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“Le mani dei manager sugli atenei. Ecco la riforma targata Gelmini”, di Maristella Iervasi

Ricercatori solo a tempo, nel limbo l’attuale precariato. Senato accademico svuotato di poteri effettivi e studenti “infilati” ovunque, ma solo come operazione di facciata. Test di accesso persino per le borse di studio per il merito, un fondo a cura dell’Economia e non dal Miur.
Riscrittura degli Statuti, pena il commissariamento e ore dei prof certificate e verificate. Ecco la riforma della Gelmini. Meno democrazia e più potere al Cda con l’ingresso delle aziende private e ai rettori. E la protesta dell’Onda è già dietro l’angolo. Un disegno di legge di riforma in 15 articoli che dopo il via libera del Consiglio dei ministri comincerà il suo iter al Senato, affinché il ddl Aprea sull’istruzione in fondazione possa avere una corsia privilegiata.
NUOVI STATUTI O COMMISSARIAMENTO
Entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge le università statali dovranno modificare i propri statuti, rispettanto vincoli e criteri: ridurre le
facoltà, massimo 12 negli Atenei più grandi e i dipartimenti. Le università vicine possono federarsi. E ancora: personale esterno nei nuclei di valutazione, snellire i componenti del Senato accademico e dei Cda. Se la governance non verrà rivista, 3 mesi di deroga, poi il commissariamento.
CDA CON DENTRO I PRIVATI
Sarà aperto al territorio, enti locali e mondo produttivo il consiglio di amministrazione. Attribuzione al Consiglio di amministrazione delle funzioni di indirizzo strategico, competenze sull’attivazione o soppressione di corsi e sedi. Il Cda sarà composto di 11 componenti, incluso il rettore e una rappresentenza elettiva degli
studenti. Il mandato sarà di 4 anni, quello degli studenti solo biennale. Scompare la figura del direttore amministrativo e subentra quella del direttore generale con compiti di gestione e organizzazione dei serviti, Un vero manager. Il Cda non sarà elettivo, ma fortemente responsabilizzato e competente, con il 40% di membri esterni. Il presidente del cda potrà essere esterno. Il direttore generale avrà compiti di grande responsabilità e dovrà rispondere delle sue scelte, come un vero e proprio manager dell’ateneo.
FONDO PER IL MERITO
Istituito presso il ministero dell’Economia (e non dell’Istruzione) il fondo per «sviluppare l’eccellenza e il merito dei migliori studenti». La gestione è affidata a Consap Spa. Erogherà borse e buoni ma non a pioggia: per accedere bisognerà partecipare a test nazionali.
RECLUTAMENTO PROF.
Per i docenti arriva l’abilitazione nazionale di durata quadriennale assegnata sulla base delle pubblicazioni da una commissione sorteggiata tra esperti nazionali e internazionali. Solo chi ha l’abilitazione può partecipare ai concorsi di Ateneo che avverranno sulla base di titoli e del curriculum con i bandi pubblicati anche sul sito della Ue e del Miur.
RICERCATORI SOLO A TEMPO
Niente più concorsi per i ricercatori a tempo indeterminato. Solo contratti a termine di 3 anni rinnovabili con selezioni pubbliche. Dopo il 3 ̊ anno lo studioso può essere chiamato dall’Ateneo per un posto docente.
BILANCI TRASPARENTI
Verrà introdotta una contabilità economico-patrimoniale uniforme, secondo criteri nazionali concordati tra i ministeri dell’Istruzione e del Tesoro. Debiti e crediti saranno resi più chiari nel bilancio. È previsto il commissariamento per gli atenei in dissesto finanziario.

L’Unità, 29 ottobre 2009

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Segnaliamo sull’argomento anche questi due articoli, sempre presi dall’Unità di oggi

