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Sciopero generale l’11 dicembre

L’assenza nella legge finanziaria di risorse per i rinnovi contrattuali nella scuola, nell’università, nei conservatori e nelle accademie, la riduzione del personale docente e Ata nella scuola, i tagli all’università previsti dalla legge 133 hanno spinto la Flc-Cgil ad indire uno sciopero generale di tutti i settori della conoscenza per il prossimo 11 dicembre. Una data di mobilitazione scelta anche dai sindacati Usi. Tra le motivazioni dello sciopero c’è la mancanza di un piano organico per la stabilizzazione del personale precario nella scuola e il decreto 150 firmato dal ministro Brunetta. Dello sciopero hanno parlato ieri il segretario generale della Flc-Cgil Domenico Pantaleo e la segretaria confederale della Cgil Susanna Camusso al convegno tenutosi all’istituto superiore di sanità di Roma «Ricerca è futuro. Quali politiche per uscire dalla crisi». In un paese come l’Italia in cui gli investimenti in ricerca e sviluppo sono sotto il livello dei paesi avanzati, occorre un drastico aumento delle risorse. Sono stati criticati i criteri seguiti dal governo per le stabilizzazioni negli enti di ricerca, concepite in un quadro di contenimento della spesa. Questa situazione impedisce al Cnr di effettuare le assunzioni previste. È stata rinnovata la priorità del reclutamento a tempo indeterminato nell’università con concorsi banditi regolarmente tramite procedure trasparenti, oltre che un miglioramento delle condizioni retributive. È stata infine posta la necessità di definire politiche industriali all’insegna delle «tecnologie verdi», le nanotecnologie, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, quelle per la gestione dei cambiamenti climatici.

Il Manifesto, 20 novembre 2009

1 Commento

  1. La redazione dice

    “«Per l’Università ci vuole welfare». Intervista a Luciano Gallino”, di Roberto Ciccarelli

    L’università non è riformabile senza tutele sociali per il lavoro precario e un welfare basato sulla continuità di reddito dei singoli. È questa la chiave non corporativa, ma politica, scelta dalla rete dei ricercatori precari romani e dalla Federazione dei lavoratori della conoscenza (Flc) della Cgil per convocare l’assemblea nazionale dell’Onda di oggi pomeriggio alla Sapienza contro il disegno di legge Gelmini sull’università. Una novità che non è sfuggita a Luciano Gallino, sociologo del lavoro tra i più ascoltati in Italia: «Mi pare che sia il segnale di un’accresciuta percezione della situazione che si va determinando nel mondo del lavoro. Moltissimi contratti precari in scadenza non saranno rinnovati, ci sarà un aumento notevole della disoccupazione di lunga durata. Dinanzi a questo, si sta facendo avanti l’idea che occorre un’innovazione radicale dei cosiddetti ammortizzatori sociali, che io chiamerei in maniera più precisa di sostegno al reddito».

    L’appello sottoscritto dall’Onda e dalla Flc dimostra che questa sensibilità si sta affermando anche nella Cgil?
    Mi pare che la Cgil si sia fatta sentire anche più di altre confederazioni sul tema del lavoro precario, indicando i limiti e i problemi. Il passo che andrebbe fatto, e forse queste prime manifestazioni vanno in questa direzione, è che bisognerebbe sfoltire radicalmente il numero dei contratti precari. Il conto è difficile da fare, ma dovremmo essere tra 40 e 45. Un certo numero di contratti non a tempo indeterminato può essere utile al lavoratore quanto all’impresa. Ma, in generale, questi contratti in deroga dovrebbero essere quattro o cinque.

    Quali sono le difficoltà che ha il sindacato con il lavoro precario?
    Il numero dei contratti, come le dicevo. E poi c’è una doppia complicazione: in molte aziende lavorano aziende esterne e molto lavoro interno viene affidato all’esterno. In questo contesto è molto complicato rappresentare gli interessi dei lavoratori giovani, adulti e anziani in tutti i settori produttivi. Il sindacato è nato oltre 150 anni fa forte di una triplice unità: l’unità di tetto degli operai in uno stesso luogo, l’unità di padrone e l’unità di condizione di lavoro. La sua forza era di rappresentare questa unità. Dato che oggi questi tre pezzi sono andati in frantumi, bisogna cercare di tornare verso qualche tipo di unità, sebbene quella di un tempo non possa più essere recuperata.

    Quanto al lavoro nell’università e nella ricerca?
    Ogni valutazione sul lavoro in questi campi deve partire dal fatto che in tutto il mondo diminuiscono i fondi pubblici per la ricerca. È il privato, di norma, a finanziarla. In qualche caso ciò avviene senza imporre fini alla ricerca. In moltissimi altri casi la ricerca finanziata serve a uno specifico tornaconto economico. Il che vuol dire strozzare gran parte della ricerca di base che ha degli orizzonti di tre, cinque, dieci anni. La ricerca che deve fare profitti ha un orizzonte di uno o due anni. È questa la linea sulla quale fare resistenza.

    Quali dovrebbero essere i rapporti tra università e impresa?
    Non bisogna essere manichei ed escludere ogni rapporto tra questi soggetti. Nel caso dei politecnici, il rapporto è vitale anche nella formazione degli studenti. Se un ragazzo spende cinque anni per diventare ingegnere senza contatti con le industrie, nel momento in cui va a lavorare scopre di essere in ritardo di cinque anni. Il discorso però è diverso. Bisogna che l’università ponga dei limiti all’impresa e sappia contrattare. Purtroppo i politici che se ne occupano ritengono che impresa è bello, che i soldi non hanno odore, che è lecito fare ricerca seguendo i dettami delle imprese. Se una volta si parlava di «complesso militare-industriale», la realtà oggi è diversa. C’è il «complesso accademico-industriale» creato dall’enorme attrazione che le multinazionali hanno sui dipartimenti, soprattutto nel mondo anglosassone.

