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“C’era una volta il preside. La dura vita di chi dirige una scuola”, di Maria Novella De Luca

La loro trincea è fatta di aule cadenti, di fotocopiatrici scassate, di bagni senza sapone, di bimbi che nello zainetto oltre al panino si portano la carta igienica, di caldaie a secco, di computer rotti, di laboratori in pezzi, di allievi abbandonati a se stessi perché la cassa è vuota e la supplente non c’è. Sono cronache da una bancarotta quelle che i dirigenti scolastici italiani raccontano, da scuole che sembrano fortini assediati dall’emergenza, mentre il ministero eroga “zero euro” per il funzionamento ordinario degli istituti, e le famiglie si tassano per affrontare, almeno, la quotidianità.

Dopo le 41 mila lettere inviate da 300 presidi del Lazio ai genitori dei loro alunni “per denunciare la grave situazione finanziaria della scuola”, e la durissima risposta del ministro dell’Istruzione Gelmini (“chi non sa dirigere cambi mestiere”), i capi d’istituto si organizzano, replicano, provano a difendere l’orgoglio di un ruolo un tempo illustre, rispettato, riconosciuto. È un’Onda, una nuova Onda, seppure più pacata di quella degli studenti, ma arriva da tutta Italia, con l’indignazione di chi teme di non poter più garantire la sicurezza ai ragazzi che gli sono affidati.
Storie di presidi. Vite di funzionari dello Stato. Che dopo la riforma del 2001 si chiamano “dirigenti scolastici” e della scuola sono diventati anche manager. “Ci sentiamo soli, assediati, accusati di non saper fare il nostro lavoro semplicemente perché chiediamo i mezzi per farlo”, dice con chiarezza Rita Coscarella, preside della scuola media “Virgilio” di Palermo, 960 allievi. “Da anni siamo costretti a chiedere contributi alle famiglie per la gestione ordinaria, ma la cosa più grave è che non abbiamo più i soldi per chiamare e pagare i supplenti. Così i ragazzi, se un docente manca, devono fare gli “ambulanti” di classe in classe, con grave rischio per la sicurezza. E l’anno prossimo sarà ancora peggio: se non arriveranno i fondi richiesti saremo costretti a far uscire i ragazzi prima dalla scuola. Ma questo vuol dire derubarli del loro diritto allo studio. Vi sembra giusto?”.

Parole amare, sofferte. Dopo la “base” è la dirigenza della scuola italiana a sentirsi incompresa, accusata ingiustamente. I dirigenti scolastici in Italia sono circa 10 mila e guadagnano in media 2.700 euro al mese. Si diventa presidi per concorso, di solito dopo lunghi anni di insegnamento. Un ruolo delicato e faticoso. “Noi siamo responsabili di tutto – spiega Armando Catalano, dirigente da 20 anni, e rappresentante di 2.200 presidi della Cgil – dobbiamo rispondere di ogni atto e di ogni decisione. Questo vuol dire entrare a scuola la mattina e uscirne la sera, quando si hanno anche novecento o mille allievi è impossibile fare diversamente. Non c’è tensione, difficoltà, criticità che non approdi nella stanza del preside. È giusto così, il rapporto con gli studenti e le famiglie è la vita della scuola. Ma la nostra autonomia è stata ridotta a fare lo slalom tra casse vuote e problemi immensi, non abbiamo i soldi per le pulizie, per i tecnici della sicurezza, e poi il ministero ci scarica addosso incombenze amministrative, come la ricostruzione delle carriere, impedendoci di lavorare sulla didattica”. “Più che presidi – incalza Armando Catalano – ormai siamo dei tecnici dell’emergenza, facciamo economia domestica e la verità è che laddove le famiglie possono tassarsi la scuola sopravvive, ma nei quartieri a rischio, più poveri, è destinata alla bancarotta”.
Una forbice che sarà sempre più larga. Di qua i figli delle classi benestanti, di là i bambini del ceto medio impoverito, gli immigrati. L’edilizia scolastica italiana è tra le peggiori d’Europa, e così la preparazione dei ragazzi, scivolati al trentatreesimo posto della Ue, quando fino a pochi anni fa eravamo tra i primi dieci. Livia Cangemi è la preside di un grande istituto comprensivo nel centro di Roma, nel cuore di Trastevere, la “Regina Margherita”, 700 allievi tra infanzia, elementari e medie. Un istituto all’avanguardia, ricco di iniziative e di progetti, e dove ci si mette in fila per iscrivere i propri figli. E dove ogni classe, grazie alle famiglie, ha carta igienica, sapone, asciugamani. “Eppure – dice con amarezza Livia Cangemi, una tra le firmatarie della lettera dei presidi del Lazio inviata alle famiglie – potrei dire che non c’è rimasta che la passione a far funzionare le cose. La nostra di insegnanti e quella dei genitori, che qui, alla “Regina Margherita” sono presenti, sia economicamente che come supporto all’attività didattica. E finora ce l’abbiamo fatta. Laboratori, campi scuola, uscite, l’anno prossimo avremo tra i primi le lavagne interattive. Ma è tutto sulla buona volontà. Pur di fare la gita l’insegnante rinuncia a quello che dovrebbe percepire in più, il materiale lo pagano i genitori”.

