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"Il bisogno di sinistra", di Claudio Sardo

Così non va. La manovra del governo Monti dovrà essere corretta in parlamento, altrimenti il suo costo sociale rischia di diventare insostenibile: per il taglio dei servizi che penalizza le famiglie e i ceti più deboli, per l’ulteriore spinta recessiva che induce all’economia già depressa. È soprattutto sulla Sanità, sulle Regioni, sui Comuni che si abbatte la mannaia, seguendo purtroppo la filosofia tremontiana dei tagli lineari assai più che l’annunciato proposito di una spending review capace di selezionare ed eliminare gli sprechi.
La più pericolosa continuità con il governo Berlusconi sta proprio nell’accanimento con il quale si colpiscono le amministrazioni locali, e in special modo quelle più virtuose, che potrebbero fornire un contributo alla ripresa con tanti piccoli e medi investimenti e che invece vengono bloccate da tagli ormai indiscriminati ai trasferimenti e dai vincoli tafazziani del patto di stabilità. Sottrarre un altro miliardo al Fondo sanitario nazionale, dopo aver tagliato almeno 14 miliardi in quattro anni, e senza aver ancora definito i costi standard delle prestazioni, vuol dire incidere sulla carne viva del Paese e spingere settori del ceto medio verso la povertà. Aggiungere altri 500 milioni di tagli ai trasferimenti verso i Comuni nell’ultimo quadrimestre del 2012, mentre lo Stato trattiene per sè la quota maggiore dell’Imu, vuol dire eliminare di netto servizi ai cittadini, dall’assistenza ai nidi, dai trasporti alla manutenzione delle città. E, come già è accaduto in passato, i tagli lineari contengono l’annuncio di oneri ancora più gravosi per gli anni successivi: così anche Monti ha seguito la strada di caricare il governo che verrà nel 2013 di autentici macigni, dall’aumento dell’Iva (slittato di un anno) ad ulteriori, già promessi all’Europa, tagli dei servizi sociali.
Certo, la manovra è necessaria per evitare che due punti di Iva soffochino tutto e subito. E va detto anche che nel decreto ci sono interventi positivi di risparmio e buoni propositi. La razionalizzazione degli uffici giudiziari, con la sforbiciata ai piccoli tribunali, può aiutare a migliorare l’amministrazione della giustizia. L’accorpamento delle Province più piccole può favorire una razionalizzazione dei governi territoriali: ci auguriamo che segua una capacità dei piccoli Comuni di realizzare sinergie nella gestione dei servizi e, perché no?, anche un accorpamento delle Regioni più piccole. Le pubbliche amministrazioni pesano per oltre il 50% del Pil: ridurre questo carico è una delle imprese politicamente più importanti. Ma non è vero che basta «tagliare» per meritare una medaglia, come sostengono i sacerdoti del liberismo. Non è vero neppure che il taglio è di per sé meno recessivo di qualunque aumento delle tasse. Il punto è scegliere il come, il dove, il quanto.
Non serve tagliare per tagliare. Le riforme sono meglio dei tagli. Non a caso nei settori in cui il governo era più preparato le misure di questo decreto sono state migliori. Dove invece ha prevalso il bisogno di fare cassa, il viceministro Grilli ha operato seguendo il fallimentare criterio del suo amico e predecessore Tremonti. Ora non sarà facile correggere il tiro. Dopo anni in cui si parla di federalismo, e dopo una gestione del centrodestra segnata dal più radicale centralismo, ancora non sono stati definiti i costi standard, criterio indispensabile per ottenere migliore gestione e maggiore uguaglianza nelle prestazioni. Il tempo della conversione del decreto forse non basterà per arrivare a un risultato soddisfacente.
La fase di emergenza è un limite, un giogo. Ma è anche il tempo di una battaglia politica e sociale, che da un lato deve risollevare l’onore dell’Italia in Europa dopo l’umiliazione dei governi Berlusconi, dall’altro deve preparare il confronto alle elezioni del 2013 tra due alternative programmatiche. Del resto, è chiaro che non c’è una bacchetta magica: anche gli effetti positivi dell’ultimo Consiglio europeo si sono troppo presto diradati e la prossima riunione dell’Eurogruppo si annuncia difficile e incerta.
I tagli vanno corretti, gli interventi calibrati su una maggiore equità sociale, la stessa maggiore credibilità europea del governo Monti va utilizzata per favorire finalmente misure per la crescita. La spesa pubblica non è cattiva, come dicono i liberisti. La spesa pubblica è necessaria per garantire i diritti e per regolare il mercato. Bisogna renderla più efficiente. Bisogna porla al servizio di una governance più intelligente, più lungimirante, meno condizionata da corporativismi e poteri forti. Occorre ridurre la spesa corrente e aumentare la spesa per investimenti. Ma al fondo, come ha scritto nei giorni scorsi Massimo D’Antoni, occorre costruire una nuova idea di pubblico. Sta qui il fronte decisivo della battaglia contro quel liberismo, che ci ha fatto sprofondare nella crisi e ha imposto il paradigma individualista: può esistere invece un pubblico efficiente e utile ad uno sviluppo equilibrato, ad un rinnovamento del modello sociale europeo, ad una tutela dei diritti. Un pubblico che non concida con la dimensione dello Stato. Ma un pubblico forte, capace di sanzionare il mercato, talvolta anche di competere in prima persona (guai a privatizzare le aziende pubbliche più efficienti e tenere i carrozzoni che nessuno vuole).
Nel tempo che ci separa dalla elezioni bisogna lottare. E preparare il dopo. Sono d’accordo con Mario Tronti: dobbiamo liberarci, insieme a questa declinante Seconda Repubblica, anche del vecchio schema delle «due sinistre», quella che si confronta con il liberalismo fino a restarne accecata e quella che rifiuta la compatibilità, e dunque il governo. La sfida ora è il cambiamento. Possibile solo in una dimensione europea, in collegamento con i progressisti europei. La notizia migliore degli ultimi mesi è stata la vittoria di Hollande in Francia. Ora tocca a noi costruire un progetto di governo per il 2013: siamo ad un tornante storico, siamo di fronte ad un rischio democratico, dobbiamo essere capaci di cogliere il nesso tra la battaglia per la democrazia e quella per l’uguaglianza, per i diritti sociali, per un nuovo sviluppo. Guai a sprecare i prossimi mesi. Guai a ripetere le dispute politiciste dell’Unione. Guai pensare che il superamento delle «due sinistre» possa riportare a una vecchia sinistra. L’orizzonte della battaglia è democratico: dei valori e del radicamento sociale della sinistra devono farsi carico anche i cattolici, i liberali di sinistra, gli ambientalisti che vogliono partecipare all’impresa. Perché una cosa è certa: se i democratici non sapranno rispondere a questo nuovo bisogno di sinistra non riusciranno neppure a costruire quel progetto di alleanza tra progressisti e moderati, che ha il compito di riscattare il senso della politica.

L’Unità 08.07.12