partito democratico

«E ora le primarie. Candidati in campo»

Sala piena e tanti applausi per gli interventi dei tre candidati alla segreteria del Pd (nonché qualche coro), i messaggi di Giorgio Napolitano, Romano Prodi, Walter Veltroni e l’elezione delle Commissioni Statuto e Codice Etico. Sono stati gli ingredienti della prima Convenzione Nazionale del PD. Uno dopo l’altro, in base ai voti ottenuti dalla rispettiva mozione, sono intervenuti Pierluigi Bersani, Dario Franceschini,Ignazio Marino. Finora il confronto tra i tre è stato solo a distanza, adesso invece la sfida entra nel vivo. L’obiettivo è il 25 ottobre: vincere le primarie.

Poco dopo il saluto della presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro, la platea della Convenzione del Pd ha osservato un minuto di silenzio in ricordo delle vittime dell’alluvione nel messinese. L’assemblea è proseguita con l’inno di Mameli.

La Finocchiaro ha dato lettura ai presenti dei messaggi inviati dal Romano Prodi e Walter Veltroni e ha voluto rivolgere un saluto al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano.
“Come sempre e’ stato dai tempi dell’Ulivo – scrive Prodi – voglio essere con voi in questo momento. Abbiamo bisogno di un Pd forte perchè abbiamo la responsabilità di risvegliare l’Italia. Il Pd deve radunare le forze e vigilare perchè si operi sempre nel rispetto della Costituzione difendendo i suoi garanti a partire dal presidente della Repubblica e dalla Corte Costituzionale”.

L’ex segretario Walter Veltroni invece ha scritto: “Vi auguro buon lavoro e rivolgo un augurio a tutti noi perchè da questo percorso esca rafforzato il Pd che con il sostegno di centinaia di migliaia di persone abbiamo fatto nascere come grande speranza”.

Accolta da applausi e strette di mano Rosy Bindi, aggredita verbalmente da Berlusconi e divenuta uno dei simboli della “resistenza” delle donne alla tracotanza del premier. In vendita su un banchetto le magliette con la sua frase “non sono una donna a sua disposizione”.

C’è stato poi il messaggio di risposta del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: “Ringrazio vivamente il congresso del Partito Democratico per il saluto rivoltomi e auspico il più ampio consenso tra le forze politiche per un sereno svolgimento della vita istituzionale nel Paese”.

Il primo a prendere la parola è stato poi Pier Luigi Bersani, seconodo il quale il Pd deve saper “riaprire il cantiere dell’Ulivo, promuovendo ampie alleanze democratiche in vista delle regionali”. Poi ha illustrato il proprio programma indicando tre cose da fare: rinnovare e rafforzare noi stessi; riaprire il cantiere dell’Ulivo con movimenti politici e civici disposti al dialogo con noi; lavorare ad un quadro ampio di alleanze politiche. “Noi non vogliamo fare da soli – ha continuato – né ci immaginiamo da soli nel futuro. Chi pensasse di fare da solo lucrando qualcosa dalla divisione delle forze di opposizione se ne prenderebbe la responsabilità. Penso anzi che dobbiamo proporre già con il nostro congresso ampie alleanze democratiche e di progresso per le prossime elezioni ragionali”.

Se Dario Franceschini sarà rieletto segretario del Pd chiamerà a collaborare Pier Luigi Bersani e Ignazio Marino. Lo ha detto parlando alla convenzione del partito, dopo aver chiesto agli altri candidati un impegno comune per dare due garanzie agli elettori democratici: “Chiunque sarà eletto dal giorno dopo avrà il sostegno leale degli altri.Bisogna restare uniti! Se io non sarò rieletto farò così. Secondo, se sarò rieletto segretario le prime due persone che chiamerò a lavorare con me saranno Bersani per le sue competenze economiche e Marino per le sue competenze scientifiche. Poi ha attaccato Berluscono ier pe offese a Bindi, definendolo ominicchio.