Perché anche qui non ci sono più i soldi per pagare le supplenze, “e se un docente si ammala il bilancio della scuola va in rosso e la classe resta scoperta. “Forse il ministro Gelmini dovrebbe conoscere meglio quanta dedizione c’è nel nostro lavoro. Ognuno di noi sente di far parte dello Stato. Come si può rispondere ad un grido di dolore dicendo che non sappiamo fare il nostro mestiere? Faccio la dirigente scolastica soltanto da due anni, e ci credo davvero, nonostante la burocrazia, i tagli, le difficoltà. Passo la mia giornata qui dentro, ma se ci si impegna i risultati si vedono. Perché vanificare esperienze così ricche?”. Storie di funzionari che lavorano. Nel silenzio e senza clamori. In uffici dove sulla porta c’è ancora scritto “Presidenza” visto che nessuno ha cambiato né targa né vernice. Tra i bimbi disabili senza più insegnanti di sostegno, i ragazzi immigrati in cerca di integrazione, e gli insegnanti sottopagati. Una frontiera dove spesso manca la luce, a volte l’acqua, e si fa lezione con il cappotto. “Noi resistiamo però – dicono i presidi-manager – fino ai prossimi tagli…”.

La Repubblica, 29 maggio 2009

2 Commenti

  1. La redazione dice

    Quei nostalgici esempi di servitori dello Stato”, di Francesco Merlo

    Il guaio dei presidi italiani non è solo quello d’essere diventati i protagonisti, sia pure sfortunati, d’una delle imprese più coraggiose, anzi disperate, ma anche più ripetute e decisive in questa nostra Italia: amministrare senza soldi. Hanno anche la disgrazia d’essere stati ridotti a reliquie di un mondo perduto. Ultimi eredi dell’aristocrazia culturale italiana, sono stati lasciati soli a contrapporre le aule scolastiche alle alcove ministeriali, e a difendere la scuola come studium, che vuol dire amore, passione e dunque vita contro una ministra che ama i libri (solo) contabili e crede che la modernità significhi tagliare, chiudere, umiliare e cacciare via.

    Eppure da molti anni, i presidi italiani avevano smesso di insegnare, di essere i più imponenti e i più autorevoli degli insegnanti. Erano appunto diventati manager, anche se di un tipo davvero speciale, perché mai dovevano perdere di vista che la scuola è il luogo del sapere depositato e della vecchia, cara contestazione libro contro libro, figli contro padri, professori anziani contro professori giovani. I presidi devono insomma esibire un ventaglio di virtù che l’avvocato Gelmini non capirà mai. Non solo amministrare l’aziendascuola senza più soldi neppure per i detersivi e per la carta igienica, ma anche occuparsi di sesso maltrattato e di videotelefonini. E poi trovare le parole giuste per lenire le frustrazioni del professore ridotto da un salario da poveraccio a travet sformato e malinconico. E ancora affrontare le denunzie penali dei genitori, prassi quotidiana e devastante spauracchio della scuola italiana.
    È il preside che deve impedire al professore di litigare con gli allievi che non capisce, fosse solo per ragioni anagrafiche. Ma il preside deve anche mettere pace tra gli insegnanti, e poi intercettare minacce, scoprire e persino coprire reati in un mondo dove, da tempo, non si vive più solo di Promessi Sposi ma anche di tracotanze.

    È un manager, certo, avvocato Gelmini, ma anche un direttore d’orchestra nel clima avvelenato e illiberale che dalla politica arriva sino alla scuola. Un pastore d’anime, ma sempre laico, e dunque in grado di controbattere i toni esasperati dei clericali e degli anticlericali, e al tempo stesso fare a meno – per mancanza di fondi – della carta per fotocopie come ormai accade anche nei più prestigiosi licei di Roma e di Milano.

