economia

“Il pericolo delle illusioni”, di Mario Deaglio

La Borsa sale del 2-3 per cento? Evviva, la crisi è finita! La Borsa scende del 2-3 per cento? Orrore, la crisi continua! Le (abbastanza normali) convulsioni agostane dei mercati finanziari sono state semplicisticamente adottate da numerosi analisti e mezzi di informazione di molti Paesi avanzati quale unico, o largamente prevalente, indicatore di un fenomeno molto complesso, con risvolti che vanno al di là dell’economia, com’è, appunto, la crisi che stiamo vivendo.

All’ansia di trovare nell’andamento di Borsa un unico, facile «termometro», si accompagna la tendenza a leggerlo in maniera semplicistica e distorta pur di ottenere il sospirato responso di esserci liberati della crisi. In realtà, i «termometri» dovrebbero essere molti e se si guarda all’economia reale si trovano, per ora, segnali piuttosto contrastanti rispetto agli incrementi dei listini degli ultimi giorni.

Nell’esame delle Borse si rischia poi di cadere in quella che potrebbe essere definita l’«illusione aritmetica»: immaginiamo che, prima della crisi, un indice di Borsa valga 100 e poi perda il cinquanta per cento del suo valore, precipitando a quota 50. Immaginiamo poi che, a questo punto, risalga del 50 per cento raggiungendo quota 75. Il tripudio sarà generale ma solo parzialmente giustificato perché il nostro indice è ancora inferiore del 25 per cento al valore precedente la crisi. La stessa «illusione aritmetica» traspare da numerosi commenti su produzione industriale, prodotto lordo e moltissimi altri indicatori economici. Essa rischia di portarci a stappare la bottiglia molto prima del tempo. In realtà potremo farlo solo quando non solo ci saranno stabili aumenti sui periodi immediatamente precedenti (variazioni congiunturali positive) ma anche aumenti rispetto ai livello pre-crisi (variazioni tendenziali positive).

Se ci liberiamo dall’«illusione aritmetica» dobbiamo constatare che, almeno per quanto riguarda l’economia reale, non solo non siamo ancora usciti dalla crisi ma che non abbiamo ancora neppure cominciato a uscirne. E solo quando disporremo dei dati di settembre-ottobre potremo capire se questo processo di uscita è stato davvero avviato. Per ora i dati americani sono incerti, con qualche accenno positivo e uno sforzo di vedere una luce in fondo al tunnel, manifestata nel discorso di ieri del governatore Bernanke, che deve ancora essere pienamente confermata dai fatti; quelli francesi e tedeschi (molto) debolmente positivi; quelli giapponesi assai dubbi (il Paese ha avuto sei o sette «false partenze» negli ultimi quindici anni); quelli cinesi enigmatici anche per le notizie di un crescente disagio sociale.

E l’Italia? Occorre dire tranquillamente una verità scomoda: non è vero che, dal punto di vista esclusivamente produttivo, il Bel Paese stia sopportando meglio degli altri i colpi della crisi. Le cadute degli indici italiani di produzione sono tra le più marcate di tutti i paesi avanzati e l’Italia si salva grazie alla sua flessibilità sociale, alle varie reti di solidarietà, a cominciare da quella famigliare, e probabilmente anche perché una parte della produzione ufficialmente perduta viene in realtà «sommersa»: quando gli affari non vanno bene, un gran numero di piccole e piccolissime imprese sono tentate di farsi pagare parzialmente in nero e di pagare parzialmente in nero i propri dipendenti. La perdita ufficiale di produzione è così superiore alla realtà, ma non c’è da rallegrarsene: queste distorsioni salvano l’Italia dalle sofferenze più evidenti ma ne impediscono o rallentano la crescita. Lo dimostra il fatto che sono circa quindici anni che l’Italia si limita a galleggiare e viene lasciata indietro dagli altri paesi avanzati.

Le conclusioni che se ne possono trarre sono che non si esce da questa crisi con poche giornate di (dubbio) sole in Borsa e che tali giornate devono essere confermate da qualche mese di sereno nei tradizionali comparti produttivi; che le analisi devono essere meno immediate e più complete; e che in ogni caso il raggiungimento dei livelli pre-crisi non sarà rapido. Se, come appare da numerose analisi di settore, in molti Paesi, tra cui l’Italia, la risalita dei consumi comincerà solo nel 2010, tale raggiungimento non può essere previsto nello stesso 2010 ma deve essere spostato al 2011 o forse a un anno successivo. In queste condizioni diventa ogni giorno più illusorio pensare che tutto possa tornare «come prima». Necessariamente cambieranno sia le strutture produttive sia la distribuzione dei redditi e dovranno essere rivisti meccanismi fiscali e ombrelli sociali: che lo vogliamo o no, la crisi è un importante laboratorio economico-sociale, forse anche politico. Alla vigilia di un rientro dalle ferie che – come ha ricordato recentemente, tra gli altri, la presidente di Confindustria – si preannuncia difficile e problematico, occorre trovare l’energia di progettare il dopo-crisi invece di limitarsi a subirlo.
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da La Stampa

