pari opportunità | diritti

“Il nuovo discrimine”, di Luigi Manconi

La morte dei 73 eritrei ha evidenziato crudelmente una questione non nuova, ma che faticava a manifestarsi. Il tema dell’immigrazione costituisce una frattura profonda per le società contemporanee. Dunque, questa vicenda sembra poter rappresentare un punto di svolta. Sia chiaro: contrariamente a quanto si sente ripetere, l’immigrazione non è questione di solidarietà- i buoni sentimenti contrapposti al truce cattivismo della Lega -, bensì di economia e demografia, diritti e doveri, politiche pubbliche e strategie di inclusione, welfare universalistico e integrazione. Insomma, non è un problema di «generosità verso gli ultimi», bensì un fattore essenziale dei moderni sistemi di cittadinanza e un test cruciale per la qualità delle democrazie contemporanee.
Certo, è buona cosa che la Chiesa cattolica si sia mossa, e con tanta forza, in questa circostanza, ma è un errore pensare che la tutela dei diritti irrinunciabili della persona debba avere, di necessità, un’ispirazione religiosa. Quella tutela è, deve essere, fondamento di ogni politica democratica degna di questo nome. Dall’intransigente difesa di quei diritti discende la natura stessa dei regimi democratici: essa non può affidarsi alle virtù individuali e collettive (pure preziose), ma all’elaborazione di un sistema di garanzie che, quei diritti, renda esigibili ed effettivi. Per questo, la questione dell’immigrazione rappresenta davvero un discrimine che attraversa la società e il sistema politico.
Con l’introduzione del reato di clandestinità, il nostro ordinamento ha subito una lesione profonda come mai in passato: viene sanzionato non un comportamento criminale, bensì una condizione esistenziale. Si viene penalizzati per ciò che si è, non per ciò che si fa. Ma battersi contro questa mostruosità non è sufficiente, se non si hanno ben chiare le conseguenze di quella norma, nella vita sociale e nei livelli di tutela giuridica dei singoli e delle minoranze: ovvero il fatto che la società si organizza, di conseguenza, per selezionare, discriminare, sperequare tra chi è parte del sistema di cittadinanza, chi ne è fuori e chi (tantissimi) vive precariamente ai suoi margini, tra inclusione ed esclusione. Dunque, è tutta l’organizzazione sociale – l’idea e la struttura di comunità – che ne viene informata, intervenendo nei rapporti tra gruppi e classi, tra privilegiati e deprivati. L’atteggiamento verso gli immigrati e i profughi, cioè, condiziona profondamente la concezione dei diritti di cittadinanza per tutti e gli stessi connotati essenziali della vita democratica.
È probabile che oggi la maggior parte della società italiana esprima diffidenza, se non ostilità, verso le politiche di accoglienza-integrazione: non è una buona ragione per arrendersi. È fondamentale, certo, saper scegliere le parole e le politiche: ben venga il discorso profetico della Chiesa, ma a noi serve un altro linguaggio. Quello, appunto, dell’economia e della demografia, dei diritti e delle garanzie. E la capacità di far intendere che chiudere le frontiere, prima ancora che una manifestazione di egoismo, è segnale indubbio di autolesionismo.

L’Unità, 27 agosto 2009

1 Commento

  1. La redazione dice

    “Leggi razziali. Il senno di poi e le norme di oggi. Il pacchetto sicurezza agli occhi della storia”, di Ernesto M. Ruffini

    Non sempre la storia concede il lusso del senno di poi . Un giudizio tardivo, a mente fredda e senza timore di conseguenze, non rende un gran merito a chi lo esprime. All’indomani della caduta del fascismo abbiamo espresso un giudizio di condanna verso la legislazione razziale promulgata durante il ventennio.Quel giudizio è arrivato certamente in ritardo per gli uomini e le donne che furono oggetto di quelle leggi ma ha avuto almeno il merito di interrompere un silenzio che era ormai diventato vergognoso.
    La domanda che ha attraversato gli anni è perché? Perché quel giudizio è stato solo tardivo? Perché il silenzio durò così a lungo? Dove era finita la maggior parte degli italiani, brava gente che si limitava ad indignarsi sottovoce? Non può esserci una risposta uguale per tutti, una risposta collettiva che possa giustificare quella triste pagina della nostra storia. Ciascuno rispose allora e risponde adesso alla propria coscienza.
    Oggi certamente non è possibile che gli stessi fatti si ripetano. Quando la storia si ripete lo fa con altri volti, altri nomi, altri fatti. Allora le leggi razziali prevedevano che gli ebrei non potessero contrarre matrimonio con gli italiani, che gli italiani non potessero assumere gli ebrei, che gli ebrei stranieri non potessero trasferirsi in Italia, che tutti gli ebrei fossero oggetto di specifiche annotazioni nei registri dello stato civile, che i ragazzi ebrei non si potessero iscrivere nelle scuole pubbliche.
    Oggi le leggi non sono razziali, ma di sicurezza, almeno nel nome. Io però non mi sento affatto sicuro nel sapere che queste leggi prevedano che gli stranieri commettano un reato per il solo fatto di venire in Italia per migliorare la propria vita; che a volte, dopo essere sopravvissuti in mare a viaggi drammatici, vengano dapprima soccorsi, poi paradossalmente fermati perché colpevoli del reato di ingresso illegale nello Stato e infine trattenuti in disumani centri di identificazione ed espulsione; che comunque, anche se in regola con il permesso di soggiorno, debbano sottoscrivere un accordo di integrazione con il nostro Stato, qualunque cosa si intenda con una simile bestialità; che, inoltre, qualora presentino domanda di ricongiungimento familiare, gli uffici comunali debbano verificare le condizioni igienico sanitarie dell immobile in cui vivono (come se le condizioni dei centri di espulsione possano essere considerate accettabili); che a noi cittadini regolari, infine, sia data la possibilità di organizzarci in ronde per presidiare il territorio.
    Oggi, non domani, ci è data la possibilità di riscattarci come popolo, come Nazione, come Storia. Oggi, non domani, ci è data la possibilità di indignarci per quello che sta accadendo e per ricordare la lezione che abbiamo imparato più di 60 anni fa.

    L’Unità, 27 agosto 2009

I commenti sono chiusi.