cose che scrivo, interventi

Istituzioni umiliate, di Nadia Urbinati

Cento deputati piacciono più di seicento al nostro presidente del Consiglio. Non c’è da stupirsi, perché corromperli o assoldarli o semplicemente metterli d’accordo con i suoi propri interessi sarebbe certamente meno costoso e più semplice. La relazione tra assemblee numerose e sicurezza della libertà l’avevano ben capita gli ateniesi di 2.500 anni fa, i quali proprio per evitare le scorciatoie nel nome della celerità di decisione istituirono giurie popolari numerosissime. Il loro intento principale era quello di impedire che nessun cittadino potente potesse condizionare le decisioni a suo piacimento.

pensavano che nessuno disponesse di tanti soldi quanti ne sarebbero stati necessari per corrompere seicento giudici (tanti erano i giudici che siedevano nelle loro giurie). E qui siamo di nuovo: il capo dell’esecutivo, abituato a comandare sottoposti e stipendiati, non ama né tollera assemblee larghe di rappresentanti che sono chiamati a rendere conto a nessun individuo o gruppo di individui ma solo alla nazione, la quale non è un padrone ma la fonte della loro autorità.

Ma per il capo dell’esecutivo le assemblee larghe sono pletoriche e poi dannose agli interessi di chi decide – ovvero del suo esecutivo.

La logica del capo della maggioranza non è democratica ma è esattamente opposta a quella dei saggi democratici. Le assemblee deliberative devono essere non troppo piccole né troppo grandi, pensavano i Padri fondatori della democrazia americana. Se troppo piccole non possono più svolgere la loro funzione rappresentativa degli interessi più numerosi e diversi e inoltre possono facilmente dar luogo a unanimismi pericolosi o a “cabale” di fazioni. Se troppo grandi non possono svolgere efficacemente la funzione deliberativa, allungando i tempi di decisione e impedendo maggioranze stabili.

Ma in nessun caso una manciata di rappresentanti è una cosa buona per la democrazia. La politica non va per nulla d’accordo con la semplificazione, una qualità degli apparati burocratici e di chi è chiamato a eseguire ordini e applicare pedissequamente regole che non fa; non è una qualità dei rappresentanti e dei cittadini che contribuiscono a determinare le scelte politiche con la loro diversa e complessa partecipazione. Semplificazione è una qualità per la “governance” ma non per il “government” – la prima è organizzazione di funzioni che mirano a risolvere problemi specifici; ma il secondo è azione politica che solleva problemi, crea agende di discussione e di proposte, mobilita idee e interessi, e infine decide facendo leggi che tutti, non solo chi siede in Parlamento e non solo chi è parte della maggioranza, deve ubbidire.

L’Italia si trova vicinissima a una svolta anti-democratica. L’attacco al Parlamento è un attacco alla divisione dei poteri e per affermare la centralità, anzi, il dominio di un potere sopra tutti: quello dell’esecutivo, che non ama eseguire o dover rendere conto e vuole fare quel che vuol fare senza impedimenti; che vuole fare tutto, legiferare e eseguire e, magari, anche determinare la giustizia. Semplificazione è l’equivalente di potere incontrastato.
Nel 1924, Gaetano Mosca, un conservatore di tutto rispetto, tenne un discorso memorabile nel Parlamento del Regno. Lui, che aveva sviluppato la teoria forse più corrosiva della democrazia sostenendo, con il soccorso della storia, che quale che sia la forma di governo, tutti i governi hanno come scopo evidente quello di formare e selezionare la classe politica. Che siano le guerre o le elezioni dipende dal tipo di organizzazione sociale, dalle forme di espansione e arricchimento, forme che possono essere violente e dirette oppure pacifiche e per vie di commercio.

