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"Nel circolo dei pendolari non si occupa, si sciopera", di Jolanda Bufalini

Il circolo non lo possono occupare perché sono pendolari, però sono molto arrabbiati i 220 iscritti al Pd di Fonte Nuova, piccolo paese alle porte di Roma. E allora la segreteria ha deciso una forma nuova di protesta, lo sciopero dei volontari, o militanti, che dir si voglia, anche perché, spiega il segretario Giacomo Marchese: «Noi siamo in periferia ed era tempo di lanciare un segnale». Il loro, spiegano in una lettera aperta alla segreteria del partito, non è uno dei circoli «dei bei quartieri della capitale dove le Tv sono sempre a caccia del militante deluso». Però delusi sono anche loro.
«Da oggi scrivono nella lettera, mandata anche ai parlamentari del Lazio e al Pd regionale cesseremo ogni attività di propaganda, ogni incontro pubblico, ogni evento, fino a quando non avremo risposte dagli organismi superiori, risposte che per la verità sarebbero già dovute arrivare dopo la incommentabile vicenda dell’elezione del presidente della Repubblica». Ne hanno digerite tante, ma non ne vogliono più sapere fino a quando non avranno capito una serie di cose, fino a quando qualcuno non si deciderà a spiegare cosa è successo ai circoli che per statuto, sono «le unità organizzative di base attraverso cui gli iscritti partecipano alla vita del partito» e invece si sono trasformati in «primarifici».
Le domande della lettera, che saranno il fil rouge dell’assemblea degli iscritti convocata per il 26 maggio (alla quale sono invitati i parlamentari del Pd eletti nel Lazio) sono tante, a cominciare da: «Come si è passati dall’esclusione categorica di un governo con il Pdl cioè con Berlusconi al governo sostenuto (e ben rappresentato) dal Pdl?».
Per Ermanno Iannacci, responsabile comunicazione, il nodo da sciogliere è ancora più radicale: «Che partito vogliamo? Sono passati cinque anni dalla nascita del Pd e ancora discutiamo su partito liquido o solido, vocazione maggioritaria o alleanze. Intanto abbiamo perso due elezioni, gli elettori hanno deciso che non siamo affidabili per governare. Non c’è una questione su cui il Pd esprima una posizione chiara e netta, a cui sostituisce l’appello alla responsabilità. Addirittura, in campagna elettorale
c’era qualcuno che sosteneva che l’agenda Monti era la nostra». Il problema, aggiunge, «è quello della militanza, io resterò comunque un elettore del centrosinistra ma voglio sapere se ha senso dedicare il mio tempo libero al partito».
Per il segretario del circolo Giacomo Marchese «il passaggio del Quirinale è in contraddizione con la volontà dell’elettorato, che non avrebbe voluto le grandi intese». E un fatto molto grave è avvenuto con Prodi: «Hanno votato contro il padre nobile del Pd per impallinare Bersani». In questo modo «il partito si è consegnato a Napolitano e alle larghe intese». Una resa, sostiene, senza condizioni: «Ci siamo messi nella condizione di subire invece di esprimere una linea… si poteva, per esempio, mettere al primo punto la legge elettorale, definire dei tempi». Alla obiezione che anche Marini è stato impallinato dal voto dei franchi tiratori, il segretario del circolo risponde che «anche quello, certamente, è stato un errore, però di scala diversa. È stato un errore della dirigenza che non ha cercato la condivisione». E alla obiezione che, se è vero che l’elettorato Pd era contro le larghe intese, è anche vero che le elezioni il Pd non le ha perse ma non le ha nemmeno vinte, risponde che «si poteva giocare diversamente, tornare a votare, dopo aver inchiodato Grillo alle sue responsabilità. In Grecia si è votato e lì la crisi morde più che da noi».
Un gruppo dirigente, quello del circolo pd alle porte di Roma, che si è speso, al tempo delle primarie nazionali, per Bersani. «Sarebbe stato dice Marchese un bravo presidente del Consiglio e un ottimo capo coalizione», però, in quelle primarie era in gioco anche «l’idea di partito rispetto a Renzi». E tuttavia, questi militanti che rivendicano il loro impegno nella «partita delle regionali, nonostante si sostenga che le elezioni si vincono nelle grandi città», guardano criticamente alle primarie: «nella competizione interna si finisce per non fare sintesi». Separare elezione del segretario e del candiadto premier? «Forse nelle condizioni attuali sì», risponde Giacomo Marchese, «anche se rispetto all’Europa è un’anomalia». Ermanno Iannacci: «Chiediamo un percorso certo fino al congresso, si farà battaglia sul partito che si vuole».

l’Unità 10.05.13

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Piero Ignazi: «Mi iscrivo ora perché quando un amico è in affanno lo si soccorre. Ora però un congresso vero per un partito vero non una passerella». «Il Pd resta l’unica possibilità ma basta illusioni bipartitiche», di Bruno Gravagnuolo