Largo ai privati, decideranno su tutto

Senza soldi non si canta la Messa, è il detto. E senza soldi la decantata riforma dell’Università varata ieri andrà da nessuna parte, introduce pesantemente nella gestione il ministero dell’Economia, senza che sia chiaramente definito il margine di competenze, rispetto a quelle del ministero dell’Istruzione, Università e ricerca. Il rischio vero è che si riduca l’autonomia universitaria, dal momento che sono aperte le porte all’ingresso di privati nei consigli di amministrazione. E nella foga propagandistica di ridurre i corsi universitari, si limita a dodici il numero di facoltà sia negli atenei delle grandi città che in quelli più periferici con meno iscritti.
Secondo Rino Falcone, ricercatore dell’Istituto Scienze e tecnologie cognitive del Cnr, membro del coordinamento dell’Osservatorio della Ricerca, già collaboratore del ministro Fabio Mussi, ci sono parecchi punti di criticità nella riforma Gelmini (o meglio, Gelmini-Tremonti, con relativi complimenti paternalistici del secondo ai «giovani ministri crescono»). Falcone osserva che sono state raccolte alcune indicazioni dell’ex ministro Mussi: il codice etico che eviti i passaggi di cattedre per via parentale e l’incompatibilità per conflitto d’interessi; il mandato temporaneo per i rettori (non più di due per un massimo di otto anni); la riduzione dei settori scientifico-disciplinari. E, nonostante Mariastel-la Gelmini inizialmente aveva detto di non volerla adottare, è stata varata l’Agenzia di valutazione (introdotta da Mussi con un decreto poi convertito in legge) per la valutazione delle università e degli enti di ricerca, la cui attuazione richiede tempi molto lunghi, e finanziamenti.
I punti critici: «la messa sotto tutela del ministero dell’Univerità e ricerca rispetto al ministero dell’Economia», osserva Falcone, «che dovrà autorizzare molti interventi», quindi si prevede un’influenza forte del Tesoro sulla vita degli atenei, al di là delle competenze di spesa. E basti pensare ai tagli sui precari attuati nella scuola da Gelmini per conto di Tremonti.
Atenei privatizzati. Un punto «preoccupante», secondo Falcone è «la possibilità che si offre ai privati di contribuire significativamente alle decisioni strategiche delle università con l’ingresso nei Cda di almeno il 40 per cento di esterni con competenze gestionali-amministrative». Il che si tradurrà in un «travaso di poteri» dal Senato accademico ai Cda. Università come aziende, quindi,tanto più con l’ampliata possibilità per gli atenei di trasformarsi in Fondazioni private (prevista per legge l’anno scorso). La porta aperta ai privati dà il via ai tagli di fondi alle università, ed il rischio è «un deterioramento del tessuto di conoscenza del paese», intaccando un sistema che è ancora considerato forte sul piano internazionale, prova nei sia la fuga di cervelli.
Sulle fondazioni, lo storico di destra Franco Cardini scrisse su Il Secolo nel luglio 2008 che tale trasformazione sarebbe stata «il passaggio da una concezione culturale comunitaria a una patrimoniale e privatistica del sapere», da una università di tutti con i suoi limiti a una «costosa università per ricchi», salvando forse alcuni atenei privatizzandoli, ma mandando «a farsi benedire il diritto allo studio: o meglio, lo studio come diritto».
Facoltà superaffollate: La riduzione indifferenziata a 12 facoltà per tutte, sembra scriteriata: avverrà che «La Sapienza» di Roma avrà le stesse 12 facoltà dell’università di Urbino, arrivando, nel caso di Roma, a dei mostri con 600 docenti per facoltà. Dei mega organismi nei quali sarà impossibile prendere qualsiasi decisione collegiale.
Ricercatori: se l’introduzione della «tenure track» (tre anni di contratto e un rinnovo di tre anni previo seconda valutazione, e poi l’eventuale assunzione come professore associato) allinea l’Italia agli altri paesi, secondo Falcone un altro punto critico può venire dalla «duplicazione delle modalità di reclutamento». Ovvero, se parallelamente resta in vigore l’attuale sistema, il concorso sulla base dell’abilitazione nazionale, ci sarà una pericolosa duplicazione di sistemi. E permane il rischio dell’ingresso pilotato previo raccomandazioni e favoritismi.
Insomma, la riforma al momento è solo abbozzata, lo stesso testo completo non è reperibile, al di là della «copertina» illustrata nel Consiglio dei ministri, e bisogna vedere cosa succederà con i decreti attuativi. Ma, nell’insieme, ne risulta una «chiara riduzione dell’autonomia universitaria, e uno schema più dirigista» degli atenei stessi, conclude Falcone.

