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“Il legno storto dell’umanità”, di Barbara Spinelli

Barack Obama non ha nascosto il padre spirituale di cui si sente figlio e erede, ieri a Oslo ricevendo il premio Nobel della pace: se non ci fosse stato prima di lui Martin Luther King, a battersi per i diritti dei neri e a ricevere nel 1964 lo stesso premio, lui non sarebbe alla testa degli Usa.

Se sono qui è in conseguenza diretta del lavoro che King svolse un’intera vita. Sono la viva testimonianza della forza morale della non violenza». Il Presidente ha parlato anche della purezza dell’indignazione che le guerre, sempre, suscitano nell’animo umano: «Non c’è nulla di debole, nulla di passivo, nulla d’ingenuo, nel credo e nell’esistenza di uomini come Gandhi e King».

Ma pace e guerra sono immerse nella storia, e di quest’ultima lo statista deve tener conto. Deve esser cosciente che la storia non è lineare e progressista, non conferma la perfezione umana, non produce pace universale con mezzi sempre pacifici, non è gravida di guerre che mettono fine a tutte le guerre. Non è neppure una storia di rivoluzioni che cambiano la stoffa di cui è fatto l’essere umano, rendendolo infine buono, mite, ed estromettendo con un gesto volitivo il male dalla terra. Sogni simili furono alla base delle guerre sante ­ quelle cristiane di ieri, quelle di chi pretende oggi di combattere in nome dell’Islam ­ e sempre precipitarono in disastri, tanto più devastanti quanto più predicavano l’amore: «Le crociate ci ricordano che nessuna Guerra santa può mai essere guerra giusta».

Dopo anni di visioni apocalittiche del mondo ­ l’umanità va piegata sotto il giogo di un’unica verità straboccante, va condotta anche contro voglia verso nuove rive dell’essere ­ l’America di Obama ripensa il passato, riscopre il concetto di guerra giusta che il cristianesimo teorizzò nel IV secolo, fa propria infine la visione, kantiana, di un mondo non perfetto ma fallibile e perfettibile, che ha diritto a non esser piegato ma illuminato.

È di Kant l’idea che nessuno sulla terra ha in mano la perfezione: «Da un legno storto come quello di cui è fatto l’uomo, non si può costruire niente di perfettamente dritto». Obama sembra pensare al legno storto di cui sono fatti uomini e nazioni, quando invita a non illudersi («Il male esiste nel mondo»), e giunge alla conclusione che neppure chi dirige gli uomini, quale che sia il regime in cui si trova, possiede le chiavi appropriate del presente e futuro. Perché il perfezionamento funzioni occorre che le istituzioni prendano il posto degli uomini e dei politici, perché solo le istituzioni hanno continuità nel tempo, edificano nel lungo periodo, non dipendono né dai sondaggi né dal voto. Creare istituzioni internazionali che tengano a freno le guerre, che le prevengano, che ne disciplinino le regole evitando straripamenti destinati a mietere più vittime tra i civili che tra i guerrieri, fu la grande lezione appresa nelle due ultime guerre mondiali.

Anche le guerre giuste infatti degenerano, non rappresentano la soluzione del dramma. La guerra fra nazioni, condotta nella persuasione che la forza fondi il diritto, fu teorizzata da Thomas Hobbes nel XVII secolo ma era già invisa a Tucidide nella Guerra del Peloponneso. Anche qui è Kant che prende il sopravvento, con la sua Repubblica cosmopolita resa forte dal diritto, contro la seduzione che Hobbes ha esercitato sulle menti americane per decenni.

Obama è immerso ancor oggi in due guerre ­ una che ha deciso di finire in Iraq, l’altra che intende inasprire in Afghanistan ma finendola nel 2011 ­ e può apparire singolare che riceva fin d’ora il premio della pace. Tuttavia i cambiamenti ci sono, visibili. La sua non sembra essere la guerra della superpotenza che non tollera concorrenti e agisce senza curarsi del parere altrui, come nelle metafore marziane dei neo-conservatori statunitensi. Non è neppure la «guerra infinita» contro il terrorismo annunciata da Bush figlio, e del tutto svanita è l’idea che solo in tal modo ­ con una sorta di palingenetica Guerra Santa ­ il male sarà estirpato (un libro pubblicato nel 2004 da Richard Perle e David Frum aveva precisamente questo titolo: La fine del male, in italiano Estirpare il male. Come vincere la guerra contro il terrore). Evocando indirettamente quel che dissero Agostino e Tommaso d’Aquino sulla guerra giusta, Obama fissa le regole: l’offensiva deve essere l’ultima risorsa, deve esser proporzionata all’aggressione, non deve far vittime civili esorbitanti. E promette fedeltà alle istituzioni, alle convenzioni internazionali, alle norme etiche che Bush jr aveva ignorato nel corso delle sue guerre.

Tuttavia Obama non si accontenta di questi limiti, che sono stati fissati alle condotte belliche. Forse è l’umiltà che lo anima, forse il cammino ancora aleatorio che sta percorrendo: fatto sta che non è una certezza univoca che lo guida, ma la consapevolezza del dilemma tra pace e guerra.

