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“Immigrati, risorsa che va governata”, di Mario Draghi

Nell’azione di ricostruzione non partiamo da zero. Possiamo anzi muovere da alcune posizioni di vantaggio. Molte imprese sono state capaci di avviare un processo di ammodernamento tecnologico e organizzativo, anche migrando dal comparto originario per entrare in segmenti connotati da più elevata intensità tecnologica dei prodotti, come hanno mostrato le indagini della Banca d’Italia.

Il ritardo di competitività che si è accumulato dalla metà degli Anni Novanta è ancora ampio, ma il quadro che emerge è dinamico. Ciò indica che non pochi imprenditori sanno ancora far bene il loro mestiere. […]

Disponiamo poi di una altra risorsa, potenzialmente di grande rilevanza per la nostra economia, la disponibilità di lavoro straniero; ma potremo utilizzarla solo se saranno governati i gravi problemi che essa pone sotto il profilo della integrazione sociale e culturale. Fino agli Anni Ottanta il saldo migratorio dell’Italia è stato negativo; negli ultimi venti anni il numero di stranieri residenti è progressivamente salito fino a 3,4 milioni all’inizio del 2008 (il 6 per cento della popolazione). Tenendo conto delle persone presenti ma non iscritte alle anagrafi e di quelle che non dispongono di un permesso di soggiorno, il numero complessivo dovrebbe essere pari alla stessa data a circa 4,3 milioni.

I cittadini stranieri in Italia sono in media più giovani e meno istruiti degli italiani ma partecipano in misura maggiore al mercato del lavoro e svolgono mansioni spesso importanti per la società e l’economia italiane, anche se poco retribuite. Non si rilevano d’altra parte conseguenze negative apprezzabili sulle prospettive occupazionali degli italiani, un risultato che emerge dalla grande maggioranza degli studi svolti nei Paesi a elevata immigrazione. Affinché la nostra economia colga appieno l’opportunità offerta dal lavoro straniero occorre combattere la tendenza alla marginalizzazione degli studenti stranieri in atto nel sistema di istruzione italiano. La segnalano i ritardi di apprendimento, significativi già nella scuola primaria, e gli elevati tassi di abbandono nei gradi scolastici successivi; vi contribuisce solo in parte l’esposizione a contesti familiari meno favorevoli. Esercizi basati su recenti proiezioni demografiche dell’Istat suggeriscono che entro il 2050 circa un terzo delle persone residenti in Italia con meno di 24 anni avrà almeno un genitore straniero, un valore in linea con quello registrato oggi negli Usa e in Canada. Questo significa che la componente straniera della popolazione contribuirà in misura significativa a determinare il livello e la qualità del capitale umano su cui si fonderà la nostra economia, condizionandone il ritmo di crescita.

Un terzo punto di forza discende dai primi interventi messi in cantiere negli ultimi anni. Sono stati compiuti passi significativi per avviare riforme nel settore del mercato del lavoro e dell’istruzione nonché nella direzione di rafforzare la concorrenza in alcuni settori tradizionalmente «protetti», generando benefici apprezzabili per i consumatori e per l’occupazione. La recente riforma della pubblica amministrazione s’incentra su un largo spettro di interventi e pone al centro importanti principi quali la trasparenza e il collegamento fra retribuzione e performance; gli effetti sulla qualità dell’azione amministrativa dipenderanno naturalmente dalle modalità di attuazione.

Una riforma ancora più impegnativa, il federalismo fiscale, avrà riflessi diretti su tutti i problemi strutturali italiani, in particolare sui tre di cui ho brevemente detto: capitale umano e sistema di istruzione, mercato del lavoro e protezione sociale, gli squilibri Nord-Sud. Essa può contribuire in misura decisiva a una allocazione più efficiente dei compiti affidati ai vari livelli dell’amministrazione pubblica. La Banca d’Italia ha sottolineato più volte come la condizione necessaria affinché il federalismo fiscale produca i benefici che se ne attendono è che esso sia effettivo e non virtuale, cioè che si stabilisca un collegamento stretto fra decisioni di spesa e decisioni di entrata, fermo restando il principio di solidarietà. […]

L’apertura alle capacità, ai talenti, al merito, alla concorrenza è un valore oggi condiviso da una grande maggioranza; è il mezzo principale per contrastare corporazioni, rendite, clientele che gravano sulla crescita del Paese.

L’eguaglianza delle opportunità è uno strumento che avvantaggia anche i meno capaci, grazie all’incremento di efficienza conseguito dal sistema nel suo complesso. Essa implica però il rischio che vantaggi e svantaggi sociali siano generati dalla distribuzione naturale dei talenti o dalle diverse possibilità di sviluppo di questi ultimi determinate da contesti sociali e familiari disomogenei. Occorre quindi una istanza compensativa di natura etica, ispirata all’ideale di solidarietà.