Nel suo intervento Ignazio Marino ha chiarito alcune posizioni: “Il mio ruolo, qualunque sarà il risultato del congresso, è quello di contribuire a un rinnovamento radicale. Siamo qui per affermare che noi ci siamo e ci saremo, con una identità finalmente chiara e un segretario forte del voto di milioni di cittadini”, ha proseguito Marino. Per il candidato alla segreteria, la vera questione sono i contenuti e per questo bisogna dare risposte chiare e nette. Marino ha esortato a “dire senza esitare che adottiamo la laicità come metodo irrinunciabile, che siamo per i diritti, dalla parte delle donne, per il no al nucleare, per un ricambio condiviso della classe dirigente, che è indispensabile”.

Dopo gli interventi dei 3 candidati sono stati eletti i 40 componenti della Commissione Statuto ed i 20 componenti della Commissione Codice Etico.

L’intervento di Bersani (sintesi).

L’intervento di Franceschini (sintesi).

L’intervento di Ignazio Marino (sintesi)

Di seguito i link alle pagine dei 3 candidati alla segreteria con i video degli interventi, i testi delle mozioni, l’agenda e altre informazioni:

Pierluigi Bersani

Dario Franceschini

Ignazio Marino

da www.partitodemocratico.it

******

«Pd, le parole dei tre candidati. Crisi economica, democrazia, rinnovamento», di Francesco Costa

Vuoi per il luogo difficilmente raggiungibile che ha scoraggiato simpatizzanti e curiosi, tenendo alla larga i contestatori dell’assemblea che elesse Franceschini a febbraio, vuoi per la formula light che ha visto salire sul podio solo i tre candidati alla segreteria, l’impressione largamente condivisa è che si sia trattato di un congresso in tono minore. I tre candidati hanno preso la parola secondo l’ordine di presentazione delle rispettive mozioni, rivolgendosi alla platea per quaranta minuti ciascuno. Una formula ben diversa dai congressi di Ds e Margherita, che ospitavano giorni di discussione e davano la possibilità di votare ordini del giorno e mozioni tematiche. Se la presentazione di documenti programmatici era impedita dalla natura della convenzione (lo statuto prevede che l’organo sovrano, in questo senso, sia l’assemblea eletta dalle primarie), sembra che con la decisione di far parlare soltanto i candidati si sia voluto evitare il rischio che uno o più big oscurassero i candidati, nonché scongiurare un nuovo «caso Serracchiani», un intervento inaspettato che trascinasse la platea attaccando la dirigenza, magari approfittando delle recenti polemiche sulla presenza in aula dei parlamentari del Pd durante le votazioni sullo scudo fiscale.

Con la sobrietà e il rigore che ne fanno ormai il marchio di fabbrica, Pierluigi Bersani ha dedicato molta attenzione alle ricadute della crisi economica sui ceti più poveri. «La priorità assoluta e immediata è quella di portare risorse sui redditi medio-bassi, su chi sta perdendo il lavoro, su chi ha superato la soglia di povertà». Poi un nuovo patto economico con le piccole imprese, investimenti su scuola e università, riqualificazione del sistema sanitario, passando per il punto di forza dell’attività di governo di Bersani: la lotta alle corporazioni. «È tempo di un’offensiva liberale per aprire mercati regolati in molti settori dell’economia oggi strozzati da sistemi corporativi». Molto significativa la riflessione sul problema del populismo. «È penetrato in profondità», ha sostenuto l’ex ministro, «il progressivo indebolimento di ogni istituto di mediazione tra popolo e governo, l’idea che il consenso debba prevalere sulle regole». In chiusura, un riferimento al “senso” da trovare a questa storia, come recita lo slogan della sua campagna: «Se ti metti dalla parte dei deboli, dei subordinati, di chi lavora, di chi produce, puoi fare una società migliore per tutti».

