pari opportunità | diritti

“‘Denunciate al Comune i clandestini’. Il manifesto della giunta leghista”, di Sandro De Riccardis

MILANO – L’invito alla denuncia del clandestino arriva alla fine di un manifesto che riporta un paio di articoli e relative pene del decreto Maroni sulla sicurezza: “Chiunque fosse a conoscenza della presenza sul territorio comunale di immigrati clandestini è pregato di comunicarlo con tempestività al sindaco, all’ufficio di polizia municipale o all’ufficio anagrafe del Comune per i necessari atti conseguenti. Grazie della collaborazione”. Firmato: l’amministrazione comunale.

Da una settimana a San Martino dall’Argine, mille e ottocento abitanti a 25 chilometri da Mantova, nel comune con la più bassa percentuale di immigrati di tutta la provincia, sono comparsi i manifesti. In centro e in periferia, vicino alle scuole e lungo le strade che portano alle piccole fabbriche e alle aziende agricole. Dopo il caso bresciano di Coccaglio, dove la giunta leghista ha inaugurato i controlli agli immigrati con il permesso di soggiorno in scadenza intitolandolo al “Bianco Natale”, ora un altro comune lombardo invita tutti i residenti a segnalare gli irregolari. “L’obiettivo è informare sulle nuove norme. Ora bisogna stare attenti a dare in affitto le case, magari non a norma, a clandestini”, spiega il sindaco Alessandro Bozzoli, indipendente alla guida di un’amministrazione Lega-Pdl.

E sull’invito a segnare gli irregolari taglia corto: “È un passo ulteriore, dopo situazioni anomale del passato che ci hanno fatto riflettere”. Eppure a San Martino dall’Argine gli immigrati non arrivano al cinque per cento. L’unico caso di irregolarità negli ultimi anni è quello di un’azienda manifatturiera cinese con qualche lavoratore in nero. Gli altri stranieri sono famiglie indiane che lavorano nelle aziende agricole e albanesi utilizzati come operai.

Da quando sono comparsi i manifesti, negli uffici comunali dell’Anagrafe o della polizia municipale non è arrivata nessuna segnalazione, anche perché in paese è difficile trovare clandestini. “Chi parla di invito alla delazione è in cattiva fede, dice cose maliziose” replica alle polemiche il vicesindaco leghista Alessio Renoldi, operaio metalmeccanico a Curtatone, 30 anni, “leghista da quattro, da quando ho iniziato a occuparmi di politica”, l’anima giovane della giunta. E insieme al suo collega di partito e assessore alle Politiche sociali Cedrik Pasetti, 34 anni, avvocato, membro del direttivo provinciale e responsabile per la Lega dei comuni della zona, ha dato una virata securitaria al governo del paese. “Da quando la legge è cambiata, a dare ospitalità o lavoro a un clandestino si rischia il penale – spiega il vicesindaco – Chi viene a conoscenza di questi casi deve dirlo al Comune”.

“Il manifesto di San Martino dall’Argine è un precedente pericolosissimo – interviene “Articolo 3, Osservatorio sulle discriminazioni” – L’obbligo di comunicare la notizia di reato non spetta al cittadino ma alle autorità di pubblica sicurezza. Questa iniziativa è un invito alla delazione”. “Una caccia alle streghe contro ogni buon senso” aggiunge Emanuele Zanotti, della lista civica di opposizione in Comune, vicina al centrosinistra. “Non ce n’era davvero bisogno – spiega Zanotti – . Si rischia di mettere gli uni contro gli altri in una comunità dove tutti si conoscono. Italiani e stranieri. Nel nostro territorio è un’iniziativa inutile. È solo ideologia che alla Lega è servita per raddoppiare i voti alle ultime elezioni”.

La Repubblica, 23 novembre 2009

******

Sull’argomento segnaliamo anche questo articolo

“Lo spione di quartiere meglio delle ronde”, di Francesco Spini

E’, se vogliamo, l’evoluzione casalinga della ronda: non si fa in strada, si fa in poltrona. Al limite buttando il naso fuori dalla finestra, guardando dallo spioncino. E se c’è il tipo strano, l’automobile sconosciuta, il ragazzotto che schiamazza, si agisce. Si segnano i numeri di targa. Si chiama la polizia. Al posto dei vigilantes, le superportinaie. Impiccione e delatrici. Il «controllo di vicinato» è tutto qui.

