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“Università, la riforma è solo una favola”, di Nicola Tranfaglia

Il meccanismo che governa le nuove leggi del governo Berlusconi risponde a obbiettivi che sono sempre gli stessi. Ottenere dai mezzi di comunicazione (in gran parte asserviti o intimiditi) un giudizio positivo, su quello che si propone in parlamento. Quindi mostrare soltanto gli aspetti che possono apparire accettabili a tutti quelli, come chi scrive, hanno sempre sognato un’università che assomigli a quelle che nel mondo occidentale, dagli Stati Uniti alla Germania, dalla Svezia alla Gran Bretagna, cioè istituzioni aperte agli studenti, razionalmente organizzate, prive delle vecchie baronie universitarie proprie del nostro paese. Così la Gelmini parla di merito, di premio alle università virtuose e castigo per quelle che virtuose non sono, di ricercatori che, se non producono entro un certo tempo, cambiano amministrazione e così via. Ma i casi sono due: o il governo attuale fornisce i fondi necessari per una riforma che osservi quello che c’è negli altri paesi europei e cioè accresce e di molto gli attuali stanziamenti per tutto il settore dell’istruzione (che soltanto ieri ha registrato il licenziamento di 135 mila precari, insegnanti e salariati della scuola, e per la ricerca che ormai è collocata agli ultimi posti della classifica europea) o i criteri indicati non mutano la situazione attuale e si collocano in una sfera astratta che ha altri obbiettivi concreti. In mancanza di risorse dello Stato, notizia conclamata anche ieri dal ministro Tremonti, l’obbiettivo fondamentale è quello di tagliare in ogni settore dell’università italiana. Stabilendo che nelle Università pubbliche con più di 3mila docenti (Roma e Napoli) ci siano soltanto 12 Facoltà e nelle altre, le Facoltà non superino il numero magico di 6. C’è il proposito di cedere ai privati gli Atenei che non godano delle risorse assai scarse dello Stato alle condizioni fissate dalle medesime università. Quanto al reclutamento dei docenti si prevede che ci sia un’abilitazione nazionale seguita dalla chiamata delle università locali. E qui già il ministro dimostra di non conoscere l’università italiana nella quale, oggi come oggi, è quasi impossibile trasferirsi dall’uno all’altro ateneo per il peso determinante che hanno le singole scuole e i baroni dominanti. Quelli che hanno a cuore la qualità dell’insegnamento e della ricerca sono purtroppo una minoranza neppure troppo grande. Sicché il rischio è che molti abbiano l’abilitazione e non siano mai chiamati o al contrario che non si neghi l’abilitazione a nessuno. Il peggio però spetta ai ricercatori che non hanno lo stato giuridico di terza fascia, pur svolgendo in molte situazioni la maggior parte della didattica e la possibilità di entrare in una situazione di risorse decrescenti è una favola come quelle che la Gelmini dice di voler raccontare al Maurizio Costanzo Show.

L’Unità, 30 ottobre 2009

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