    Non ha l’impressione che negli ultimi 20 anni il tanto evocato rapporto con i privati abbia prodotto in Italia pochi risultati?
    Credo che sia un’impressione corretta. C’è una questione a monte: per fare ricerca bisogna avere obiettivi precisi di ordine generale. La politica industriale in Italia non esiste più da quarant’anni. La ricerca, anche quando la si fa, ha un basso contenuto tecnologico o scientifico. Le domande italiane per i brevetti, spesso interessanti, hanno un contenuto tecnologico modesto perché non c’è alcun governo, ministro o ente che sappia dire se aiutare la ricerca in questa o in un’altra direzione. Se politica industriale significa scegliere dove investire, allora in Italia non c’è mai stata. Siamo ultimi tra i paesi Ocse nella somma degli investimenti pubblici nella ricerca con l’1,1% del Pil. Ci sono eccezioni importanti, non si può negarlo, ma in generale gli investimenti sono maldiretti e sotto il potenziale che il paese potrebbe esprimere.

    Da quanto ha potuto capire dal ddl Gelmini, esiste l’intenzione di correggere questa tendenza?
    È molto difficile capirlo, anche perché si dovrebbe fare un’analisi approfondita degli effetti applicativi del disegno di legge, quando ci saranno. Mi sembra che si resti su linee assai generali e si rinnovino gli inviti a una maggiore collaborazione con l’industria. Questo potrebbe significare un asservimento della ricerca all’industria, come anche l’opposto. Non è chiaro, dunque, in quale direzione il governo voglia andare.

    Lei propone il reddito di base come soluzione per un’economia che dopo la crisi crescerà poco e non produrrà occupazione. Quale ruolo avrebbe in una situazione di generale dequalificazione della formazione come quella italiana?
    Una delle posizioni etico-politiche del reddito di base è rendere gli individui maggiormente liberi dinanzi alle scelte lavorative e, si può presumere, anche alle scelte nel percorso universitario e post-universitario. Se una persona è a reddito zero, cioè se non ha mai avuto un lavoro normalmente retribuito o è un giovane in cerca di una prima occupazione, accetterà qualunque tipo di lavoro. Se, invece, avesse un reddito di base, il cui scopo è tenere le persone al di sopra della soglia di povertà, sarebbe più libero di compiere le sue scelte. Non cercherebbe a tutti i costi uno sbocco lavorativo redditizio. È un po’ tutto da sperimentare, ma ritengo che questo carattere del reddito di base, cioè la costruzione di maggiori spazi di libertà fuori dall’assillo del bilancio quotidiano, potrebbe avere effetti positivi anche sulla ricerca e sui percorsi universitari in genere.

    Come risponde alle obiezioni sul suo finanziamento?
    Chi è pregiudizialmente ostile al reddito di base troverà infinite ragioni per opporsi. Vi sono molti pro e molti contro. Per ragionare in concreto, il reddito dovrebbe assorbire tutte le spese che vengono erogate sotto la forma di ammortizzatori sociali e assimilati. Se si mette insieme il costo della cassa integrazione ordinaria, cassa straordinaria, cassa integrazione in deroga, liste di mobilità, prepensionamenti, assistenza ai pensionati sotto la soglia di povertà e altre forme di assistenza, sono miliardi di euro. In altre parole, bisogna pensare ad una generale trasformazione delle politiche sociali.

    In questa nuova cornice, come dovrebbe funzionare?
    I calcoli che si fanno stabiliscono che per stare al di sopra di una soglia della povertà una famiglia avrebbe bisogno di 1.500 euro o giù di lì, 5 o 600 euro per due familiari, la metà per uno o due figli. Ci sarebbe comunque un margine non coperto, però la trasformazione degli ammortizzatori sociali come – per fare un gioco di parole – base per il reddito di base potrebbe far fare un grande passo in avanti. Il reddito di base non è condizionato dal fatto di avere avuto un lavoro. La cosa paradossale oggi è che per avere un sussidio di disoccupazione bisogna avere versato almeno 52 settimane di contributi.

    L’assemblea dell’Onda affronterà, tra l’altro, il problema dei 50 mila precari che lavorano nell’università. È presumibile che nessun governo e nessuna legge di riforma riescano a disporre l’assunzione di tutte queste persone. Il reddito di base potrebbe tornare utile anche per questa situazione specifica?
    Entriamo su un terreno un po’ complicato. Queste sono persone che non hanno la minima certezza sul proprio futuro dentro l’università e fuori. E tuttavia gli assegnisti, i contrattisti, i ricercatori precari costano, ricevono un reddito. Il reddito di base implica la riconversione di questi fondi e dà una serie di garanzie alle persone quando il concorso non c’è, si fa dopo dieci anni o quando, per qualche motivo organizzativo, ci si priva di certe figure. Non sarebbe tanto un trasferimento di costi, anche se costi addizionali ci sarebbero comunque. Il reddito di base sarebbe un cambiamento di prospettiva nella vita delle persone.

    Il Manifesto, 20 novembre 2009

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