Obama non sceglie la guerra giusta contro il sogno che mette fine alle guerre e le rifiuta. Vive dentro la contraddizione, considera egualmente valide ambedue le verità, accetta l’esistenza di un conflitto fra verità che non è sanabile. È vero, le guerre a volte sono non solo necessarie ma moralmente giustificate: non si poteva abbattere Hitler o il Giappone imperiale senza le armi. Non si può abbattere Al Qaeda senza le armi, probabilmente. Ma non meno vero è quello che dicevano King e Gandhi. «La guerra in sé non è mai gloriosa ­ conclude Obama ­ e mai dobbiamo strombazzarla come tale. (…) Per quanto giustificata, la guerra è garanzia sicura di umana tragedia».

La via di uscita dal dilemma è il paradosso: bisogna sapersi riconciliare col nemico, lasciargli fino all’ultimo una porta aperta, anche se può venire il momento in cui occorre la resa dei conti militare. Non bisogna respingere guerre che si ritengono giuste, anche se esse spargono comunque sofferenza. Pensare per paradossi la guerra e la pace comporta, secondo il Presidente, una «continua espansione della nostra immaginazione morale».

Non mancano le trappole, per chi vive sì vasti dilemmi nelle vesti di Presidente e comandante in capo della potenza americana. Se si affronta l’Iran e la sua aspirazione all’atomica, non si può continuare nell’attuale finzione, e nascondere a se stessi ­ come fa Obama ­ che all’origine di tanti terremoti medio orientali c’è un non detto, che nessuno osa scoperchiare: l’esistenza in quella parte del mondo di una potenza atomica ­ lo Stato d’Israele ­ che non si dichiara tale e però incita un’intera regione al risentimento costante e al riarmo. L’altra trappola è racchiusa nella stessa umanizzazione delle guerre. La storia degli ultimi decenni ha visto molti conflitti seminare devastazioni del tutto sproporzionate fra i civili, proprio perché a puntellarli c’era una vasta rete di soccorso umanitario. Una guerra che avviene in simultanea con l’attivarsi degli organismi umanitari ­ è la tesi del filosofo Slavoj Zizek, o dell’architetto israeliano Eyal Weizman ­ rischia di separare ogni distinzione fra guerriero e soccorritore-infermiere: prolungando indefinitamente le attività belliche, rendendole più efficienti.

Sono trappole che possono divenire perverse, e rendere ingiusto quel che inizialmente era o appariva giusto. Se non sono riconosciute come insidie reali rischiano di dar ragione alle parole, citate ieri da Obama, di Luther King: «La violenza non genera una pace permanente. Non risolve nessun problema sociale: ne crea solo di nuovi e più complicati».