Dario Franceschini ha fatto sicuramente il discorso più applaudito, sebbene solo il 37 per cento dei delegati fosse appartenente alla sua mozione. Il segretario uscente è stato l’unico dei tre a parlare a braccio, facendosi guidare da una scaletta preparata a casa durante la giornata di ieri. In apertura, una mano tesa ai suoi sfidanti: «Se il 25 ottobre avrò la fortuna di restare segretario, le prime due persone che chiamerò a lavorare con me saranno Bersani per le sue competenze economiche e Marino per le sue competenze scientifiche». Poi un passaggio applauditissimo sugli attacchi del premier alle istituzioni, e una grande difesa delle primarie, con una stoccata a Massimo D’Alema: «Sono stati proprio gli iscritti a chiedere il coinvolgimento degli elettori: i primi a rispettare il risultato saranno proprio gli iscritti che amano questo partito indipendentemente da chi sarà chiamato a guidarlo. Se sarò eletto non toglierò mai le primarie per la scelta del segretario». Molto chiaro sulle alleanze – «Non vorrei che il contrasto alla vocazione maggioritaria ci porti a diventare un partito a vocazione minoritaria» – anche Franceschini ha dedicato grande attenzione ai temi sociali .«La scelta più colpevole di questo governo è stata quella di aver pensato di affrontare la crisi occultandola, senza mettere in campo misure per affrontarla».

L’outsider, Ignazio Marino, ha scandito il suo discorso attraverso diverse citazioni, da Tocqueville al cardinale Martini, da Che Guevara a John Fitzgerald Kennedy, da Anthony Giddens ad Aldo Moro. «Qualunque sarà il risultato del congresso», ha detto il senatore del Pd, «il mio ruolo è quello di contribuire a un rinnovamento radicale». A cominciare dai segmenti più compromessi della classe dirigente del partito. «Possiamo continuare ad accettare che le classi dirigenti di alcune regioni del sud, che non si sono mostrate all’altezza del loro mandato, siano ancora considerate come forze di riferimento irrinunciabili? Io credo che l’antipolitica sia da contrastare», ha concluso Marino, «ma dobbiamo iniziare da noi». L’accento sul rinnovamento viene replicato anche nell’analisi delle misure da adottare per rilanciare occupazione e opportunità. «In Italia più si invecchia più si guadagna, mentre in tutti gli altri paesi europei e occidentali la curva del reddito segue la naturale produttività della vita». A conferma della qualità del suo intervento, gli applausi che Marino ha raccolto da moltissimi delegati, sicuramente molti di più di quel 7 per cento di sostenitori della sua mozione.

Conclusi i tre discorsi, qualche comunicazione organizzativa e tutti a casa: la sala si svuota di nuovo, i pullman si riempiono, i delegati tornano a casa portando con sé volantini, adesivi e bandiere in vista del 25 ottobre. Il giorno in cui si deciderà il nome del terzo segretario in due anni di vita del partito. Con la speranza che stavolta duri un po’ di più.

da www.unita.it

4 Commenti

  1. Giuseppe dice

    Dal sito di Francesco Costa http://www.francescocosta.net

    Qualcuno non ha preso granché bene il fatto che ieri Franceschini abbia schiantato Bersani. Lo capisco, siamo in campagna congressuale, ci può stare. Ma bisognerebbe fare lo sforzo di inventarsi risposte migliori di quelle sciocche e biliose utilizzate finora. Dire che Franceschini «aveva la claque» vuol dire farsi ridere dietro, visto che in sala potevano entrare solo i delegati – di questi solo il 37 per cento era in quota segretario – più ottanta invitati per mozione, e soprattutto visto che tutti i presenti sanno che durante moltissimi passaggi – tra cui i più apprezzati, vedi quello sull’essere anti-italiani o la risposta alla sciagurata intervista di D’Alema al Riformista, vedi alla voce «picconare la ditta» – gli applausi venivano dall’intera platea. Dire «era solo un comizio», invece, è talmente ridicolo che è quasi tenero. Vuol dire che Bersani non si era accorto di non essere ancora stato eletto segretario? Oppure vuol dire che se Bersani avesse voluto «fare un comizio» avrebbe trascinato l’intera sala tra applausi scroscianti? Non è che Franceschini ha fatto un comizio e Bersani no: è che il comizio di Bersani era brutto. Poi, per carità, Bersani ha altre doti e ci sono cose più importanti: abbiamo già avuto un leader che biascica e annoia a morte persino i suoi stessi sostenitori, se pensiamo sia il caso possiamo averne un altro. Basta dirlo.

