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Aquila, rivolta delle carriole contro le macerie

Nuova manifestazione degli abitanti aquilani domani nella zona rossa del capoluogo abruzzese. Dopo la «protesta delle chiavi», arriva la «rivoluzione delle carriole», iniziativa pensata per togliere simbolicamente un po’ di macerie dal centro storico con pale, picconi e carriole, in segno di protesta contro il fatto che, ancora dal 6 aprile ad oggi, gran parte del materiale non è stato rimosso.

Il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente ha disposto, con una apposita ordinanza, l’ingresso nella zona rossa per la sola giornata di domani.

La manifestazione di domani, a partire dalle 10, è stata indetta dai comitati cittadini, “Io libero L’Aquila”. «A quasi un anno dal
terremoto – spiegano gli organizzatori – ancora non si sa chi, come e quando rimuoverà gli oltre 4 milioni di tonnellate di
macerie. E allora cominceremo noi, e depositeremo le macerie fuori il consiglio regionale» .

La rivolta delle carriole. Una catena umana di smistamento del materiale di scarto rimosso da piazza Palazzo, verrà allestita lungo il corso principale.

L’accesso alla piazza è consentito solo a 45 persone. Questo gruppo di persone, secondo quanto spiegano i promotori della manifestazione, lavorerà materialmente sul cumulo di macerie, operando una differenziazione sul posto, dietro indicazioni di tecnici competenti, mentre fuori dalla zona rossa, all’altezza dei Quattro cantoni, e quindi in piena sicurezza, tutti gli altri allestiranno una catena di smistamento del materiale «di scarto» proveniente da tale selezione.

Le macerie così recuperate saranno smaltite in cassonetti approntati per lo scopo, in quanto si tratta di rifiuti solidi urbani, ma una piccola parte di queste, annunciano gli organizzatori sulla piattaforma di Facebook, verrà piazzata davanti alla sede della Regione, «allo scopo di invitare le istituzioni locali ad impegnarsi per risolvere il nodo normativo che attualmente blocca la loro rimozione».

La protesta delle “mille chiavi”, il fotoracconto

da www.unita.it

2 Commenti

  1. La Redazione dice

    “Una casa non basta, ridateci la città” di Jenner Meletti

    Cronaca della protesta degli aquilani contro i ghetti delle new town e per il recupero del loro centro storico. “Mi sembra – si legge ancora sul cartello – di essere in una clinica. Non vedo l’ora di uscire, di riavere la mia vita”. “Noi dentro, le macerie fuori”, è lo slogan di Lidia Carlomagno. “Per la prima volta – dice – riusciamo a fare vedere che i cittadini dell’Aquila esistono e alzano la voce. Ci hanno sparpagliato nelle new town e negli hotel al mare. Per undici mesi non abbiamo contato nulla. Gli altri decidevano e noi dovevamo pure ringraziare. Da oggi tutto cambia”. Sono davvero tanti, questi nuovi scariolanti, arrivati non per scavare bonifiche ma per portare via le macerie dalle loro case. Carriole che diventano i simboli di protesta, quasi di rivolta contro chi per quasi un anno non ha capito che i terremotati erano prima di tutto cittadini.

    Terza domenica in centro, e stavolta i corsi Federico II e Vittorio Emanuele sono pieni come quando l’Aquila non era spezzata e dopo mezzogiorno finiva la Messa grande in Duomo. Nell’unico bar del centro, i Fratelli Nurzia, non si riesce ad entrare. Ci sono i Comitati ma ci sono anche gli aquilani arrivati dalle new town e dagli hotel del mare. “Abbiamo preso una sola macchina – racconta Gianfranco Scaramella, sfollato ad Alba Adriatica – per dividere le spese. Per la prima volta, oggi, ho visto la gente sorridere”. Si può sorridere davvero perché non si vedono solo macerie. C’è una doppia catena umana che parte dalla piazza del Duomo e arriva fino a quella del Comune. Da qui partono i secchi pieni e arrivano quelli vuoti, portati da migliaia di mani. In mezzo, come in passerella, le carriole con i rifiuti già separati: legni e tegole, pianelle e carta, lavatrici.

    È una catena umana che ricorda il dolore delle prime ore, quando le pietre passavano di mano in mano per liberare i feriti. Tre bambini, Valerio, Gloria e Sofia, hanno portato le carrioline e i secchielli da spiaggia e con le facce serie serie trasportano via due pietre e un sasso. “È la prima volta – dice la loro mamma, Francesca Orzieri – che tornano qui dove sono nati. Noi adesso abitiamo nelle Case di Sant’Antonio, sessanta metri quadrati. Abbiamo un tetto. Punto. Non c’è un bar, un chiosco, un’edicola. Per qualsiasi cosa devi salire sull’auto. Cosa vuol dire non avere il centro? Si immagini Venezia che non è più Venezia ma solo Mestre. E noi che abbiamo le Case per tanti saremmo anche i fortunati. Ma se sei qui vuol dire che la tua casa è distrutta”.

