attualità

“La differenza tra eguali e diseguali”, di Michele Ainis

Oggi la Consulta inforca un paio d’occhiali per esaminare il Lodo Alfano. In una Repubblica ideale questo giudizio si consumerebbe nel silenzio degli astanti.

Nella nostra Repubblica reale è accompagnato viceversa da boatos, dichiarazioni sempre un po’ sopra le righe, sit-in di protesta preventiva, addirittura la minaccia d’elezioni anticipate. Sicché spegniamo l’audio, e proviamo a raccontare i termini giuridici su cui è chiamata a esprimersi la prossima decisione di legittimità costituzionale.

L’oggetto, innanzitutto: e dunque il Lodo. Figlio a sua volta del Lodo Schifani (legge n. 140 del 2003), che circondava di una speciale immunità le cinque più alte cariche dello Stato, e che fu poi decapitato dalla mannaia della Consulta (sentenza n. 24 del 2004). Tornando nella stanza dei bottoni, il centrodestra l’ha riapprovato in una nuova edizione (legge n. 124 del 2008), escludendo dal beneficio il presidente della Corte costituzionale, dichiarando il beneficio stesso rinunziabile a domanda dell’interessato, infine ponendo un limite di tempo alla sua fruizione. Ne rimane tuttavia invariata la sostanza: ovvero la sospensione di ogni processo sui reati comuni del Premier, del Capo dello Stato, dei presidenti di Camera e Senato. E si conserva perciò inalterata la domanda: è giusto o no che quattro eccellentissimi signori siano sottratti alle regole che valgono per tutti i cittadini?

Dietro le quinte del giudizio di legittimità costituzionale c’è dunque una questione d’eguaglianza. Sarà per questo che il Lodo Alfano ha subito innescato odi e furori, riattizzando i malumori del popolo italiano per i privilegi della Casta. Sennonché – diceva Aristotele – si danno due specie di eguaglianza: c’è un’eguaglianza «aritmetica» (la stessa cosa a tutti) e ce n’è una «proporzionale» (la stessa cosa agli stessi). E infatti la nostra Carta fa spazio a entrambe le categorie: alla prima quando afferma che tutti sono eguali al cospetto della legge (art. 3), alla seconda quando aumenta il prelievo fiscale per i ricchi, rendendo la tassazione progressiva (art. 53).

Quale eguaglianza riflette il Lodo Alfano? Indubbiamente la seconda; si tratta però di stabilire se è ragionevole isolare una categoria di diseguali (le alte cariche istituzionali) rispetto al consorzio degli eguali. In altre parole: chi sono «gli stessi» di cui parlò Aristotele? Stando alla sentenza che a suo tempo la Consulta pronunziò sul Lodo Schifani, la risposta è perentoria: sono l’intero plotone dei ministri, sono la squadra di mille deputati e senatori che s’esibisce in Parlamento. Disse la Corte: il lodo viola il principio d’eguaglianza perché «distingue, per la prima volta sotto il profilo della parità riguardo ai principi fondamentali della giurisdizione, i presidenti delle Camere, del Consiglio dei ministri e della Corte Costituzionale rispetto agli altri componenti degli organi da loro presieduti». Insomma Berlusconi non è Obama: nel nostro ordinamento chi guida l’esecutivo è solo un primus inter pares, non c’è ragione di forgiargli una corazza più robusta di quella che indossano i ministri.

Se adesso la Consulta confermerà la sua precedente decisione, vorrà dire che il principio d’eguaglianza in Italia rimane obbligatorio quantomeno fra i membri della Casta. In questo caso possiamo ipotizzare due scenari. Primo: il lodo per i presidenti, e non per i peones, potrà adottarsi ancora (d’altronde non c’è due senza tre) nella forma della legge costituzionale. Significa che verrebbe esposto all’alea di un referendum prima d’entrare in vigore, con tutti i rischi politici del caso. Secondo: si riscrive il Lodo e lo si estende anche ai peones. In questo caso la legge ordinaria sarebbe sufficiente; chissà se basteranno invece i pomodori.