  2. Agata dice

    Ho seguito la convenzione su youdem. Possiamo pensarla come vogliamo, ma ieri Franceschini è stato certamente il più convincente, il più politico. Mi spiace che qualcuno pensi che gli applausi venissero da una claque: erano sinceri, soprattutto quelli tributati dai delegati della mozione Bersani.
    Il pasaggio su D’Alema è stata una vera pennellata alla Pinturicchio.
    “Vorrei dire a Massimo D’Alema che i primi a rispettare l’esito delle primarie saranno gli iscritti che continueranno ad amare il partito indipendentemente da chi vince.”. Non male, non male…

  3. La redazione dice

    Il partito e gli elettori”, di Curzio Maltese

    Voglio trovare un senso a tante cose, canta il Vasco Rossi imitato da Bersani. Ma un senso il congresso del Pd finora non l’ha avuto. Restano due settimane per recuperarne uno e convincere almeno due milioni d’italiani a partecipare col voto alle primarie. Sarebbe un duro colpo a Berlusconi, che ne ha ricevuti tanti in questi mesi, mai però dal Pd.

    Con tutto quello che succede, chi si ricordava della corsa alla segreteria del Pd? Perfino ieri, nel giorno della convenzione, la scena è stata rubata dal Cavaliere. Le aperture dei telegiornali fotografano una lotta impari. Da un lato, un Berlusconi alla spallata finale, in guerra aperta con la Costituzione, la Consulta e il Presidente della Repubblica, deciso a spianare la magistratura indipendente e la stampa libera, magari anche estera. Dall’altra tre gentili signori, Bersani, Franceschini, Marino, che dibattono di forme partito, alleanze e statuti interni. Oppure di quanto sarebbe stato meglio fare una legge sul conflitto d’interessi, dieci anni fa. O ancora se l’anti-berlusconismo e lo spirito anti-italiano siano due cose diverse, come ormai in molti cominciano a sospettare.

    Questa è l’immagine che il principale partito d’opposizione ha dato al Paese, non da oggi. Una totale incapacità di cogliere la crisi nazionale e internazionale del berlusconismo. Restano due settimane, da qui alle primarie, per ripartire all’attacco. È quanto chiedono gli elettori. Ed era quanto chiedeva ieri l’assemblea democratica alle porte di Roma. Fra i candidati, l’unico a capirlo è stato Dario Franceschini. L’unico che ha scaldato la platea.

    Il compito del segretario uscente era più facile. Pierluigi Bersani ha già vinto la corsa, con ampio margine di voti fra gli iscritti, ed è favorito nei sondaggi. Il suo discorso è stato cauto, solido, di buon senso, appunto bersaniano. Il punto di forza sono le alleanze, la riapertura del “cantiere dell’Ulivo”. Qui Bersani è assai più convincente di Franceschini. La vocazione maggioritaria del Pd, col 26 per cento dei voti, è andata a farsi benedire. La storia di quindici anni insegna che, alla fine, il centrosinistra ha vinto nelle due uniche occasioni in cui s’è presentato unito e perso sempre quand’era diviso. Per il resto, il vincitore designato non ha saputo trovare un argomento o un tono adatti a scatenare la sua assemblea, che non aspettava altro.

    Il “comizio domenicale” di Franceschini, come l’hanno definito con disprezzo i dalemiani, è stato quindi una liberazione. Lo sconfitto designato ha potuto giocarsi le carte proibite all’avversario. L’appello al popolo delle primarie, perché rovesci il risultato degli iscritti. Il rinnovamento del partito e il cielo sa quanto ce ne sarebbe bisogno in un partito dove le facce sono le stesse da vent’anni. Infine, ma certo non ultimo, l’anti-berlusconismo. Per meglio dire, quello che perfino nel Pd si accetta di definire anti-berlusconismo e che consisterebbe in realtà nel fare il proprio mestiere di opposizione con più coraggio e grinta. Franceschini, rispetto a Bersani e anche a un Ignazio Marino in versione moderata, ha fatto nomi e cognomi. Soprattutto uno, Massimo D’Alema, il grande elettore di Bersani. Trattato come il vero vincitore del congresso e il vero padrone di casa. Non del tutto a torto, com’era dimostrato simbolicamente dall’assenza alla convenzione dei tre rivali storici di D’Alema: Romano Prodi, Walter Veltroni, Francesco Rutelli.