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“L’università? Una faccenda privata”, di Paolo Bertinetti

Il disegno di legge sull’Università presentato ieri in consiglio dei Ministri nasce dall’assenza di un serio confronto con il mondo universitario, tranne forse con qualche Rettore ben felice di dare il consenso a una legge che prevede maggiori poteri per i Rettori stessi. Una parte del disegno di legge riguarda gli organi di governo dell’Università: meno cariche elettive, più nomine dall’alto, più esterni a valutare e ad amministrare, meno “logica pubblica” e più intervento privato. Ma curiosamente le università private (in realtà tutte lautamente sovvenzionate dallo Stato) sono escluse dalla legge: potranno continuare a fare quel che loro pare. L’idea che sta dietro al disegno di legge, all’insegna di “più banche e meno democrazia”, è che l’Università come servizio pubblico venga smantellata. La parte restante sembra essere stata pensata da persone che non hanno la minima esperienza pratica di gestione dell’attività universitaria a livello decisionale. Si prevede, ad esempio, che i corsi di laurea facciano capo non più alle Facoltà ma ai Dipartimenti. I Dipartimenti esistenti, che nei settori umanistici spesso non rispondono a criteri e raggruppamenti scientifici affini, quasi mai hanno le caratteristiche e i mezzi organizzativi che consentirebbero loro di gestire la didattica. Infatti, uscite dalla porta, le Facoltà rientrano dalla finestra come organismo amministrativo. La legge, a questo punto, dà i numeri, prevedendo che le Facoltà siano 12 nelle Università con più di 3000 docenti (cioè Roma e Napoli) e 9 se i docenti sono meno di 3000. E perché non 10? E perché il tetto è 3000 e non 2000? E perché si contano i professori e non gli studenti? E soprattutto, perché non dovrebbero valutare la cosa le singole Università, in base alle caratteristiche della loro offerta didattica?
Il massimo della (apparente) incompetenza dei redattori della legge riguarda il reclutamento dei docenti. Si prevede un’abilitazione nazionale seguita dalla chiamata (per “concorsino”) da parte dell’Università locale. Il risultato sarà: o una mascherata promozione ope legis (tutti diventeranno professori) o la creazione di un esercito di illusi, professori di nome, ma che nessuna università chiamerà a prendere servizio. Con la scusa demagogica di bloccare i favoritismi dei baroni, i concorsi sono fermi da quasi quattro anni (mentre centinaia di docenti sono andati e continuano ad andare in pensione). La legge tuttavia pensa ai giovani: infatti potranno diventare titolari di un contratto (preferibilmente senza stipendio) o diventare ricercatori a tempo determinato. I migliori, cioè, andranno all’estero. In realtà l’unico criterio ispiratore della legge è quello stabilito un anno fa dal vero ministro dell’Università, Giulio Tremonti: riduzione della spesa. Non a caso, una delle espressioni più spesso ricorrenti nel testo è: “senza oneri aggiuntivi”.

3 Commenti

  1. ric. pre. dice

    Ma cosa è questa risposta morbida di tutta la sinistra davanti a questa riforma? A parte l’on. proprietaria di questo sito, che da quando è all’opposizione si sta comportando benissimo, tutti gli altri che fanno? Si sono tutti innamorati della Gelmini, che tuttalpiù le rivolgono qualche critica fraterna? Questa riforma è una porcheria criminale e va fermata in tutti i modi. Massacra i precari, abolisce la ricerca e la cultura in Italia se non per quel poco che i baroni estensori ritengono possa esser funzionale alle aziende, creerà una università d’elite nella quale si entrerà solo per censo. E’ quanto di più antitetico possa esistere ad un minimo di idee di sinistra e i cosiddetti commentatori di sinistra trovano che tutto ciò che non va è solo qualche dettaglio? Ma allora hanno ragione quelli di Rifondazione che dicono che in Italia non ci sono più destra e sinistra ma solo due schieramenti imprenditoriali, uno che fa capo a Berlusconi e l’altro a Debenedetti.

  2. Sonia dice

    Oggi fra le tante notizie che ci sono sulla riforma della Università, ho letto Tito Boeri

    La riforma lumaca dell’Università
    C’è voluto un anno e mezzo perché il governo trovasse un accordo al suo interno su di un disegno di legge di riforma dell’università. Il testo finalmente approvato ieri contiene molti principi condivisibili.