1 Commento

  1. Dall’Unità

    “Per la Federal Reserve la recessione sta finendo. Trichet: «La strada è lunga»”, di BIANCA DI GIOVANNI
    «Le prospettive per un ritorno alla crescita nel breve termine appaiono buone». Ben Bernanke, il numero uno della Fed (la banca centrale Usa) vede rosa e trascina al rialzo le Borse mondiali. Ma dal Conclave di Jackson Hole, dove si sono riuniti i banchieri centrali di tutto il mondo, trapela anche molta cautela. Sul fronte della crisi, «non si può dire che il peggio è passato» osserva Axel Weber della Bundesbank, né si può «parlare di ritorno alla normalità», aggiunge Jean-Claude Trichet, numero uno della Bce. Insomma, anche se l’economia globale appare sulla via della ripresa, tanto che l’Ocse si dice pronta a rivedere al rialzo le stime di crescita, i problemi non sono certo finiti.
    Ripresa lenta
    È lo stesso Bernanke ad ammetterlo. All’inizio infatti la ripresa «sarà lenta» e «grandi sfide restano all’orizzonte», spiega il banchiere centrale. La più immediata riguarda l’occupazione: secondo Bernanke il calo della disoccupazione, rispetto a livelli molto elevati, sarà solo «graduale». . Negli Usa il tasso di disoccupazione si è attestato in luglio al 9,4%, con alcuni stati, come la California, saldamente al di sopra del 10%. Resistono ancora forti tensioni sui mercati. Tanto che famiglie e imprese incontrano ancora parecchie difficoltà nell’accedere al credito. Certo, il peggio è sventato secondo il banchiere americano. «Da quando ci siamo visti qui l’anno scorso (Jackson Hole è tradizionale sede del simposio economico-finanziario) – ha detto – il mondo è passato attraverso la peggiore crisi finanziaria dalla grande depressione»L’aggressiva risposta alla crisi decisa dalle autorità di tutto il mondo ha aiutato ad allentare la recessione e a stabilizzare i mercati finanziari: senza questi interventi – ha aggiunto il presidente della Fed – la crisi sarebbe stata anche peggiore. «Non possiamo sapere di sicuro quali sarebbero stati gli effetti, ma sappiamo che gli effetti visti ci suggeriscono che la recessione globale sarebbe stata straordinariamente più profonda e prolungata». Evocando il «panico» osservato fra settembre e ottobre 2008, Bernanke ha invitato a proseguire sulla strada della riforma del sistema finanziario, in particolare nella gestione del rischio di liquidità seguendo le raccomandazioni del comitato di Basilea.
    Non tutto è alle spalle
    Ma non tutti seguono il cauto ottimismo del presidente della Fed. Trichet, ad esempio, confessa di «non essere a proprio agio» con valutazioni che sono andate da «qualche germoglio di ripresa» a «tutto è tornato alla normalità». Le banche centrali, ha detto il presidente Bce, hanno ancora un enorme lavoro davanti a sé. Quanto al capo della Bundesbank, ha spiegato che la Bundesbank potrebbe rivedere leggermente al rialzo le stime per la crescita del 2010, aggiungendo tuttavia di non essere troppo ottimista per il lungo termine. Il numero uno dell’istituto centrale tedesco ha evidenziato inoltre che è ancora presto per sospendere le politiche di supporto all’economia.