    “Fuori gli sciacalli / dalla città”. “In piazza devo andare / la mia città / devo liberare”, gridano i ragazzi del comitato 3.32. Quelli di “Un centro storico da salvare” raccolgono firme (2800 in tre ore) per chiedere una “tassa di scopo” e trovare i soldi necessari per ricostruire l’Aquila. “Non hanno fatto nulla per mesi – dice Eugenio Carlomagno – e adesso si meravigliano della nostra protesta. Abbiamo rifatto i conti: con interventi nei tempi giusti, oggi un 30-40% degli abitanti del centro potrebbe essere tornato a casa. Adesso le imprese si accapigliano per fare i lavori futuri: ci sono ditte piccole che si sono fatte assegnare 36 puntellamenti, tecnici che per le case B e C si sono assicurati 200 progetti. Come faranno a prepararli?”.

    C’erano solo gli applausi, un tempo, per il presidente del Consiglio e i suoi uomini presenti ad ogni inaugurazione. Ora l’aria sembra cambiata. “Anche chi ha trovato un tetto antisismico – dice Antonietta Centofanti, portavoce del comitato Vittime casa dello studente – non sopporta più che il centro dove c’è la sua casa continui ad essere blindato. E poi ci sono state le telefonate e le risate dei palazzinari. C’è stato uno scatto di orgoglio. Sul sito del Pdl hanno scritto che noi aquilani siamo ingrati e piagnoni perché dopo tutto quello che è stato fatto ci permettiamo di protestare. Noi ringraziamo i volontari e diciamo che – per le cose che ha costruito – lo Stato ha fatto solo il proprio dovere. I nuovi appartamenti non sono “le casette di Berlusconi”: sono stati costruiti dallo Stato con i soldi di chi paga le tasse”.

    Va avanti per ore, la catena umana. In testa tanti hanno un cappello fatto con un giornale, come i muratori, e la scritta: “L’Aquila rinasce dalle sue macerie”. “Finora la protesta non era esplosa – racconta Lina Calandra, ricercatrice alla facoltà di Lettere – perché eravamo piegati dai lutti e dalla perdita di lavoro. E poi siamo stati divisi: chi nelle new town, chi mandato al mare, chi alla ricerca di un lavoro in altre province… Ora i nodi vengono al pettine perché anche i più “fortunati”, quelli mandati nei nuovi villaggi antisismici, non vedono un bambino giocare fuori con altri bambini, non un anziano parlare con altri anziani”.

    Ci sono abbracci fra chi non si rivedeva da mesi, c’è la gioia di vedere i bambini correre attorno alla fontana nel pezzo libero di piazza Duomo. “Ci siamo arrabbiati – dice Paolo S. – perché da mesi sentiamo parlare di ricostruzione e invece qui non si è ricostruito nulla. Il centro sta collassando. Sono arrivati tardi alla manifestazione perché via XX Settembre è stata chiusa per pericolo di frana”. “Io qui in centro avevo un bar – racconta Monica A. – e voglio riaprirlo proprio lì dov’era. Non voglio un container in periferia. Se ce ne andiamo noi, il nostro centro sarà occupato dagli speculatori”. In piazza Duomo due drappi neri annunciano per il Venerdì Santo la “Solenne processione del Cristo morto”. In corso Federico ci sono i cartelloni del film: “Gli amici del bar Margherita”. Ma il Venerdì Santo è quello di un anno fa, il film era programmato il 6 aprile 2009. A L’Aquila si vive come in una macchina del tempo. Per fortuna ci sono Valerio, Gloria e Sofia che ridono contenti perché hanno rifatto il giro e hanno portato fuori altre due pietre e un sasso.
    La Repubblica 01.03.10