Nella moderna società di mercato, sosteneva Mosca, l’elezione e l’opinione sono forme più funzionali alla selezione della classe dirigente. Ebbene, questo critico dell’ideologia democratica e parlamentaristica, alla vigilia della fine delle libertà politiche e del parlamentarismo liberale, si schierò in Parlamento in difesa di quella istituzione, di quella forma democratica di selezione della classe politica e di governo. Non luogo in cui si perdeva tempo a chiacchierare o un “bivacco” come Benito Mussolini lo chiamava, ma istituzione di controllo e di monitoraggio senza la quale nessun cittadino poteva più sentirsi sicuro. Tra i conservatori di oggi, tra i moderati (se ancora ce ne sono) chi avrà la stessa saggezza o lo stesso coraggio del conservatore liberale Mosca? La difesa del sistema parlamentare non è una questione che interessa o deve interessare solo l’opposizione. Tutti, tutti indistintamente dovrebbero comprendere il rischio che una società corre quando chi è stato eletto per governare con il sostegno del Parlamento cerca di governare con la connivenza di una assemblea amica.

La Repubblica,23 maggio 2009

2 Commenti

  1. Redazione dice

    Di seguito le interviste citate da Concita De Gregorio

    LA RABBIA DEI GRANDI VECCHI
    di Maria Zegarelli

    Erano ragazzi quando finì il fascismo. Hanno vissuto le speranze del ritorno alla democrazia. Oggi sono preoccupati per il nostro futuro. Il più anziano tra loro, Pietro Ingrao, frequentava le scuole elementari nei giorni della Marcia su Roma, quando la più arrabbiata, Margherita Hack, era nata da pochi mesi. I più giovani del gruppo (Dario Fo, Giorgio Ruffolo e Armando Cossutta) non avevano ancora vent’anni al tempo della Liberazione. Giorgio Bocca, il più pessimista, ne aveva 25 e scriveva i suoi primi articoli.
    Abbiamo deciso di sentire la voce di questi intellettuali, politici, scienziati e premi Nobel con lo spirito di chi, in un momento difficile, si rivolge al padre o alla madre, al nonno o alla nonna. Alle persone, cioè, che hanno vissuto gli anni della dittatura e i giorni di gioia per il ritorno della democrazia. Li abbiamo trovati delusi, indignati, a volte sbalorditi per la capacità del nostro paese di far male a se stesso. Margherita Hack dice di «provare vergogna». L’ex partigiano Giorgio Bocca si dichiara «supersconfitto». Giorgio Ruffolo è sorpreso per le incertezze della sinistra, Armando Cossutta definisce «eversive e populiste» le iniziative del premier, Pietro Ingrao ricorda che l’attacco al Parlamento è ciò che qualifica ogni iniziativa reazionaria.
    Non hanno voluto consolarci i nostri grandi vecchi. Sono preoccupati. La loro memoria lancia l’allarme.

    Pietro Ingrao
    L’offensiva reazionaria
    è sempre iniziata così

    Non sono sorpreso dall’affondo di Berlusconi contro il Parlamento. Ieri e oggi l’attacco alle assemblee è stato e resta un punto qualificante di ogni offensiva reazionaria. Basti pensare alla polemica di fascismo e nazismo contro la democrazia rappresentativa. L’antiparlamentarismo rappresenta un terreno chiave per le ideologie e le correnti autoritarie. Da sempre infatti il Parlamento incarna la difesa delle garanzie e del libero confronto politico. Il che disturba profondamente i conservatori. Non voglio dire che Berlusconi sia fascista, ma certe sue uscite vanno in una direzione allarmante e ben nota. Tutto ciò non significa che non siano necessarie delle modifiche all’ordinamento parlamentare. Un Parlamento di mille rappresentanti, che fanno tutti la stessa cosa, è pletorico. Ma ridurlo a cento persone, come vuole Berlusconi, sarebbe un annichilimento e uno svuotamento. Per fortuna però, su questo emergono allarmi anche a destra. E le parole di Fini a riguardo mi sono parse molto equilibrate. Da cittadino mi rivolgo perciò al Presidente della Repubblica e ai Presidenti delle Camere perché intervengano con decisione a salvaguardia delle istituzioni.

    Giorgio Bocca
    Ex fascisti nelle alte cariche:
    ecco la dittatura morbida

    Avendo vissuto la Resistenza e oltre 60 anni di vita repubblicana mi considero supersconfitto: la dittatura morbida è già iniziata. Il premier può dire quello che gli pare senza alcuna reazione della società civile: durante un’assemblea della stessa Confindustria ne definisce il presidente una velina senza che si levi una reazione, e lasciamo perdere gli attacchi a parlamento e giustizia. E infatti oggi nelle alte cariche troviamo tutti ex fascisti come Fini e Alemanno. La cosa grave è che non c’è niente da fare: il piacere di servire sembra più forte di tutto. Lo definirei uno dei flussi della storia: l’unica cosa da fare è assumersi le proprie responsabilità e continuare a essere antifascisti e antiberlusconiani.

