ritorni dalle infermerie. Quando va bene.

    C’è un nuovo turno nei padiglioni di alcuni penitenziari campani: l’asciugamanista. Si sopravvive anche così nelle carceri del disonore. Padiglioni che esplodono di letti a castello. Stanze per quattro detenuti che ne ospitano fino a undici, come nell’istituto “monstre” di Poggioreale o nella Casa femminile di Pozzuoli. Cameroni con un solo water per otto persone, e neanche una doccia, e i teli continuamente imbevuti d’acqua, come nell’inferno di Fuorni, Salerno. Una prova che per i più fragili o instabili si chiude con la morte, più o meno volontaria.

    Sui 30 suicidi di detenuti registrati in Italia nei sette mesi del 2009, 5 sono avvenuti in Campania. “Qui il sovraffollamento tocca punte massime”, spiega Dario Dell’Aquila, dell’associazione Antigone. Nei nostri istituti ci sono complessivamente oltre 7.250 persone a dispetto dei 5.300 posti. E per ogni detenuto che muore, ve ne sono almeno sei a settimana che si feriscono per protesta, o denunciano crisi di panico, patologie”. È il malessere che la burocrazia archivia come “eventi critici”, senza fornirne i dati.

    Lo sforamento più clamoroso abita ancora a Poggiorale: oltre 2300 i presenti, ieri, contro i 1.385 della “capienza regolamentare”. Ma la nuova impennata tornerà a settembre. Dalle 7 del mattino, code chilometriche di familiari in attesa assediano gli ingressi, per accedere ai colloqui. Don Tullio Mengon, il cappellano, l’ha denunciato spesso: “Sono scene da terzo mondo”. Il direttore di Poggioreale, Cosimo Giordano, (responsabile del penitenziario toscano di Porto Azzurro, nei giorni drammatici della rivolta dei detenuti, 25 agosto 1987) non lo nasconde. “Direi anche quarto mondo. Eppure, sono fiducioso.

    Al Ministero sono stati approvati progetti importanti di ristrutturazione, e sembra ci siano anche i fondi”.
    Dentro, per ora, restano rabbia, disperazione. “Detenuti di ogni età, anche i più diligenti, sollevano gli occhi e ti chiedono spazio, aria”, racconta suor Lidia Schettini, da 32 anni volontaria nel borbonico penitenziario. “Sono molto preoccupata. Con i miei 70 anni, vengo quasi ogni giorno in queste celle, mi illudo che anche una bottiglia d’acqua, o un accappatoio o un paio di scarpe mitighi la sofferenza.

    Al padiglione Milano, poco fa, un ragazzo albanese era raggomitolato su se stesso. Il medico lo aveva appena visitato, aveva la pressione massima a 90, “non ho la forza di parlare”, mi ha detto”. Stamane a Poggioreale entreranno per una visita i radicali Marco Pannella e Rita Bernardini. Ieri è toccato all’assessore regionale Alfonsina De Felice e a Samuele Ciambriello visitare i penitenziari di Fuorni e di Pozzuoli.

    A chi varca quei portoni, accompagnato dagli instancabili volontari, i detenuti ripetono la stessa parola: “Spazio”. Sette metri quadri, imporrebbe la Corte europea. Riflette l’assessore De Felice: “A Fuorni ho visto situazioni preoccupanti. Celle con undici persone e un water accanto a un tavolo.

    Gli asciugamani usati come tapparelle. Neanche una doccia. E dei detenuti colpisce la lucidità. Nessuno di loro parla bene dell’indulto, sanno che è stato inutile. Quello che vogliono è scontare la pena in luoghi che non calpestino la loro dignità. Anche se alcuni denunciano una scarsa applicazione della legge Gozzini. Oggi ho scoperto che una donna anziana è appena rientrata a Pozzuoli per scontare un reato che risale al 1993. Anche questo è uno scandalo”. Proprio a Pozzuoli, conferma la direttrice Stella Scialpi, “stiamo lavorando ai livelli minimi di sicurezza.

    Abbiamo solo cento agenti, divisi in quattro turni, per 160 detenute. A mio rischio e pericolo, prolungo gli orari e concedo straordinari, che Roma ci impone di tagliare. Eppure lo stesso Ministero suggerisce più elasticità nelle telefonate, nei colloqui, nell’assistenza psicologica, dimenticando che anche gli psicologi li hanno tagliati”.

    Pur nel dramma di oggi, si continua a coltivare la speranza. A Pozzuoli partirà entro sei mesi, grazie ai 200mila euro della Regione e alla determinazione della sua direttrice, Stella Scialpi, un progetto di micro-azienda interna, “Il chicco”, la torrefazione del caffè affidato alle detenute e legato al commercio solidale.
    La Repubblica 15.08.09

  3. noiuta dice

    che ddire leggendo questo articolo e’ vero e’ vero e loripeto ancora e’ vero!!!!!!
    in carcere si muore come se si fosse in guerra a differnza che non conosci il tuo nemico si muore per cazzate si muore per indifferenza si muore anche ingiustmente non solo nel fisico ma anche nella mente le carceri in italia sono dei luoghi di morte uno sitematico sterminio che solo negl’ 8 mesi del 2009 sono morte 100 persone e negl’ ultimi 20 anni ne sono morte 1368 morti in maniera poco chiara e troppo spesso senza una risposta e poi abbiamo ” l’ amicop” ionta capo del dap vera capra in materia che e’ incapace tante che lo ammettono le stesse rappresentanze sindacali della polizia penitenziaria la quale soffre in maniera cronica il sotto costante pressione per mancanza di agenti e anche tra le loro fila i morti sono sempre piu’ in aumento a causa di una situazione che ormai e’ diventatta esplosiva e a breve incontrollabile vi rendete conto che non ci sono soldi per pagare gli strordinari per comprare il cibo per fare manutenzione alle strutture .
    inoltre fatto gravissimo che circa 15.000 persone sono in carcere senza essere ancora state processate e nel 48% dei casi vebgono assolte e i cari pm tragedia italiana vere persone disturbate mentalmente continuano a fare casini a tutto andare senza che nessuno dica a loro qualcosa io vi dico capre!!!!!!!!
    by noiuta la voce degli invisibili……………

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