«Un partito-associazione, che si divide ma poi sceglie leader e programma. Non una passerella mediatica, e neanche un partito elettorale che occupa lo Stato». Lo sogna così Piero Ignazi il Pd e per questo ci si iscrive, nel pieno della bufera. Ha molto in comune con Fabrizio Barca che si è molto ispirato, nella sua «memoria» sulla forma-partito, all’ultimo saggio di Ignazi: Forza senza legittimità (Laterza). Titolo che descrive in negativo ciò che il Pd non deve essere per il politologo, docente di Politica Comparata a Bologna.
Professor Ignazi, dopo anni di cortese distanza, ha dichiarato solennemente che prenderà la tessera del Pd. E lo fa nel momento meno felice per il Pd. Come mai?
«Quando un amico è in affanno lo si soccorre. Del resto a sinistra non c’è altro, se non un arcipelago minoritario. Il Pd malgrado tutto rimane l’unica forza alternativa alla destra. O meglio, è la colonna portante di ogni possibile coalizione in tal senso, visto che in Italia non può esistere un bipartitismo all’americana. Era solo un’invenzione da politologi, perché in Europa le forze intermedie contano parecchio come si è visto anche nella “maggioritaria” Inghilterra».
Ma non c’è stata un’implosione sul Quirinale che ha fatto venire a galla una sorta di anarchia ingovernata?
«Non è venuto a galla nulla. Nulla di trasparente. E poi un conto è la discussione su Marini altro la liquidazione di Prodi. Qui il Pd si è svelato simile alla Dc di una volta, che peraltro andava oltre le faide, in virtù della divisione di Yalta. Ma non c’è stata una crisi verticale di valori, come accade con la fine di Dc e Pci. Ci sono stati gravi errori di gestione politica, prima nella campagna elettorale, poi nella partita sul Colle. Nondimeno un firmamento ideale, magari non ben definito, persiste ancora nel Pd».
Non c’è un difetto genetico nel Pd?
«Ma fu lo stesso anche con Veltroni! Ferito il capo, il partito va in crisi. Il Pd è nato come federazione di gruppi dirigenti, priva di elaborazione culturale. Non c’erano linee divisorie visibili su cui schierarsi. Qualcosa c’è stato negli anni 90: la divisione tra la prospettiva di Michele Salvati e quella di Salvatore Biasco. Liberal e riformatrice la prima, neo-socialdemocratica la seconda. Non si è scelto, né si è fatta una sintesi tra i due punti di vista, perché ciò avrebbe disturbato i manovratori. Di qui anche la stravaganza del Pd in Europa, contortamente accanto al Pse, ma “diverso”. Insostenibile». Lei parla di Salvati e Biasco, allievi di Sylos Labini. Ma quale dev’essere il baricentro ideale in un partito che annovera un forte tratto di cattolicesimo sociale? «Ci possono essere delle mediazioni tra una sinistra liberal e una socialdemocratica. Quanto al cattolicesimo sociale, esso non può che dividersi tra adesione alla destra e scelta di sinistra, come nel resto d’Europa. Dopo la fine del confessionalismo e del collateralismo, non vedo problemi a riguardo in Italia. Senza dubbio, dal punto di vista analitico, il cattolicesimo pesa nel Pd, sia per via del Pci, che guardava in modo speciale ai cattolici, sia per via di Prodi, con la sua idea dell’Ulivo e del partito coalizionale. Ma a mio avviso i nodi da sciogliere sono quelli della “constituency”…».
Tradotto in prosa allude per caso ai gruppi sociali di riferimento del Pd? «Già, è esattamente questa la “constituency” di una partito, la sua ragion d’essere. Prima degli anni 80 i socialdemocratici rappresentavano in primo luogo la classe dei salariati. Poi, con i mutamenti economici, il “blocco” si è esteso a ceto medio dipendente, piccola impresa e individualismo di massa, con corredo di diritti civili. Ecco, da noi una neo-socialdemocrazia deve mettere ancora insieme tutte queste cose. E fare i conti con la forza del lavoro autonomo, decisivo in Italia, e che spinge il Paese a destra». Dunque, un progetto alternativo in economia, neokeynesiano, alternativo all’individualismo proprietario e al populismo?
«Certo, ma non si tratta tanto di contrapporsi, quanto di conquistare. La constituency ritrovata deve dar luogo a un partito, e a un blocco, non tanto “alternativo”, termine troppo totalizzante, bensì distinto e “distintivo”». Veniamo all’oggi. Segretario forte o reggente prima dell’inevitabile congresso?
«Mi sembra irrilevante. Decisivo è il congresso invece, vera arena di opzioni in lotta, tra cui scegliere. E qui veniamo alla natura del partito. Deve essere un’associazione di condivisione, in grado di esprimere classe dirigente, e non una passerella mediatica per leader. E il tutto in base a un progetto che traduca in valori gli interessi privilegiati. Partito di programma quindi, con feste e case del popolo magari, ma non affidato a obsolete sezioni, o al mito della rete. Troppo generico? D’accordo. Ma dopo la crisi del modello industriale ancora non scorgiamo la forma-partito del futuro».
Qualcosa lei lo intravede, con Barca, nella ripulsa del partito-stato distributore di risorse…
«Sì, e va detto no al partito-stato centrico, e sì a un partito-società, che esprima altresì classi dirigenti al vertice e in periferia, ma senza occupare capillarmente l’amministrazione divenendo forte senza legittimità». Segretario e premier: due figure che debbono coincidere, oppure no? «Dovrebbero coincidere a mio avviso, benché in Europa non sempre abbiano coinciso. Sarebbe il segno di una vera selezione dei gruppi dirigenti, a cominciare dal premier scaturito dalla contesa programmatica e che alla fine vince le elezioni ed esprime governo con relative piattaforme».

L’Unità 10.05.13