    Giorgio Ruffolo
    Non è ancora regime ma se ne uscirà solo
    se la sinistra saprà guardare lontano

    Non siamo al regime, ma i rischi sono molto seri. La democrazia attraversa un periodo oscuro a livello internazionale, che in Italia coincide con una crisi a cui Berlusconi dà un’accelerazione di populismo privatistico, e dunque dal carattere plebiscitario e senza regole. C’è un’analisi molto interessante in A destra tutto. Dove si è persa la sinistra di Biagio Di Giovanni. È singolare che la sinistra italiana sembri rincorrere la destra proprio durante una crisi mondiale del capitalismo, senza offrire risposte proprie che superino la contingenza,e mostrando una evidente mancanza di obiettivi. Di fronte a questo attacco di Berlusconi le reazioni sono di sorpresa, scoramento, indignazione, ma non propositive.

    Margherita Hack
    Che vergogna Pannella
    costretto a digiunare

    C’è da vergognarsi di essere italiani. Non capisco come sia possibile che la metà di questo Paese continui a fidarsi di un presidente del Consiglio come Berlusconi, che dice bugie, non risponde alle domande scomode, che – come dice la moglie- ha comportamenti immorali. E c’è da vergognarsi se Marco Pannella è costretto a fare lo sciopero della sete e della fame per far apparire il suo simbolo elettorale in televisione perché l’informazione non fa il suo dovere. Berlusconi pensa di essere il raìs dell’Italia, ma quello che mi spaventa di più è il consenso di cui gode. È un bruttissimo segno, vuol dire che il lavaggio del cervello è riuscito. Come si può non indignarsi di fronte al fatto che c’è un signore che ne corrompe un altro, ma il corrotto viene condannato e il corruttore no perché si è fatto una legge su misura come il Lodo Alfano? Fa male vedere quello che sta succedendo nel Paese, ascoltare frasi irriguardose verso le istituzioni da parte di chi le rappresenta. E fa male vedere questa sinistra confusa fare un’opposizione debole rispetto alla gravità dei fatti. A volte mi sorprendo a pensare che mi mancano i vecchi grandi partiti di una volta, come il Pci e la Dc.

    Dario Fo
    È come il compagno di sbronze ricco:
    nessuno dice nulla perché paga da bere

    È ammalato: partiamo da quello che dice Veronica che lo conosce bene: Berlusconi sta male e ha pregato le persone che lo conoscono di aiutarlo a uscire dalla malattia, evitando che faccia male a sé stesso e agli altri. Quando parla parte normale, poi si eccita, perde il controllo e dice cose di cui poi si deve scusare. Purtroppo nessuno glielo fa notare, perché la gente che gli è vicina lo tratta come il compagno di sbronze ricco: dicesse e facesse quel che vuole, tanto da bere paga lui. Abbiamo a che fare col matto: può sorprendere che un personaggio simile metta a rischio la democrazia. Ma in Italia abbiamo una secolare tradizione nell’applaudire chi ci fa male: il popolo non perdona chi gli apre gli occhi e piuttosto lo lincia.

    Armando Cossutta
    Fare muro. Sono comunista
    ma stavolta voterò Pd

    La democrazia corre pericoli molto seri: la posizione del premier è infatti eversiva e populista. Il suo modo di attaccare le istituzioni rivolgendosi direttamente alla gente ricalca ma solo grottescamente la Costituzione. Se l’articolo 1 della carta dice che il potere appartiene al popolo, afferma anche che questo viene esercitato attraverso il parlamento. Attaccare la giustizia e il parlamento per indebolirli è perciò un tentativo eversivo e populista, di chi vuol governare scavalcando tutti senza più alcun controllo. Di fronte a questo pericolo non si devono avere esitazioni: al di là delle differenze tra le idee politiche bisogna votare un partito in grado di porre un argine concreto. Ero, rimango e rimarrò sempre comunista, ma stavolta voterò il Partito Democratico, l’unica forza che numericamente può opporsi a questa che è una minaccia molto seria. E voglio anche dire che anche in questo periodo di attacchi forsennati alla democrazia in Italia, lavorando all’Anpi mi sono reso conto che tra la gente c’è ancora una coscienza antifascista e la voglia di resistere. Lo ha dimostrato la battaglia vinta contro la legge che voleva equiparazione i repubblichini ai partigiani, una battaglia cui hanno aderito moltissime persone di idee politiche diverse.
    L’Unità 23.05.09