  2. La Redazione dice

    “Aquila, rivolta delle carriole contro le macerie”, di Jolanda Bufalini

    Gli occhi piangono, le labbra sorridono quando finalmente, alle 11 e 45 la pressione del corteo costringe ad aprire le transenne e gli aquilani sciamano dentro piazza Palazzo, al centro della quale, le macerie formano il tumulo in cui sono sepolte le speranze della città. «Finalmente ci siamo svegliati»: la zona rossa è violata con un gesto liberatorio di massa. Donne e bambini, carriole e passeggini, anziani con le piccozze, ragazze e ragazzi con le tute da imbianchini, guanti da lavoro, secchi di metallo e di plastica, signore e signori con gli abiti della domenica. Gente di ogni orientamento politico: «Io sarei di centro destra – sento raccontare – ma far sentire la nostra voce è giusto». Le forze dell’ordine hanno resistito per un po.’ Ma non avrebbe avuto alcun senso contrastare con la forza quella spinta pacifica, atto d’amore per la città. Mattia Lolli e Alberto Puliafito si abbracciano con i lucciconi agli occhi: Mattia è un ragazzo aquilano, impegnato nel centro sociale 3.32. Alberto, invece, viene da Torino, ma è all’Aquila da 8 mesi per documentare la condizione umana del dopo-terremoto. Spiega la sua commozione: «Finalmente gli aquilani reagiscono e esprimono quello che vogliono, fino adesso sono rimasti tramortiti perché qui c’è un lutto non elaborato. Nelle tendopoli nessuno si è occupato di questo».

    In base agli accordi con la questura, i manifestanti avrebbero dovuto fermarsi sul corso, era consentito l’ingresso nella zona rossa solo a tre gruppi di 15 persone accompagnati dai tecnici, perché – aveva spiegato il sindaco Massimo Cialente – «tutte le piazze della città sono a rischio». Cioè – commenta una signora – «Esattamente il contrario del messaggio che è passato nell’informazione Tv, secondo cui i problemi del terremoto sono risolti». Il corteo era partito poco prima per percorrere il tratto breve del Corso su cui è consentito camminare, lo slogan : «Fuori gli sciacalli da l’Aquila». C’è la corsa ai detriti che da dieci mesi occupano la piazza antica, comincia la raccolta differenziata, perché, proclama Sara Vegni al megafono, «noi non siamo abusivi»: i coppi vengono separati dal cemento, le pietre dal ferro e dal legno, plastica e rifiuti finiscono in altri recipienti. Si formano due lunghe catene umane che arrivano fino al Duomo dove sono organizzati i cassonetti: da un lato passano di mano in mano i secchi vuoti, dall’altra quelli pieni di terra. Al centro camminano le carriole accolte dagli applausi. Fra i primi ad entrare nella zona rossa c’era Federica Beniamino che aveva un negozio di abbigliamento nel centro storico e ha perso tutta la merce quando la ditta incaricata della demolizione è entrata senza avvertirla e ha sepolto tutto. Gabriele Fiorenza ha scelto di esporre sotto il municipio il suo cartello: «Mangio, dormo ma non vivo, rivoglio la mia casa, la mia città» e in dialetto: «l’Aquila bella me». Un altro cartello: 500 milioni per il G8, 2 milioni 700mila per il progetto Case, neanche 1000 euro per le case vere».

    A raccogliere le macerie ci sono anche Antonio Perrotti, architetto, funzionario della Regione, animatore del «Comitatus Aquilanus» e Francesco Salvati di Legambiente. Scoppia la polemica perché Perrotti accusa: «Siete stati 10 mesi nella Dicomac (la struttura della Protezione civile, Ndr). Vi svegliate solo ora?».

    Ai lati del corteo sorridono i vigili del fuoco: «Io sono un terremotato dell’Irpinia, si figuri se non li capisco» – commenta uno. E l’altro, che viene dall’Emilia Romagna: «Sono contento di vedere gli aquilani qui, sapesse come è brutto lavorare nella città deserta». Enzo Bianchi è del «comitato cittadino per i cittadini» – racconta della riunione che si è tenuta due sere fa, a cui hanno partecipato tutti i comitati, con gente di tutte le età: «Eravamo ancora titubanti, ancora in ostaggio, come in ostaggio è la nostra città. La Costituzione prevede sussidiarietà e invece, qui, le realtà locali non hanno contato nulla. Ci è stato tutto regalato. Ma nei regali c’è l’altra faccia della medaglia». L’altra faccia della medaglia è che «Berlusconi, finiti i costosi spot, non ha più vantaggio ad occuparsi dell’Aquila. La mia casa ha pochi danni, ho iniziato a giugno ad occuparmene, ma ancora non siamo riusciti ad avviare i lavori». «Dalle tende gli aquilani sono andati agli alberghi, perché mancano ancora all’appello 40mila aquilani sparsi nella regione e, se l’economia non riprende, non torneranno più». L’incognita dell’economia rende molto pessimista Francesco Nurzia 34 anni, che sta alla cassa del celebre caffè: «Credevo in Berlusconi ora non credo più in nessuno. Lui pensava a coprire i problemi delle veline. 200 milioni spesi per il G8: cosa si sarebbe potuto fare a l’Aquila con 200 milioni?». Nurzia presenta alla cronista de l’Unità un comunista doc, Alberto Aleandri: «Titolare della Aleandri bricolage,140 dipendenti. E’ stata la prima azienda a riaprire, ho riassunto tutti, nessuno è in cassa integrazione».
    L’Unità 01.03.10

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