    Ebbene, deve essere molto forte per questi uomini che tutti si gloriano di mettere nel sacco – dagli studenti ai ministri – la tentazione di dare retta all’avvocato Gelmini e andarsene davvero tutti a casa e lasciarla sola a finire di sfasciare la scuola con i ragionieri del suo ministero o, magari, con la polizia inviata dal suo collega Maroni.

    Feriti nell’orgoglio da questa ministra, che manca loro di rispetto e non “presiede” i processi formativi ma li raggira, i presidi rimangono invece al loro posto malgrado la crisi, i salari scandalosamente più bassi d’Europa, il bullismo, le devastazioni politiche, gli insulti, le minacce. Ormai hanno capito che a ogni nuova provocazione la Gelmini sempre più mostra la sua estraneità al mondo della scuola, a quegli insegnanti e a quegli studenti del liceo scientifico Majorana, per esempio, che quando vedono passare il preside Giuseppe Moncada inconsapevolmente ma subito fiutano in lui, nella sua borsa di cuoio gonfia di misteriosi documenti, nel suo portamento e nella sua composta discrezione, nella stessa foggia dei suoi abiti ispirata più a decoro che a eleganza, l’erede naturale di quei “Servitori della Cosa Pubblica” di cui, nel governo, si è purtroppo perso il seme, ma di cui serbiamo tutti un’accorata nostalgia.

    Pare insomma che di stupefacenti e tonitruanti amministratori senza soldi l’Italia di oggi sia piena. Ma i presidi nutriti di buone lettere e di vera indulgenza, se una volta erano i pochi che diventavano sempre di più, ebbene oggi sono i pochi che diventano sempre di meno. Ma, diavolo!, di indulgente saggezza debbono averne davvero tanta se resistono, con l’abituale compostezza e gravità, alle corbellerie che sta facendo e dicendo questa nostra benedetta ministra.

    La Repubblica, 29 maggio 2009

  2. La redazione dice

    Gelmini attacca i presidi. Cgil: intervenga il Quirinale

    Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini non sopporta i presidi che protestano non avendo gradito l’iniziativa dei 250 dirigenti dell’Associazione delle scuole del Lazio (Asal) che hanno denunciato di essere senza fondi. E lo fa chiamando in causa la Cgil per la «minoranza organizzata» di presidi-politici.
    Pronta la replica della Flc Cgil, che ha scritto al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per attirare l’attenzione «sulla drammatica situazione in cui versano le scuole pubbliche». Anche Cisl e Snal Confsal rispondono al ministro, attaccata pure dall’opposizione.
    «Confermo la presenza all’interno della scuola di dirigenti che fanno politica creando inutilmente allarmismi che si riflettono sulle famiglie, sui genitori. Ho il massimo rispetto – ha assicurato il ministro – per chi svolge il suo ruolo con correttezza, ma trovo scandaloso utilizzare la scuola per fare politica. I dirigenti che vogliono fare politica si candidino e la facciano dentro le istituzioni politiche». «Gelmini la smetta di attaccare la Flc Cgil e cominci a risolvere i problemi della scuola italiana che per sua responsabilità – replica il sindacato- è nella incertezza più totale». Intanto il governo ha varato il regolamento dei professionali. Gli istituti professionali si articoleranno in due macrosettori: istituti professionali per il settore dei servizi (con 5 indirizzi) e istituti professionali per il settore industria e artigianato (un solo indirizzo). L’orario settimanale sarà di 32 ore di 60 minuti ciascuna. È prevista maggiore flessibilità rispetto agli istituti tecnici: gli spazi di flessibilità nell’area di indirizzo, aggiuntivi alla quota del 20% di autonomia già prevista, ammontano, infatti, al 25% in prima e seconda, al 35% in terza e quarta, per arrivare al 40% in quinta. Il percorso è articolato in due bienni e un quinto anno e il secondo biennio è articolato in singole annualità per facilitare i passaggi tra diversi sistemi di istruzione e formazione. Sono previste più ore in laboratorio, stage, tirocini e alternanza scuola-lavoro. Anche negli istituti professionali saranno introdotti nuovi modelli organizzativi. I risultati di apprendimento previsti a conclusione dei percorsi quinquennali saranno definiti (e ciò accadrà anche per gli istituti tecnici) entro il 2009 con uno specifico decreto ministeriale. Per preparare l’applicazione dei due regolamenti saranno avviate attività di informazione/formazione del personale scolastico e una campagna informativa per studenti e famiglie per l’anno scolastico 2010-2011. Attualmente in Italia studiano negli istituti professionali (pari a 1.425) 545.229 alunni ed esistono 5 settori con 27 indirizzi.

    L’Unità, 29 maggio 2009

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