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"Il laboratorio francese", di Marc Lazar

Le elezioni municipali francesi si possono analizzare essenzialmente in due modi. Il primo si limita a un’ottica nazionale, mentre per il secondo vede nel loro esito un avvertimento per tutti gli europei, dato che rivelano — al pari del voto municipale olandese, quasi contemporaneo e segnato dal tracollo del partito democratico — le dinamiche politiche in atto nell’Unione nel suo complesso.
Diversi tratti caratterizzano questo voto: un’astensione record (più del 36% al secondo turno) per una consultazione elettorale che finora aveva mobilitato i francesi; una sconfitta storica dei socialisti; una bella vittoria del partito di destra, l’Ump (Union pour un Mouvement Populaire), e infine l’avanzata del Front National di Marine Le Pen.
Tradizionalmente le elezioni intermedie sono sfavorevoli al partito al potere — anche se stavolta l’insuccesso dei socialisti è stato amplificato dalla profonda impopolarità del capo dello Stato. La crisi economica e la crescente disoccupazione destabilizzano la società. La depressione collettiva dei francesi e il loro ben noto pessimismo alimentano le tentazioni di ripiegamento e la ricerca della novità in politica.
Ma come è evidente, gli insegnamenti da trarre da queste elezioni vanno ben al di là dei 36.691 comuni francesi interessati, per varie ragioni: il crescente astensionismo nei Paesi europei (il 47% alle municipali olandesi la scorsa settimana) attesta la disaffezione nei riguardi delle istituzioni, comprese quelle locali. Le grandi ideologie e mitologie politiche sono scomparse, e le democrazie che dal 1945 fino ai primi anni ‘80 erano sinonimo di prosperità e di protezione sociale non sembrano più in grado di garantire questi benefici materiali. Gli europei, in via di invecchiamento, sono confrontati con uno shock migratorio che li sconcerta. E inoltre percepiscono un calo d’influenza dell’Europa. Il fossato tra i cittadini e i loro responsabili politici si allarga pericolosamente, anche perché sembra che le preoccupazioni di questi ultimi appartengano a un mondo diverso da quel-
lo dei primi. E perché gli strumenti dell’azione pubblica sembrano inoperanti, alimentando l’idea di una politica impotente a fronte della globalizzazione e dello smisurato potere della finanza. Perché in campo economico e sociale sembra che i principali partiti di governo propongano tutti le stesse ricette, con le loro terapie di rigore, austerità e sacrifici per i ceti medi e le fasce economicamente più deboli. Agli occhi di un numero crescente di europei questi stessi partiti di governo hanno formato un cartello per spartirsi la torta elettorale. Da qui il successo delle forze che si presentano come outsider: in Francia fa furore lo slogan del Front National «contro l’Umps» (che accomuna Ump e Ps), come in Italia quello di Grillo sul «Pdmenoelle».
A regnare è ormai l’antielitismo, non solo per la delusione che si prova nei confronti delle classi dirigenti, ma anche per effetto delle tecnologie moderne: Internet tende a eliminare il ruolo dei corpi intermedi, impone l’accelerazione, annientando i tempi di deliberazione.
Tranne qualche eccezione, i leader politici appaiono a corto di idee e di progetti, privi di cultura e di levatura intellettuale. Perciò sono spesso tentati di puntare esclusivamente sulla propria immagine. Così facendo, in un primo tempo riescono a sfondare, ma poi rischiano di deludere. A tutto vantaggio degli schieramenti di protesta, pronti a fustigare i falliti di una democrazia rappresentativa, criticata oramai in nome della democrazia diretta e integrale.
La prossima grande scadenza sarà quella delle elezioni europee, gravide di pericoli. La crisi economica e il disagio democratico rischiano di favorire un forte astensionismo, oltre al successo dei movimenti anti — europeisti. Ai responsabili dei partiti europeisti rimane poco tempo per ripensare la loro offerta politica. Non basterà più sedurre gli europei: ora si tratterà di convincerli.
( Traduzione di Elisabetta Horvat)

La Repubblica 02.04.14