La Stampa, 6 ottobre 2009

1 Commento

  1. giovanna dice

    Ho trovato sul sito di Repubblica questo articolo e ve lo propongo perchè potrebbe essere prevedibile una “soluzione” di questo tipo

    Circola una “schedina” con gli orientamenti di voto
    Cinque giudici per il sì, sette per il no, tre incerti. La scelta di questi ultimi sarà decisiva
    L’ipotesi di un compromesso
    legge salva ma con ritocchi
    di LIANA MILELLA

    ROMA – Ecco l’elenco, ecco i nomi. Circolano tra le mani dei cronisti e tra quelle dei parlamentari. Chi potrebbe votare oggi per la bocciatura del lodo, chi invece è orientato ad approvarlo, chi è incerto e non vedrebbe male una bocciatura a metà. Il lodo salvato nell’impianto ma stagliuzzato, ridimensionato, reso monco. Ma comunque ancora applicabile. Un finale di partita che nel centrodestra viene ormai data per sicura, che ha forti sponsor alla Corte, che non spiacerebbe a Napolitano perché eviterebbe un nuovo, grave scontro istituzionale, e non sconfesserebbe la firma messa sotto il lodo il 23 luglio 2008.

    La battaglia è tutta appesa agli incerti. Vorrebbero bocciare il lodo il presidente Francesco Amirante, il vice Ugo De Siervo, il relatore Franco Gallo, e poi Sabino Cassese, Alessandro Criscuolo, Giuseppe Tesauro, Gaetano Silvestri. Vogliono salvarlo comunque Luigi Mazzella, Paolo Maria Napolitano, Giuseppe Frigo, Alfio Finocchiaro, Alfonso Quaranta. Sono dubbiosi Paolo Maddalema, Maria Rita Saulle, Paolo Grossi. Elenchi che non s’erano mai visti e testimoniano il grande peso della decisione, ma che valgono come un calcolo ipotetico perché nessuno li ha spuntati intervistando apertamente un giudice dopo l’altro giudice. Ma esistono e se ne dà notizia.

    Comunque un riscontro di quanto sia forte la battaglia. Cominciata ieri sera in sordina alle 17 e 20, quando i giudici si sono ritirati in camera di consiglio. Una nuova relazione del relatore Gallo, la necessità di sgombrare il campo dalle cosiddette questioni preliminari, a cominciare dall’ammissibilità dei ricorsi della procura di Milano (Mills e diritti tv) e del gip di Roma (compravendita dei senatori per far cadere Prodi). Quest’ultimo rischierebbe perché il lodo prevede di bloccare processi che sono al dibattimento, mentre quello è ancora in una fase precedente.

    Poi ecco i giudici subito divisi, nel primo giro di tavolo, sulla necessità di approvare il lodo con legge costituzionale. È il passaggio più delicato, se nella squadra dei sette passasse qualche incerto, il lodo sarebbe condannato a morte. Ma chi spinge per salvarlo ha già cominciato a battersi per accantonare la necessità del rango costituzionale per sollevare vizi e anomalie soltanto parziali. Qualcosa di troppo che il lodo concede alle alte cariche, i reati tutti inclusi, l’assenza di un filtro che renda l’applicazione del lodo non così automatica com’è oggi.

    Era forte ieri alla Corte il partito del rinvio. Non decidere oggi ma la prossima settimana, magari l’altra ancora. C’è chi ha rinviato appuntamenti e ha sostenuto che la Consulta doveva mettersi in una zona di assoluta salvaguardia rispetto alla bagarre per la sentenza civile sui 750 milioni alla Cir. “Evitiamo di finire anche noi nel tritacarne di chi accusa i giudici d’essere politicizzati. Comunque vada a finire, anche una bocciatura parziale potrebbe essere letta come il frutto di una strategia anti Berlusconi”. Ma il partito di chi vuole fare in fretta ieri sera è prevalso. La discussione è partita e oggi, salvo improvvise sorprese, si chiuderà. Forse con una complicata sentenza che smonta una parte solo un pezzo del lodo.

I commenti sono chiusi.