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Anna Maria Artoni, presidente degli industriali dell´Emilia Romagna: “Chiudono molte piccole imprese ora più fondi alle infrastrutture”, di Roberto Mania

«Lo scenario è preoccupante – dice Anna Maria Artoni, presidente degli industriali dell´Emilia Romagna -. Molte piccole aziende rischiano di non avere i soldi necessari per riprendere l´attività a settembre».
Eppure anche il presidente della Banca centrale americana, Ben Bernanke, ha espresso un moderato ottimismo sulla fine della crisi. Lei non condivide questa analisi?
«È vero che ci sono segnali positivi in Francia, in Germania e negli stessi Stati Uniti, ma non si può ancora dire altrettanto per l´Italia. Noi siamo entrati in ritardo in questa crisi, ne usciremo dopo e anche a una velocità più bassa rispetto agli altri. Eravamo quelli che crescevano di meno nella fase pre-crisi e la possibilità di trovarci con gli stessi difetti è molto alta».
Non crede invece, come sostiene il presidente Berlusconi, che usciremo “più forti” dalla recessione proprio grazie al nostro modello di capitalismo?
«È vero che il nostro “provincialismo” da questo punto di vista ci ha salvati e ci ha fatto soffrire meno. Ma con un crollo dei fatturati, alcuni nell´ordine del 40, 50 per cento, sarà molto difficile che ce la facciano tutte le imprese. C´è il rischio di non avere le risorse finanziare necessarie per riprendere a settembre quando il fatturato da scontare sarà ai livelli di agosto, cioè basso, e le uscite per pagare i fornitori ai livelli di maggio-giugno. In queste condizioni sarà molto difficile ottenere il credito dalle banche, al di là del pur positivo accordo con l´Abi sulla moratoria sui prestiti».
Allora ha ragione la Cgil quando lancia l´allarme occupazione e ipotizza un taglio di un milione di posti di lavoro?
«Sinceramente non lo so. Certo – e lo dico con orgoglio – gli imprenditori italiani hanno reagito meglio che in altri paesi dove i licenziamenti sono stati molto più consistenti. Vanno riconosciuti il comportamento serio dei sindacati e gli sforzi compiuti dal governo per finanziare gli ammortizzatori sociali. Ma questo non basta più. Insieme alle misure per tamponare l´emergenza, bisogna recuperare il gap che già ci divideva dalle altre economie perché non possiamo candidarci a restare il fanalino di coda».
Cosa propone?
«L´unica cosa da fare è riavviare in maniera massiccia gli investimenti pubblici in utili opere infrastrutturali, visto che ora pare che ci siano i soldi, da quelli del Cipe a quelli del Fondo europeo. Tremonti, in continuità con il suo predecessore, ha saputo evitare che il debito pubblico straripasse. È stato fatto un buon lavoro che ora ci permette di aprire una nuova fase di investimenti».
E le imprese? Non spetta anche a loro investire?
«Certo. Ma in questo momento le risorse stanno nel pubblico. Poi, va da sé, sopravviveranno alla crisi solo le aziende che sapranno investire in innovazione e in qualità. I consumatori saranno sempre più esigenti ma anche poco inclini a spendere troppo».
Resta comunque una domanda interna asfittica per il boom della cassa integrazione ma anche perché da decenni le retribuzioni italiane sono tra le più basse in Europa. I salari andrebbero agganciati al costo della vita territoriale, come propone la Lega?
«No. Le retribuzioni vanno collegate all´andamento delle singole aziende che è diverso anche nello stesso territorio. D´altra parte è questo l´obiettivo principale della riforma dei contratti».
Il “modello Innse” con gli operai che salvano la loro azienda attuando una protesta clamorosa potrebbe essere imitata?
«Affrontare in maniera pragmatica e non ideologica le crisi aziendali è il modo migliore per contenerne gli effetti sociali. In generale, però, è il mercato che crea le opportunità imprenditoriali».
La Repubblica 23.08.09

1 Commento

  1. La Redazione dice

    “Piccole imprese del centro-nord, ecco l’Italia a rischio chiusura”, di Roberto Mania

