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Franceschini: “Non farà la fine mia e di Veltroni”, di Carlo Bertini

«Condivideremo vittorie e sconfitte». Dario Franceschini prende la parola dopo essersi sorbito una ramanzina di Franco Marini che lo ha accusato dal palco di non aver preteso più poltrone per la sua area. Ma, a sorpresa, sfodera un intervento unitario a sostegno del segretario, bocciando la cultura delle logiche di appartenenza. Un fair play in salsa americana che tocca l’apice quando lo sfidante battuto lancia un appello che suona così: se ci saranno delle sconfitte non facciamo a Bersani ciò che è stato fatto a me e prima ancora a Veltroni.

Franceschini, perché a Marini ha risposto «non siamo qui per chiedere posti ma per fare politica»? Sembrava stizzito.
«Penso che uno dei requisiti perché la politica recuperi credibilità è fare dopo il voto quello che ci si era impegnati a fare prima. Ho detto che se avessi vinto avrei chiesto a Bersani e Marino di collaborare alla gestione del partito con il loro contributo di idee e di persone. Avendo vinto Bersani va rispettato l’impegno a dare una mano al nuovo segretario. Gli elettori che mi hanno votato chiedono che alcune posizioni politiche abbiano spazio ed è quello che dobbiamo fare in un clima di unità».

Prima di accettare il ruolo di capogruppo del Pd ha dovuto respingere le obiezioni di chi considera questa scelta una resa dopo la battaglia delle primarie?
«No, anzi. So bene che in base alle regole del secolo scorso un segretario uscente non dovrebbe fare il capogruppo. Ma Bersani mi ha chiesto di condividere la gestione unitaria del partito assumendo quel ruolo e sarebbe stata una contraddizione sottrarmi a questa responsabilità. Comunque saranno i deputati a decidere».

Lei ha perfino detto che le eventuali sconfitte vanno imputate a tutti. Vuole scongiurare quel riflesso recente della sinistra di sacrificare i suoi leader ad ogni scivolone nelle urne?
«Gli errori non vanno ripetuti. Uno dei nostri vizi è sempre stato quello di condividere le vittorie e di buttare sulle spalle di qualcuno le sconfitte e l’ho vissuto su di me in questa esperienza da segretario».

Un mese fa aveva promesso, «se vincerò non torneranno quelli di prima» e ora Bersani vuole creare un ufficio politico con dentro tutti i big, D’Alema in testa. Ha fatto pace con lui dopo le scintille dei giorni delle primarie?
«Fa pace chi fa la guerra. Il Pd può ben consentirsi un confronto di idee, anche con qualche punta di asprezza. Registro che Bersani vuole investire molto sui giovani che è quello che avrei fatto anch’io. Poi si userà la saggezza di quelli che hanno più esperienza».

Sulle alleanze, lei e il segretario avete due posizioni diverse. Come ve la caverete? «Confrontandoci e discutendo per costruire una linea comune. Io ritengo che si debbano produrre alleanze in grado di vincere, cercando intese alle regionali anche con l’Udc. Ma non si deve tornare alla stagione in cui il solo collante era il contrasto con l’avversario. E vediamo se siamo in grado di fare in Parlamento battaglie insieme alle altre forze di opposizione, come verifica della capacità futura di poter governare insieme. Non credo che il Pd abbia bisogno di appaltare a nuovi o vecchi partiti la raccolta del consenso verso il centro o la sinistra. Questo era il senso della vocazione maggioritaria: non l’autosufficienza, ma tendere a un grande partito che attragga consensi in tutte le direzioni».

Molti in platea hanno notato che Bersani non ha mai citato Rutelli. Ha fatto bene o no?
«Lo ha citato indirettamente nella replica. E comunque, bisogna fare tutto il possibile perché nessuno se ne vada, facendo sentire il Pd come casa di tutti. Ma se uno esce il lunedì mattina dopo le primarie, significa che questa decisione era stata presa da mesi e allora bisognava avere il coraggio di dirlo. Insomma, una scelta sbagliata e ingenerosa».

Dica la verità: le è dispiaciuto non vedere Veltroni seduto in prima fila?
«Non c’era fisicamente ma sono sicuro che c’era politicamente e moralmente. E’ venuto a votare alle primarie ed è il fondatore di questo partito».
La Stampa 08.11.09

1 Commento

  1. Graziano Malaguti dice

    Franceschini sta dimostrando una coerenza, tra il dire e il fare, nettamente superiore agli altri. Nel periodo da segretario ha acquisito la capacità di parlare a tutti, che all’inizio sembrava di non avere. Ho visto in diretta su Rainews 24 le conclusioni di Bersani e non mi è piaciuto il suo richiamo a Franceschini, sul partito “multi identitario”, fatto così sa di bacchettata. Le idee sono diverse e solo nel confronto, si può trovare una sintesi. Bersani tende a strafare troppi messaggi è meglio che concentri in pochi messaggi alla volta e li sviluppi, se no le cose importanti che dice, in mezzo alle “lenzuolate”, si perdono. Non capisco il continuo richiamo al popolo di Rete 4 (in prevalenza anziani), ma cosa pensa di fare copiare il modo di comunicare di Rete 4? Non si può cercare di “vendere” ad un pubblico un messaggio copiato e poi dimentica gli altri, il popolo di Italia 1 (in prevalenza giovani) e il popolo della rete, per fare altri due esempi. Il vero futuro è la comunicazione interattiva. Se il Pd capirà la forza della comunicazione interattiva, sfruttando la rete con collegamenti non gerarchici, potremo essere veramente “alternativi” al modo tradizionale di comunicare delle TV generalistiche, dove non mi sembra che siamo vincenti.

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