Il rapporto fra la ricerca umana di benessere materiale e la carità cristiana, affrontato da ultimo anche dalla Caritas in veritate di Benedetto XVI, percorre la dottrina sociale della Chiesa cattolica. Valutazioni di natura etica compaiono sempre più spesso anche nella ricerca teorica in economia.

I tre problemi di struttura dell’economia italiana che ho prima evocato richiedono allo stesso tempo apertura al merito e solidarietà, ricerca dell’efficienza e equità. […]

Le opzioni di politica economica che abbiamo di fronte si situano in un terreno comune, condiviso: un bene di grande valore per uscire dalla crisi con slancio e riprendere quella crescita che il Paese ha saputo sostenere nell’arco di un trentennio dopo la guerra.

* Questo è uno stralcio del discorso che il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha tenuto ieri al Meeting di Rimini

La Stampa, 27 agosto 2009

2 Commenti

  1. Matteo dice

    Buondì, dal momento che spesso riportate nei commenti articoli sull’argomento trattato nei vari post, mi permetto di segnalarvi un pezzo presente oggi sull’Unità a pagina 6, sempre riferito al meeting di Rimini. Si intitola “La platea di Cl applaude Bersani e la sua candidatura alla guida Pd”. L’autore è Simone Collini. Mi pare interessante.
    Grazie per il vostro lavoro e impegno.

    La platea di Cl applaude Bersani e la sua candidatura alla guida Pd

    Per come la vedo, questo può essere un giorno perso per la mia campagna elettorale». Pier Luigi Bersani la mette giù così, come se fosse una cosa di per sé evidente, con uno scuotimento di capo e alzata di spalle a sottolineare il concetto. Percorre i padiglioni della Fiera che ospitano il Meeting di Rimini, lascia spegnere il mezzo toscano. E fa l’aggiunta che chiude il ragionamento. «Ma un grande partito come il mio deve avere in testa il Paese». Sottinteso: non altro, tipo conquistare la segreteria di questo stesso partito. Ma al di là delle parole e dell’atteggiamento, l’ex ministro è il primo a sapere che il trattamento riservatogli da Comunione e Liberazione pesa eccome, nella sfida con Dario Franceschini e Ignazio Marino. Non solo perché è stato l’unico dei candidati ad essere invitato, perché poi la sua presenza qui è tutt’altro che una novità. Il fatto è che gli eredi di Don Giussani gli hanno prenotato un posto d’onore nel programma della kermesse, in un dibattito aperto dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, moderato dal leader carismatico della Compagnia delle Opere Giorgio Vittadini, animato per il fronte centrodestra da quello che è il parlamentare più vicino a questo movimento, Maurizio Lupi.
    Bersani conquista la platea Cl La sala è quella dell’auditorium, contiene diecimila sedie, ed è piena. L’ospite d’onore è ovviamente Draghi, che conquista la platea con un’unica battuta iniziale: «Ho fatto un giro per i padiglioni e ho potuto vedere quello che fa Cl, al di là di quello che dicono i giornali». Poi sono solo applausi a scena aperta. Tocca a Bersani e l’atmosfera non cambia. Il candidato segretario del Pd torna su alcuni punti sottolineati da Draghi, dice che «fra globale e locale dobbiamo capire come vogliamo essere italiani, l’unità non è un tema da difendere ma da rimetterci insieme a costruire», che chi oggi parla di gabbie salariali «non ricorda che una volta c’era povertà anche al Nord, e poi è iniziata l’esclusiva del divario, pericolosa per l’unità del Paese, così come è pericolosa oggi quella politica che invece di combattere il divario lo vuole interpretare». Gli applausi arrivano, a più riprese. Anche quando pronuncia parole di critica non solo nei confronti della Lega ma dello stesso governo e del premier, sostenendo che l’ottimismo ostentato non è giustificato, che «edulcorare è un errore», in platea nessuno rumoreggia, contesta, fischia (come pure accadde in edizioni passate a Fassino e Rutelli). E anzi, quando Lupi chiude facendogli gli auguri per la corsa alla leadership, la fa capire come la pensi rispondendo con un applauso.
    Creare l’alternativa Cl rappresenta solo una parte del mondo cattolico, ma una parte non da poco. Fuori dalla sala che ospita il dibattito, parlando con i giornalisti, mentre i padiglioni della Fiera sono un brulicare di decine di migliaia di persone, il candidato segretario del Pd fa capire come continuerà a muoversi nelle prossime settimane. Se Francheschini alla Festa del Pd di Genova ha detto che «chi ci ha votato non sa cosa vota», Bersani dice che «bisogna lavorare con serietà, pensiamo alle famiglie, facciamo qualcosa che si faccia capire dalla gente». Se Francheschini ha detto che «il Pd ha il dovere di alzare la voce contro il rischio di un nuovo autoritarismo», Bersani dice che «l’opposizione deve opporsi, ma soprattutto deve costruire un’alternativa di governo, che ci sia Berlusconi o no». Poi lascia Rimini soddisfatto, direzione Genova.