  2. Redazione dice

    Un pieno di memoria, di Concita De Gregorio

    Sarà per via del fatto che siamo storditi dalle urla e dagli insulti della destra leghista e di quella fascista, dall’istigazione continua alla paura e alla cura soltanto di sè, dalle subdole minacce degli avvocati forzisti, dai monologhi presidenziali in prima serata con sottofondo di farfalline e minorenni, dai comitati per la candidatura a «Silvio Nobel per la pace» e – più in generale – da un populismo che scivola lungo la china della dittatura, quel genere di dittatura che germoglia fertilizzata da rotocalchi e varietà giornalistici di regime, fiorisce nel servilismo eletto a utile compiacenza e finisce col dire che c’importa del Parlamento e della magistratura, possiamo benissimo fare senza. Sarà che è troppo alto e minaccioso il tono di voce generale, grevi i contenuti, che la comparsa di Marco Pannella in tv, venerdì sera, ha fatto a tutti quelli che ancora conservano un poco di amore per questo Paese un’impressione così grande. A ottant’anni, con il corpo consumato il volto scavato e gli occhi enormi, con la voce in bilico fra il senso delle parole e la forza dei silenzi lì a dire che bisogna stare attenti ma attenti davvero, che l’Italia è in pericolo la democrazia lo è, che le voci dissonanti si spengono, tutte, anche quelle che hanno fatto la storia, e che poi tutto si dimentica perché la memoria è diventata così breve. Un vecchio, certo. Un vecchio gigante della politica, il superstite di una stagione di uomini di un’altra razza. Lo si può detestare, gli si può rimproverare ogni genere di nefandezza o riconoscergli i più alti meriti ma non ignorare la differenza: lo spirito, la forza, la generosità di un’epoca in cui la politica e il bene pubblico venivano prima, erano da costruire e custodire come la casa di tutti e non la reggia di uno solo. Così siamo andati da lui ieri mattina e anziché scrivere anzitempo il suo necrologio come altri hanno già fatto gli abbiamo chiesto di parlarci di questa ultima sua battaglia, del perché ancora combatta a rischio della vita, per cosa. Marco Bucciantini gli ha domandato a cosa serva più il suo «canestro pieno di parole», diceva la canzone che gli dedicò De Gregori. «Sono tempi bui, il regime si sceglie anche gli avversari». Opposizione incorporata.
    Per i padri, ormai nonni della Patria sono tempi di delusione e di rabbia, di allarme e di fatica. Cosa resta di un secolo, chi si incaricherà di proteggere il destino dei figli, di garantire libertà e democrazia così faticosamente conquistate alle generazioni future? Li abbiamo cercati. Il più anziano tra loro, Pietro Ingrao, frequentava le elementari nei giorni della Marcia su Roma quando la più arrabbiata, Margherita Hack, aveva pochi mesi. I più giovani (Dario Fo, Giorgio Ruffolo, Armando Cossutta) non avevano ancora vent’anni al tempo della Liberazione. Giorgio Bocca, il più pessimista, ne aveva 25 e scriveva i suoi primi articoli. Intellettuali, politici, scienziati e premi Nobel che hanno vissuto gli anni della dittatura e i giorni di gioia per il ritorno della democrazia. Li abbiamo trovati delusi, indignati, a volte sbalorditi per la capacità del nostro paese di far male a se stesso. Pietro Ingrao ricorda che l’attacco al Parlamento è ciò che qualifica ogni iniziativa reazionaria. Non hanno voluto consolarci, ci hanno consegnato un compito. Ascoltiamoli, qualunque sia il frammento di storia che hanno da porgerci. La memoria è il miglior viatico sempre.

I commenti sono chiusi.