    Con questi argomenti Franceschini spera di rovesciare in due settimane il responso degli iscritti. Impresa difficile, ma non impossibile. I venti punti di distacco in percentuale della sua mozione, in termini reali, si riducono a 84 mila voti di distacco da Bersani. Ma nella campagna elettorale “sul territorio”, secondo la formula un po’ bolsa, insomma in giro per l’Italia, Bersani sarà assai più efficace di quanto sia parso davanti all’assemblea democratica. Chiunque vinca, ha davanti un compito difficile. All’interno di un partito da ripulire a fondo. Un partito dove oggi la Calabria ha più iscritti della Lombardia, Napoli e provincia contano il doppio dell’intero Nord-Est. Ma ancor di più all’esterno, nella tanto evocata Italia reale, dove la voce del maggior partito dell’opposizione suona flebile e confusa, sovrastata dal clamore berlusconiano e non solo.

    La Repubblica, 12 ottobre 2009

  4. «E la platea bersaniana a sorpresa applaudì Franceschini», di Mariagrazia Gerina

    Cani randagi, senza più i “re magi” della canzone di Jovanotti, fanno la guardia alle pozzanghere e al cemento. Case nel nulla. Strade non finite. E l’Hotel Marriott che dalla Roma-Fiunicino si staglia con la sua stecca inconfondibile di mattoni rossi speculare al centro direzionale Alitalia. La scelta della location ha voluto che passasse di qui la corsa per la segreteria nazionale del Pd. In coda davanti all’ingresso auto, bus e anche un camion della spazzatura.

    «Attendiamo ancora dieci minuti, ci sono due pullman che stanno arrivando da Termini», prende tempo Anna Finocchiaro, mentre delegati, invitati, staff e stampa si accalcano, nemmeno troppo, nella hall dell’albergone, per gli accrediti. «Un rito assolutamente inutile, visto che non dovremo votare un bel nulla, perché i candidati sono già tre e si sapeva da un pezzo, speriamo bene, perché a volte le cose inutili sono anche dannose», osserva scettico Marco Minniti, che, con Achille Passoni, nella sala ancora vuota si va a scegliere un posto in fondo a destra. Da dove osservare alla scena.

    Niente voto. Niente dibattito, anche quello cassato all’unanimità. Alcune assenze che contano: Prodi e Veltroni, Francesco Rutelli e Paola Binetti. Persino Debora Serracchiani, star degli iscritti, non si fa vedere in platea. Ma la sala alla fine si riempie: 920 delegati su 1000, con il cartellino verde al collo, 80 invitati per mozione e uno sciame di oltre 300 cartellini fucsia per la stampa. Una prima fila che schiera uno accanto all’altro Bettini, Reichlin, Latorre, Zanda, Bindi, Marini, Fassino e Fioroni.

    L’imprevisto, però, in questo residuo di congresso vecchio stile, piazzato tra la consultazione degli iscritti e la prova del nove delle primarie, prende corpo quando sul palco sale Franceschini, che, come da copione, parla per secondo, dopo Bersani, e la platea che doveva essere una “prevalentemente” bersaniana, a sorpresa, si ritrova ad applaudire il segretario in carica Dario Franceschini.

    «È comunque il nostro segretario, noi abbiamo la maggioranza, ma se dovesse vincere lui nessuna tragedia, al di là della mozione le idee infondo sono le stesse», spiega il delegato Fabio Ligonzo, 32 anni, di Taranto, che da bersaniano di base smentisce le previsioni più cupe casomai le primarie dovessero rovesciare il risultato del voto degli iscritti. E applaude mentre Franceschini scandisce: «Non toglierò mai al popolo delle primarie il diritto di eleggere il suo segretario… I primi a rispettare il risultato saranno proprio gli iscritti che amano questo partito indipendentemente da chi sarà chiamato a guidarlo».