  2. La redazione dice

    “Draghi: immigrati risorsa necessaria”, di Bianca Di Giovanni

    Per l’Italia l’immigrazione è una risorsa solo se è governata l’integrazione. «Ma in verità non abbiamo alternative, perché i numeri sono impressionanti». Il governatore della banca d’Italia Mario Draghi indica un’unica via per uscire dalla crisi «peggiore di tutti i tempi»: governare i processi della modernità. E tra questi c’è proprio l’immigrazione. Lo ripete più volte davanti a una platea entusiasta fin dall’inizio ad avere questo «insigne economista» (dice Giorgio Vittadini) come ospite d’onore. E lui non li delude: emozionato dai numerosi applausi (più volte ripete «grazie, grazie») decide di parlare a braccio, con toni quasi familiari, del momento presente (stiamo uscendo lentamente dalla crisi, ma non dico che è passata) e soprattutto del futuro. Il messaggio è semplice e chiaro: l’Italia può farcela, se non perde il coraggio.
    Coraggio ne ha tanto lo stesso governatore quando, nel mezzo delle violente polemiche estive sulla Lega, decide di entrare in territori «minati», come gli stranieri, il Mezzogiorno, l’istruzione da riformare radicalmente. Ma ci sono anche punti di forza, come le imprese che investono, le riforme già avviate, utile terreno di confronto bipartisan. Ma il cuore della forza sta in quei lavoratori che sempre più numerosi stanno arrivando da altri Paesi. «Se non si governa questo processo – avverte Draghi – si rischia di avere più costi che benefici. Ma, ripeto, non abbiamo alternative a governarlo. Rifiutarsi di farlo non porta da nessuna parte. Gran parte di quello che vediamo di negativo – insiste Draghi – deriva dal fatto che da tempo abbiamo rinunciato a governare questo processo». Il futuro è con gli immigrati, o non è. Lo dicono i numeri. Già gli stranieri presenti sul territorio sono circa 4,3 milioni (contando anche i clandestini). Gli stranieri sono in media più giovani e meno istruiti, e svolgono mansioni importanti per l’economia. «Non si rilevano conseguenze negative sulle prospettive occupazionali degli italiani – assicura Draghi – Lo confermano gran parte degli studi. Per cogliere appieno l’opportunità offerta da queste risorse occorre combattere la tendenza alla marginalizzazione degli studenti stranieri in atto nel sistema di istruzione italiano. La segnalano i ritardi di apprendimento, significativi già nella scuola primaria, e gli elevati tassi di abbandono nei gradi successivi».

    IL FUTURO MULTIETNICO
    È una denuncia forte, seguita poi da un dato «impressionante» (parola sua): nel 2050 un giovane (under 25) su tre avrà almeno un genitore straniero. L’Italia sarà multietnica quanto oggi lo sono gli Usa e il Canada. Questo è il futuro. Che va agguantato con un modello di sviluppo diverso da quello immaginato finora. La crisi, così profonda e violenta, ha fatto cambiare prospettive. Draghi rivela che si sta cercando di costruire un mondo nuovo: il modello deve cambiare, come fa Obama con la sanità, l’ambiente, il clima. Questo è lo spartito su cui comporre l’uscita dalla crisi. «Anche da noi il tempo è arrivato», avverte il governatore quasi a indicare una strada. Draghi parte dal capitale umano e dal sistema formativo da riformare radicalmente. In Italia si è creato un circolo vizioso: la scuola non segnala il merito, le imprese non investono in persone che non riconoscono. Così, «studiare da noi paga meno di quanto non paghi in altri Paesi». Cosa fare? «Competizione, informazione, autonomia e equità», dichiara Draghi. Segnalare le eccellenze, curare i meritevoli, modulare gli incentivi agli istituti in base ai risultati (la platea filo-Gelmini applaude), ma anche perseguire «l’obiettivo civile di garantire a tutti i giovani, senza distinzione di censo, razza o fede religiosa, una istruzione adeguata». Questo non implica un’istruzione di bassa qualità. Sul mercato del lavoro, no alle gabbie salariali, sì ai contratti di secondo livello. E anche a un sostegno generalizzato per tutti quelli che cercano lavoro. Ultimo messaggio a Bossi: anche colmare il gap nord-sud è condizione essenziale per lo sviluppo. La Casmez? Ha fatto bene fin quando ha costruito strade e ponti. Un’esperienza da ripetere.

    L’Unità, 27 agosto 2009

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