E piace alla Regione Lombardia. Il suo assessore alla protezione civile, prevenzione e polizia locale, Stefano Maullu (Pdl), lo vuole importare dall’Inghilterra, dove è nato. «Ma con le ronde – dice subito – non c’entra proprio niente». Lui lavora perché da gennaio partano i primi progetti pilota – «a Baggio, quartiere di Milano, stanno già raccogliendo le firme, piace ai negozianti di corso Buenos Aires», ma si guarda anche ad altri quartieri come San Siro, Corvetto e Sarpi – e spiega dove e come la cosa potrebbe funzionare: «Si prendono dei quartieri residenziali fatti di villette, quartieri o aree dove gli abitanti si conoscono tutti. Si appendono adesivi e cartelli che segnalano come gli abitanti siano attivi nel controllare il quartiere ed è fatta».

Secondo Maullu la presenza dei cartelli «è di per sé un deterrente psicologico per chi delinque» e l’iniziativa «chiede semplicemente una maggior sinergia tra cittadini e forze dell’ordine, in particolare la polizia locale». Che è più vicina al territorio, dipende dai sindaci e «ci permetterà di creare una banca dati in cui, per ciascun territorio, verranno catalogati i reati più frequenti». Certo, in alcune zone «servirebbe più polizia» ammette l’assessore, «ma l’epoca dei finanziamenti a pioggia è finita», dopo che negli ultimi 5 anni in Lombardia «abbiamo dato ai Comuni 90 milioni di euro per la sicurezza, tra divise per la polizia locale, automobili di servizio, telecamere per la videosorveglianza e così via».

Ora i cittadini devono collaborare. L’idea arriva dall’Inghilterra, ma il primo ad importarla è stato un piccolo comune in provincia di Varese: Caronno Pertusella. Quando a luglio debuttò il «controllo di vicinato» il sindaco del posto, Augusta Maria Borghi, sminuì la portata dell’iniziativa: «È un sistema basato semplicemente su rapporti di buon vicinato… Non si tratta di ronde ma solo di guardare la casa del vicino quando questo non c’è». C’è un sito, www.controllodelvicinato.com, creato da alcuni cittadini della zona. Racconta l’essenza dei controllori fai-da-te con le istruzioni racchiuse in uno stampabile di 16 pagine dove si spiega che la cosa, stringi stringi, si concretizza nel «far sapere a chiunque passi nella zona controllata che la sua presenza potrebbe non passare inosservata».

Sia chiaro: «A nessuno viene chiesto di fare eroismi», piuttosto «parliamo un po’ di più con i vicini, come si faceva una volta». È la rivincita della portinaia ficcanaso, che avranno occasione di farsi nominare coordinatore del vicinato. Gli avventori di vie sconosciute saranno così braccati, spiati, indiziati dalla prima casalinga che si è letta due righe di Agatha Christie. «Chiaro che se qualcuno entra nel quartiere con la musica dell’autoradio a tutto volume o sgommando, ci sarà qualcuno che se ne accorgerà», commenta l’assessore. «Meglio anticipare un reato. Perché un reato represso è un reato già commesso», insiste. Dall’opposizione alzano le spalle.

«È un’iniziativa estemporanea: molta propaganda, poca sostanza», sintetizza Carlo Porcari, capogruppo Pd in Regione. Certo, dice, «occorre sempre che i cittadini mantengano alta l’attenzione e non si girino dall’altra parte di fronte alla commissione di reati. Qui però c’è il rischio di instaurare una cultura del sospetto nei confronti del diverso, che non è simpatica». Dunque «meglio finanziare di più polizia, carabinieri e vigili urbani. La Regione così facendo si mette in competizione con le ronde leghiste. E questo “controllo di vicinato” rischia di fare la stessa fine».