    Parecchi delegati più avanti, in prima fila, D’Alema ascolta gelido il doppio messaggio che viene dal palco e dalla platea. Mentre gli applausi continuano. «È la classica claque democristiana, loro sono specialisti». «Sono i pullman di Fioroni», minimizzano i suoi. E il discorso di Franceschini? «Bersani ha fatto un discorso molto serio, rivolto al paese, con una serenità che lo propone come persona attorno a cui ricostruire una prospettiva per il Pd e per l’Italia, lavoreremo perché le primarie diano forza all’unico progetto del Pd che si è ascoltato in questa sala», replica tetragono D’Alema.

    «Si sa che le minoranze sono sempre più chiassose», liquida la questione Rosy Bindi, che distribuisce magliette fatte in casa con la scritta “Presidente, non sono una donna a sua disposizione”. E per oggi si accontenta della popolarità da lei personalmente riscossa. «Scusa Rosi la fai una foto con noi?», la insegue un gruppo di fans democratiche. «Con sette parole, una dirigente di questo partito – le rende omaggio Anna Finocchiaro Rosy Bindi, ha dato all’Italia il senso del valore della dignità che tutto il Pd riconosce e garantisce alle donne italiane». «Rosy sei tutti noi», scandisce Bersani. Mentre persino l’avversario Franceschini la incorona regina dell’anti-berlusconismo.

    «Non sarà che D’Alema sbaglia a pensare che Franceschini sia incommensurabilmente meno credibile di Bersani?», gongola Mario Adinolfi, uno di quelli che da dietro le quinte suggeriva al segretario in carica un discorso aggressivo. «Franceschini ha azzeccato i toni e i temi e se questa platea lo ha applaudito così chissà che succederà alle primarie? Bersani è stato moscio e monotono, mentre parlava ho scritto questo messaggio su twitter: i cuori non palpitano, le menti si arrovellano, le palpebre faticano».

    «Macché, Bersani è semplicemente l’unico che ha fatto una relazione da segretario di partito, un discorso denso, programmatico, gli altri hanno fatto un comizio per prendere applausi sono già in campagna elettorale», smentisce il dalemiano Matteo Orfini: «Gli applausi di oggi con le primarie non c’entrano nulla: le primarie stanno diventando una grande manifestazione in risposta a Berlusconi e la gente vuole un’alternativa credibile non uno che strappa gli applausi al comizio».

    «Ma Bersani ha sbagliato, ha fatto un discorso grigio, si è tenuto lontano dai conflitti che però sono reali, mentre sia Marino che Franceschini si sono già rivolti al popolo delle primarie e Franceschini in particolare ha avuto il coraggio di affrontare di petto D’Alema», insiste dalla sponda franceschiniana Stefano Ceccanti, mentre la platea sembra riservare anche al terzo candidato Ignazio Marino più applausi che a Bersani.

    «Benissimo Franceschini, bene Marino, discorso legnosissimo di Bersani», scandisce, in modo non imparziale ovviamente, l’applausometro di Oleg Curci, soddisfatto da ex piombino di sentire nei discorsi del suo candidato (Franceschini) gli echi della campagna elettorale di Marino.

    «Al netto della claque organizzata, Franceschini ha fatto un discorso più coinvolgente, tutto modulato però sul programma di Marino», ironizza Luca Iozzino, 31 anni, agente di commercio e delegato accorso a sostegno della terza mozione. «Franceschini ha visto che gli toglievamo voti e ha sterzato aderendo alla mozione Marino.. Peccato che la sua mozione dica cose diverse… E poi quel passaggio sui diritti civili è sembrato un po’ incerto, ha detto che è d’accordo però bisogna rispettare le diversità di tutti, sottointeso anche quella della Binetti: sembra il ma-anche di Veltroni… », osserva mentre Marino dal palco scandisce: – «I nostri militanti non hanno idee così diverse tra loro, sono i gruppi dirigenti che litigano e che mostrano divisioni che nulla hanno a che vedere con ciò che crediamo e molto a che vedere con le posizioni che ricoprono». Anche per questo forse non gli sono piaciuti quegli echi di laicità spuntati nel discorso di Franceschini. «Perché la sua mozione non dice la stessa cosa?». Accordi all’orizzonte? «Assolutamente no».
    da http://www.unita.it

I commenti sono chiusi.