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"Un Paese che cambia abitudini", di Mario Calabresi

Mentre l’Italia è prigioniera delle polemiche, della rabbia, del disfacimento del sistema politico e sembra paralizzata, gli italiani hanno messo in atto una delle più grandi trasformazioni degli ultimi decenni. Abituati ad aumentare, anno dopo anno, i nostri consumi, a rincorrere telefonini, televisori al plasma, viaggi e a riempirci le case di oggetti «assolutamente indispensabili», nei primi cinque mesi di questo 2012 abbiamo riscritto il nostro modo di vivere e di acquistare, non solo in modo più frugale, ma anche in una chiave più intelligente e sorprendente. Siamo diventati «scienziati della spesa»: diminuisce il valore dello scontrino ma nel carrello ci sono sempre lo stesso numero di pezzi. Cambiano i formati, le marche e soprattutto si assiste ad un ritorno a casa: a colazione, a cena, per festeggiare un compleanno e perfino all’ora dell’aperitivo.

Ogni direttore di supermercato, ogni responsabile degli acquisti di una grande catena, ogni proprietario di ristorante e i manager degli autogrill, dei colossi dell’elettronica e della telefonia, ognuno di loro si è trasformato in un sociologo e ha passato il tempo a scrutare dentro le nostre borse della spesa.

Ne ho incontrati molti negli ultimi mesi e ho raccolto lo stupore per una capacità di adattamento molto veloce, che ha recuperato tradizioni e comportamenti che sembravano appartenere ormai soltanto alle memorie familiari.

Perché il cambiamento più interessante da notare non è quello che porta alla rinuncia ma quello che punta sulla trasformazione: il bilancio familiare si fa quadrare non rinunciando alla carne ma cambiando il taglio, non smettendo di mangiare la torta alla domenica ma tornando a farsela nel forno della cucina, non cancellando il rito dell’aperitivo ma trasferendolo a casa.

Si è anche rimodulata la settimana: le rinunce si possono fare dal lunedì al venerdì pomeriggio ma non nel week-end.

I dati di vendita dei supermercati sono una spia perfetta di questa trasformazione: crescono a due cifre gli alcolici, perché l’happy hour si continua a fare con gli amici ma non più al bar; così la colazione la mattina che è tornata prepotentemente in cucina, come ci raccontano il boom dei frollini e delle merendine; e la voglia di pizzeria è in parte soddisfatta dalle pizze surgelate

Se lo scorso anno c’era stata un’impennata dei preparati per le torte e i budini – segno che al dolce nessuno vuole rinunciare, anche se lo si compra di meno in pasticceria – quest’anno a crescere sono addirittura gli ingredienti base: zucchero, farina, uova, cioccolato in polvere e in tavolette. Perfino il pane si ricomincia a fare in proprio, come racconta il successo di un elettrodomestico di nicchia come la macchina del pane.

Ci sono poi le tendenze che determinano la nostra dieta: è noto a tutti un calo della carne rossa in favore di quella bianca, ma le cose sono un po’ più complesse e anche qui parlano di uno spostamento più che di una trasformazione. Si mangia meno la fettina e si comprano più hamburger, si riscoprono tagli meno pregiati che non consideravamo più (la guancia, il collo, la schiena, la spalla, per spezzatini, stracotti e polpette), tanto che, per dirla con Carlin Petrini, «si rimangia tutta la mucca» magari presentata sotto forma di carpaccio. Sugli scaffali sono tornate le ali di pollo che insieme alle cosce stanno surclassando il petto, più costoso e meno richiesto.

A pagare la crisi e il cambio dei menù sono soprattutto il pesce (che cala quasi del 10 per cento), considerato troppo caro, e la frutta. Quest’ultima è vittima del fatto che non viene considerata una portata essenziale del pasto e così la si può tagliare senza avere la sensazione di aver perso qualcosa (diverso naturalmente è il discorso dietetico e di salute).

La verdura invece tiene meglio, perché gli ortaggi fanno parte del pranzo e della cena e anzi possono sostituire una portata: dal contorno spesso vengono promossi a piatto forte. Da notare che un comportamento che sembrava elitario come la riscoperta dei prodotti locali e stagionali ha preso piede in comportamenti di massa, perché è chiaro che ciò che percorre meno chilometri ed è di stagione costa meno.

E la capacità di cucinare, di inventare e di recuperare gli avanzi è tornata ad essere un’arte apprezzata, come ci racconta il fatto che è diminuito il volume della spazzatura e degli scarti di generi alimentari.

Nel fare la spesa gli italiani si stanno spostando sui primi prezzi e sulle “private label”, cioè su quei prodotti che portano il logo delle grandi catene e costano meno dei corrispettivi prodotti di marca. Anche i formati cambiano perché lo scontrino deve calare ma nella busta della spesa ci deve essere lo stesso numero di prodotti, così dopo anni di corsa verso flaconi e confezioni sempre più grandi ora si torna ad acquistare in piccole dimensioni. La spesa si fa con più frequenza, spesso più vicino a casa, e a farne le spese sono le confezioni famiglia. Un’inversione di tendenza che sta spingendo le aziende a ripensare in gran fretta le dimensioni dei contenitori.

Se si cerca di non sprecare, si cerca anche di razionalizzare eliminando quei prodotti di cui non si sente più una necessità impellente, dai deodoranti per l’ambiente ai detersivi di alto prezzo.

Il ritorno a casa significa anche «portato da casa»: basta entrare nell’atrio di un’università tra l’una e le due per notare quanti studenti mangiano panini con la frittata, paste fredde, insalate di riso o di pollo conservate nei contenitori di plastica che sono stati riempiti la mattina presto. Ogni dialetto ha il suo modo di definire la pietanziera, ma quello che gli americani chiamano «lunch box» è davvero tornato di moda, se ne sono accorti anche negli autogrill dove i camionisti entrano sempre più spesso solo per il caffè.

Lo spettro della benzina a due euro ha fatto calare le presenza sulle autostrade, ridotto i tragitti e i fine settimana (ormai da un anno lo notiamo anche guardando ai dati di vendita di questo giornale e notando che lo spostamento di copie e lettori verso il mare e la montagna nel week-end si è ridotto).

La fuga nel fine settimana dalle grandi città, che sembrava un fenomeno inarrestabile negli ultimi due decenni, segna il passo. La crisi ma anche un’offerta sempre più intensa di manifestazioni, festival, corsi e gare sportive hanno cambiato il nostro modo di vivere il tempo libero. Anche in questo caso rimanere a casa non è più vissuto come una rinuncia o un’umiliazione.

La mania per i telefonini e l’elettronica sembra invece continuare a stregare gli italiani: non si cambia più il forno, il frigo, la lavatrice, se non in caso di guasto irreparabile, ma lo smartphone quello sì, continua a vendere nonostante sia ben più caro di un semplice cellulare.

Tra gli elettrodomestici uno solo sta vivendo una stagione felice: l’aspirapolvere robot, capace di alleviare fatiche e sensi di colpa in una botta sola. Accanto sta rispuntando un oggetto di modernariato: la macchina da cucire, segno che la cultura dell’usa e getta ha perso il suo fascino e perché l’Italia di oggi ha bisogno di essere rammendata.

1 Commento

  1. silvana 52 dice

    Era ora che gli italiani ritornassero a considerare il termine “risparmio” come sinonimo di “effettiva necessità” ! Del resto , quando si raggiunge l’apice, dopo non c’è altro che la rapida discesa…

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