La Stampa, 11 dicembre 2009

1 Commento

  1. La redazione dice

    “La guerra non è mai una cosa gloriosa”, di Barack Hussein Obama

    Ricevo questo onorificenza con profonda gratitudine e grande umiltà. È un premio che parla alle nostre aspirazioni più alte, che ci dice che, pur con tutta la crudeltà e le difficoltà del nostro mondo, non siamo unicamente prigionieri del fato. Quello che facciamo conta, e possiamo piegare la storia nel senso della giustizia.
    Ma sarei negligente se sorvolassi sulle forti polemiche che ha suscitato vostra generosa decisione. In parte queste polemiche nascono dal fatto che io sono all´inizio, e non al termine, delle mie fatiche. A confronto di alcuni dei giganti della storia che hanno ricevuto questo premio – Schweitzer e King, Marshall e Mandela – i miei successi sono poca cosa. E poi ci sono gli uomini e le donne in tutto il mondo che vengano incarcerati e picchiati perché cercano giustizia, ci sono quelli che lavorano duramente nelle organizzazioni umanitarie per alleviare le sofferenze, ci sono quei milioni senza nome che con i loro atti silenziosi di coraggio e di compassione sono di ispirazione anche per il più cinico degli individui. Non posso contestare le ragioni di chi sostiene che questi uomini e queste donne – alcuni noti, altri sconosciuti a chiunque tranne che a quelli che ricevono il loro aiuto – meritano questo riconoscimento molto più di quanto non lo meriti io.
    Ma forse il problema maggiore è che io sono il comandante in capo di una nazione impegnata in due guerre. Una di queste guerre sta lentamente esaurendosi. L´altra è un conflitto che l´America non ha cercato, un conflitto a cui prendono parte insieme a noi altri quarantatré Paesi, compresa la Norvegia, nel tentativo di difendere noi stessi e tutte le nazioni da ulteriori attacchi.
    Ciò non toglie però che siamo in guerra e che io sono responsabile del dispiegamento sul fronte, in una terra lontana, di migliaia di giovani americani. Alcuni di loro uccideranno. Alcuni saranno uccisi. Per questo vengo qui con l´acuta consapevolezza di quale sia il costo di un conflitto armato, carico di difficili interrogativi sul rapporto fra guerra e pace e sui nostri sforzi per sostituire la prima con la seconda.
    Non sono interrogativi nuovi. La guerra, in una forma o nell´altra, ha accompagnato l´uomo fin dalle origini. Agli albori della storia nessuno ne metteva in discussione la moralità: la guerra era semplicemente un fatto, come la siccità o la malattia; era il modo con cui le tribù e poi le civiltà cercavano di acquisire potere e risolvevano le loro divergenze.
    Col tempo, mentre i codici giuridici cercavano di mettere sotto controllo la violenza all´interno dei gruppi, filosofi, uomini di chiesa e statisti cercavano di regolamentare la forza distruttiva della guerra. Emerse il concetto di «guerra giusta», che sottintendeva che la guerra è giustificata solo quando rispetta determinate condizioni: e cioè se viene mossa come ultima ratio o per autodifesa, se la forza usata è proporzionata e se, nei limiti del possibile, i civili vengono risparmiati dalle violenze.
    Raramente nella storia si è vista una guerra che rispondesse al concetto di guerra giusta. La capacità degli esseri umani di inventare nuovi modi per ammazzarsi a vicenda si è rivelata inesauribile, al pari della nostra capacità di escludere dalla compassione chi ha un aspetto diverso o prega un Dio diverso. Le guerre fra eserciti hanno lasciato il posto alle guerre fra nazioni, guerre totali dove la distinzione fra combattenti e civili diventava meno netta. Nell´arco di trent´anni, per due volte questo continente è precipitato nel gorgo della carneficina. E benché sia difficile immaginare una causa più giusta della sconfitta del Terzo Reich e delle potenze dell´Asse, la seconda guerra mondiale fu un conflitto dove il numero complessivo delle vittime fra i civili superò quello dei soldati caduti.
    Sulla scia di una distruzione tanto vasta, e con l´avvento dell´era nucleare, divenne chiaro sia ai vincitori che ai vinti che il mondo aveva bisogno di istituzioni che prevenissero un´altra guerra mondiale. E così, venticinque anni dopo la bocciatura da parte del Senato americano della Lega delle Nazioni (un´idea per la quale Woodrow Wilson vinse questo premio), l´America guidò il mondo alla costruzione di un´architettura per mantenere la pace: il piano Marshall e le Nazioni Unite, strumenti per regolare la guerra, trattati per difendere i diritti dell´uomo, impedire genocidi e limitare le armi più pericolose.
    Sotto molti punti di vista, questi sforzi ebbero successo. Sì, sono state combattute guerre terribili e sono state commesse atrocità. Ma non c´è stata nessuna terza guerra mondiale. La guerra fredda si è conclusa con folle entusiaste che distruggevano un muro…
    Ora che è passato un decennio dall´inizio del nuovo secolo, questa vecchia architettura comincia a cedere sotto il peso di nuove minacce. Il mondo forse non trema più al pensiero di una guerra fra due superpotenze nucleari, ma la proliferazione delle armi nucleari rischia di rendere più probabile una catastrofe. Il terrorismo è un´arma tattica usata da molto tempo, ma la tecnologia moderna consente a pochi, piccoli uomini con una rabbia smisurata di assassinare un numero terrificante di innocenti…
    Dobbiamo essere consapevoli di una verità difficile da mandare giù: non riusciremo a sradicare il conflitto violento nel corso della nostra vita. Ci saranno occasioni in cui le nazioni, agendo individualmente o collettivamente, troveranno non solo necessario, ma moralmente giustificato l´uso della forza.
    Dico questa cosa pensando a quello che disse anni fa, in questa stessa cerimonia, Martin Luther King: «La violenza non porta mai una pace permanente. Non risolve nessun problema della società, anzi ne crea di nuovi e più complicati». Io, che sono qui come conseguenza diretta dell´opera di una vita del reverendo King, sono la testimonianza vivente della forza morale della nonviolenza. Io so che non c´è nulla di debole, nulla di passivo, nulla di ingenuo, nelle idee e nella vita di Gandhi e di Martin Luther King.
    Ma in quanto capo di Stato che ha giurato di proteggere e difendere la mia nazione non posso lasciarmi guidare solo dai loro esempi. Devo affrontare il mondo così com´è e non posso rimanere inerte di fronte alle minacce contro il popolo americano. Perché una cosa dev´essere chiare: il male nel mondo esiste. Un movimento nonviolento non avrebbe potuto fermare le armate di Hitler. I negoziati non potrebbero convincere i leader di Al Qaeda a deporre le armi. Dire che a volte la forza è necessaria non è un´invocazione al cinismo, è un riconoscere la storia, le imperfezioni dell´uomo e i limiti della ragione.
    Dunque sì, gli strumenti della guerra contribuiscono a preservare la pace. Ma questa verità deve coesistere con un´altra, e cioè che la guerra, per quanto giustificata possa essere, porterà sicuramente con sé tragedie umane. C´è gloria nel coraggio e nel sacrificio di un soldato, c´è l´espressione di una devozione per il proprio Paese, per la causa e per i commilitoni. Ma la guerra in sé non è mai gloriosa e non dobbiamo mai sbandierarla come tale…

    La Stampa, 11 dicembre 2009

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