    «Anche con la ripresa i disoccupati aumenteranno», di B. Di G.
    Intervista a Pier Carlo Padoan. Il Pil riprenderà a salire quando ripartirà il commercio internazionale. Ma resterà debole Rimane l’incognita sulla crescita della Cina.
    L’Italia e la crisi. Da mesi gli organismi internazionali analizzano i dati sul grande choc finanziario e i suoi effetti sulle economie nazionali. L’Ocse è uno di questi. L’ultimo rapporto sul nostro Paese risale a un paio di mesi fa. Molte le ombre, ma anche qualche luce. Per esempio la possibilità di uscire dal tunnel grazie a un sistema bancario più al riparo degli altri dal grande tsunami dei subprime. Banche solide, risparmio prudente: questa la ricetta italiana vista da Parigi. Ma nonostante tutto, resta la sofferenza, inevitabile con una ricchezza in forte contrazione. Ne abbiamo parlato con Pier Carlo Padoan, economista ed esperto di politiche economiche internazionali, oggi vicesegretario generale dell’organizzazione di Parigi.
    A che punto è con la crisi l’Italia?
    «L’Italia ha sofferto una caduta del reddito considerevole (cosa confermata anche dai dati Istat), così come altri Paesi in Europa, per esempio la Germania. È stato un riflesso della forte caduta del commercio internazionale, quindi la forte caduta delle esportazioni da cui la crescita italiana dipende molto. Insomma, è stata una conseguenza diretta della crisi internazionale. Il che significa che, quando il commercio internazionale smetterà di cadere anche l’Italia subirà un effetto positivo».
    Si tratta solo di fattori esogeni? E quelli interni?
    «Questo è l’effetto della recessione globale. Detto questo, l’Italia si colloca in questo contesto con un tasso di crescita potenziale (o di lungo periodo) già di per sé basso. È un elemento noto già prima della recessione e che si manterrà anche dopo che la crisi sarà finita se non cambia nulla. Purtroppo allo stato dei fatti non vediamo sostanziali miglioramenti della condizione di fondo dell’Italia».
    È un caso solo italiano?
    «Purtroppo no: ci sarà un problema di crescita strutturale per molti Paesi nel futuro. È un dato su cui si riflette ancora troppo poco. Questo vale anche per gli Stati Uniti. Nel caso della Cina, è più difficile fare delle valutazioni perché adesso vediamo che la Cina cresce in misura abbastanza sostenuta grazie agli investimenti pubblici. Si tratta di capire se la Cina riuscirà a sostituire in parte le esportazioni con la domanda interna».
    Che effetti avrà la bassa crescita?
    «Quando si cresce poco tutti i problemi sono più gravi. C’è minore occupazione, e quindi minor reddito delle famiglie. Vuol dire che il debito, già molto pesante in Italia, peserà ancora di più. Sarebbe bene poter aumentare la crescita: e questo ci riporta alle condizioni di bassa crescita in Italia».
    L’Ocse considera l’Italia uno dei Paesi più prossimi all’uscita dalla crisi. Perché?
    «Finora non c´è stato un effetto di crisi finanziaria paragonabile a quella di altri Paesi. Ma l’indicatore Ocse suggerisce che anche altri paesi come Francia e Germania stanno uscendo dalla recessione In ogni caso siamo preoccupati per l´Italia, come per tutti i Paesi dell´area Ocse, del fatto che gli effetti negativi della crisi sulla disoccupazione si debbano ancora manifestare in pieno»
    Per quanto tempo si protrarranno gli effetti sull’occupazione?
    «L’esperienza storica dimostra che, quando ci sono delle recessioni, anche se il reddito riprende a crescere, la disoccupazione continua ad aumentare. È un dato costante. Per questo ci aspettiamo un aumento della disoccupazione l’anno prossimo».
    C’è un’analisi Ocse sulle differenze territoriali tra Nord e Sud?
    «Nell’ultimo rapporto non se ne parla. Ma l’Ocse regolarmente pubblica analisi regionali. Emerge un dato che non è sicuramente nuovo, cioè che in alcune regioni del nord la performance economica è molto buona in base a standard internazionali. C’è una crescita elevata, una bassa disoccupazione, un elevato tasso di crescita della produttività. Invece le regioni meridionali, salvo eccezioni che sono più locali che regionali, hanno un andamento esattamente simmetrico. Tutto ciò genera la media italiana».
    Anche i dati sull’istruzione non sono rassicuranti.
    «Nell’ultimo rapporto Ocse c’è un capitolo dedicato proprio al sistema educativo italiano. Esistono ampi margini di crescita. Quello che possiamo dire è che nei Paesi dove l’istruzione funziona meglio, c’è una migliore performance di innovazione e di produttività. È un dato robusto e chiaro: confermato in tutte le analisi. Dunque, la scuola risulta un fattore economico fondamentale: il capitale umano è il più importante fattore di crescita della produttività dell’economia. Difatti, anche senza un’analisi approfondita, è ragionevole ritenere che l’efficienza del sistema sia diversificato nelle diverse aree del Paese».
    Come dovrebbe migliorare la scuola?
    «Il sistema dovrebbe essere più efficiente, legato a incentivi e a un’allocazione delle risorse basata sulla produttività della ricerca».
    Pier Carlo Padoan – Professore ordinario presso la Facolta di Economia dell’Università La Sapienza di Roma. Dal 1998 al 2001 è stato consigliere del Presidente del Consiglio per le politiche economiche internazionali. Ha insegnato al Collegio di Europa di Bruges. È Vice Segretario Generale dell’Ocse.

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