    Ma anche una miriade di rinvii a decreti attuativi e a procedure ancora tutte da avviare. Alcuni degli aspetti più importanti e innovativi, quelli relativi al fondo per il diritto allo studio e all’accreditamento (primo passo verso il superamento del valore legale del titolo di studio) vengono demandati all’attuazione di una legge delega. Ci vorranno così almeno altri tre anni prima che la riforma trovi completa attuazione. Saremo a quel punto verso la fine della legislatura, quando il peso delle lobby accademiche si fa sentire di più. Basti pensare a quanto accaduto alla fine della scorsa legislatura quando con il decreto mille deroghe (o mille proroghe) vennero ripristinati i concorsi con due idoneità, la base per i voti di scambio (io voto per il tuo candidato, tu voti per il mio) su cui si sono rette alcune delle più scandalose immissioni in ruolo e promozioni di docenti universitari in Italia. E nel passaggio tra due legislature si contano a centinaia le leggi delega non esercitate, sparite nel nulla.

    Il rischio che anche questa ennesima riforma finisca nel nulla è quindi molto alto. Bene perciò tenere viva l’attenzione e monitorare l’iter parlamentare della riforma.

    Un altro rischio, non minore, è che la riforma, pur varata nei (lunghi) tempi previsti, venga poi stravolta nella sua attuazione. L’accademia è sempre in grado di trovare sotterfugi per tradurre a proprio uso e consumo norme ideate con finalità opposte a quelle con cui vengono alla fine messe in atto.

    Il paradosso è che questa riforma rischia di essere più fragile proprio dove è più innovativa. Perché per attuare i cambiamenti più significativi si affida al dirigismo, concedendo il minimo di autonomia possibile agli atenei. È la filosofia che spinge il legislatore a introdurre una serie di paletti che rischiano di precluderne la stessa approvazione. Pensiamo ad esempio alle modalità di reclutamento dei docenti. Si sceglie di subordinare l’immissione in ruolo ad una valutazione della produzione scientifica, come avviene nelle migliori università del mondo. Il modello tenure-track serve a migliorare la selezione in ingresso ed evita di tenere i ricercatori a lungo in un limbo fatto di basse retribuzioni e tempo sottratto alla ricerca per servigi vari resi ad ordinari e associati. Bene. Anzi benissimo. Ma la legge prescrive che il ricercatore che dopo 6 anni (7 nel caso cambiasse sede) non ricevesse l’abilitazione nazionale non potrà più entrare di ruolo in alcuna università. Perché precludere del tutto a chi ha investito comunque a lungo in una carriera accademica la possibilità di entrare in ruolo in università magari di minore qualità? Oppure si intende dare l’abilitazione a tutti? Notiamo che è la stessa norma, seppur questa volta moderata da un periodo più lungo prima della valutazione, che ha portato all’affossamento della riforma Moratti.

    Se si vuole evitare che vengano messi in ruolo docenti di bassa qualità, non ci si può che affidare agli incentivi dei singoli atenei. Per questo la strada maestra per riformare la nostra università consiste nel modificare davvero i criteri per l’attribuzione dei fondi, spingendo tutte le sedi a fare meglio nella ricerca e nella didattica per sopravvivere. È la strada che ogni governo si ostina a non voler intraprendere. Anche i timidi tentativi compiuti in questa legislatura per modificare i criteri di riparto del fondo di finanziamento ordinario dell’università si sono tradotti nel nulla o poco più. A ben guardare infatti la quota che premia la qualità della ricerca è irrisoria, e il meccanismo è talmente complesso e poco trasparente che non potrà mai spingere le università a fare meglio.

    Un passo in avanti che forse non rimarrà solo sulla carta è quello di velocizzare i processi decisionali all’interno delle università. Ci saranno Consigli di Amministrazione e Senati accademici più snelli di quelli attuali e si eviteranno duplicazioni nelle decisioni. Si cerca anche di dare maggiore importanza nei processi decisionali interni agli atenei agli ambiti in cui effettivamente ci sono maggiori interazioni nelle attività di ricerca. Saranno i dipartimenti e non più le facoltà (che mettono insieme discipline con modalità di ricerca molto diverse fra di loro) a decidere su materie importanti, dal reclutamento all’organizzazione dei corsi. Ma anche qui tutto dipende dagli incentivi che avranno le diverse sedi. Se non c’è lo stimolo a fare ricerca, i rettori chiameranno nei consigli di amministrazione i politici locali replicando il modello delle Asl, anziché invitare persone competenti e non legate a doppio filo alla realtà locale. Insomma l’Università ha bisogno di autonomia e la riforma non può che essere fatta creando le condizioni per cui questa autonomia venga bene esercitata. Le scorciatoie sono attraenti, ma non ci portano lontano.
    La Repubblica 29.10.09

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