    Operai delle piccole fabbrichette dei distretti industriali del centro-nord: sono loro i lavoratori più a rischio, a quarant’anni dall’autunno caldo. Sono le loro imprese che potrebbero non riaprire i cancelli a settembre, perché senza più ordini e senza più risorse finanziarie. La crisi ha già soppresso 200 mila posti di lavoro. L,’ha fatto soprattutto nell’industria e tra le qualifiche professionali più basse. L’ha fatto nel “made in ltaly”, dalla moda all’arredamento, senza risparmiare nessuno. E l’occupazione continuerà a scendere perché prima di vedere qualche segnale positivo bisognerà aspettare che il Pii cresca almeno dell’1 per cento, Non nel 2009, dunque, né nel 2010. Per quanto qualche segnale di ripresa si registri anche in Italia. Per esempio nei trasporti, stando all’ultima indagine congiunturale della Federtrasporto: rallenta il calo dei viaggiatori nel settore degli aerei (dal -15 per cento di gennaio al -4 di maggio), in quello autostradale e in quello navale (+2,8); ma si conferma la discesa del trasporto ferroviario (-1,5 per cento nel primo trimestre del 2009 dopo il -2,8 per cento del 2008).
    La mappa della crisi coincide con quella dell’industria italiana. Solo nella ricca provincia bergamasca sono quasi 6.000 i posti a rischio. Il dato emerge dal Rapporto Excelsior (Unioncamere-ministero del Lavoro) secondo cui l’occupazione scenderà di quasi il 2 per cento a fine anno. In Lombardia sono già stati 31mila i licenziati e il ricorso alla cassa integrazione è aumentato del 425 per cento in un anno.
    Nel Veneto dei capannoni infiniti sono decine e decine le piccole imprese che potrebbero chiudere in autunno. I sindacati restano in apnea, mentre sono già scoppiate la crisi della Ideal Standard (sanitari) di Trichiana (Belluno) con 250 esuberi, e della Safilo (occhiali) con 500 posti a rischio. Poi la Carraro di Campodarsego (650 in cig), il Liniflcio cotonificio nazionale di Marzotto a Portogruaro (250 in contratto di solidarietà da due anni), e la compagnia aerea Myair di Torri di Quartesolo (Vicenza) a un passo dal fallimento con 250 dipendenti.
    Nell’industria degli elettrodomestici ci sono 40 mila posti a rischio su un totale di 200 mila addetti. Nei primi sei mesi dell’anno la produzione è crollata del 30 per cento. La Antonio Merloni di Fabriano e Nocera Umbra (3.000 dipendenti in tutto) è in amministrazione controllata da ottobre e non pare che ci sia un acquirente. La Manuli Rubber di Ascoli Piceno ha annunciato la chiusura e messo in mobilità 375 lavoratori. E potrebbero non riaprire anche 140 aziende della subfornitura dell’abbigliamento e del distretto calzaturiero del fermano: fornivano la ltierre di Isernia che è stata messa in amministrazione straordinaria. Nelle Marche, la regione di un’impresa ogni nove abitanti, la cassa integrazione è aumentata quasi del 90 per cento, Prato è da anni in affanno. I piccoli imprenditori controterzisti si sono auto-organizzati anche per evitare lo sfratto della Roccatura di Russotto (produzione di rocche di filato), simbolo ormai del declino del distretto: domani si sono dati appuntamento per impedire pacificamente l’ingresso in azienda dell’ufficiale giudiziario. Sempre in Toscana sono destinati a non tornare al lavoro 140 dipendenti della Radicifil di Pistoia (filati per calzetteria).Con la Bertone finita nell’orbita della Fiat diventa molto incerto il futuro della ex Delphi nel livornese, che l’imprenditore Gian Mario Rossignolo pensava di rilanciare aggiudicandosi il prestigioso marchio piemontese. E poi il Mezzogiorno, con gli stabilimenti Fiat (Termini Imerese e Pomigliano d’Arco) dal futuro incerto; con il distretto del salotto in progressiva decadenza (1.500 in cig) e il siderurgico di Taranto bloccato dalla crisi dell’acciaio (6.500 in cig); con i 10mila posti in bilico in Sardegna (7.000 al Petrolchimico di Porto Torres, compreso l’indotto); e anche con i seimila pescatori siciliani che potrebbero non avere più un lavoro.

    La Repubblica, 24 agosto 2009

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