La Stampa, 23 novembre 2009

2 Commenti

  1. Riceviamo e pubblichiamo il commento del sig. Gianfrancesco Caccia relativo al “Controllo del vicinato”. Precisiamo che le notizie riportate sul sito, come specificato, sono tratte dalla stampa nazionale, pertanto non siamo nelle condizioni di controllarne le fonti. Pertanto accogliamo volentieri il commento del sig. Caccia, invitandolo però, se ritiene che quanto riportato sia lesivo della correttezza dell’informazione, a richiederne eventualmente la rettifica al quotidiano.
    La redazione

    «Gent.ma Dr.ssa Ghizzoni, benché in ritardo rispetto alla pubblicazione dell’ennesimo pezzo di cattiva-informazione sul CdV mi sento di doverLa invitare a visionare con assoluta attenzione tutto il materiale disponibile sul sito http://www.controllodelvicinato.it per poter verificare di persona che il Controllo del Vicinato non ha nulla a che spartire con il “white Christmas” nè con la lega (o PDL), nè con gli immigrati. Ha a che fare solamente con la sicurezza e per precisione neppure una sicurezza particolarmente attiva bensì percepita, passiva, utile alle fascie deboli e fatta di maggior attenzione e comunicazione, tattandosi di buon vicinato e di fiducia e rapporto con le istituzioni. Rimango a sua disposizione per ogni eventuale e spero in una Sua precisazione all’interno delle pagine del Suo blog. Cordiali saluti GFC»

  2. La redazione dice

    “Razzisti, cioè cattivi”, di Alessandro Portelli

    È proprio vero che siamo un paese di poeti santi e navigatori. Solo in un paese di geni assoluti poteva essere concepita l’idea, scaturita dalla fervida immaginazione di un paese del bresciano, di lanciare di qui a Natale una campagna di pulizia etnica e chiamarla «White Christmas». La trovo un’idea entusiasmante. In primo luogo, perché spazza via tutte le menzogne mielate di quando ci raccontavano che a Natale siamo tutti più buoni: prendere spunto dal Natale per diventare più cattivi, e farlo in nome delle nostre radici cristiane mi pare un’operazione liberatoria di verità assolutamente ammirevole. Altro che cultura laica.
    Qualche anno fa, quando il mio quartiere scese in piazza per impedire il trasferimento in zona di qualche famiglia rom, una compagna disse: «Non è razzismo, è cattiveria». Scrissi allora, e mi ripeto: non distinguerei fra le due cose (il razzismo è cattiveria), ma trovo giusta questa parola, «cattiveria», così elementare da essere caduta in disuso, perché qui è proprio l’elementarmente umano che è in gioco.
    D’altra parte, un esimio leghista ministro della repubblica aveva già proclamato che bisognava essere cattivi con gli esseri umani non autorizzati. Disciplinatamente, fior di istituzioni democratiche eseguono: sbattono fuori dalle baracche i rom a via Rubattino a Milano e al Casilino a Roma e i marocchini braccianti in Campania, incitano i probi cittadini dei villaggi lombardi a denunciare i vicini senza documenti, premiano con civica medaglia intitolata a Sant’Ambrogio gli sgherri addetti ai rastrellamenti dei senza diritti. Fini dice che sono stronzi: no, non sono solo stronzi, sono malvagi.
    Su un piano più leggero, trovo altrettanto geniale proclamare che l’operazione si fa in nome dell’incontaminata cultura lombarda e bresciana – e chiamarla con un nome inglese, per di più orecchiato da una canzone e un film americano. Non si potrebbe trovare un modo migliore per prendere in giro tutta la mitologia lombarda delle radici e della purezza culturale. Non è solo una bella presa in giro di quelli che mettono nomi lumbard sui cartelli all’ingresso dei paesi. Ma è anche un modo per ricordarci che non esiste cultura più paesana, più subalterna e più provinciale di quella che finge un cosmopolitismo d’accatto.
    E infine, la trovata dell’inglese è una spietata denuncia dell’ipocrisia razzista. Dire «bianco Natale» significava mettere troppo in evidenza il colore della pelle, perciò lo diciamo con una strizzata d’occhio – dire le cose in inglese, non solo in questo caso ma più in generale ormai, significa dirle ma non dirle, è la nuova forma della semantica dell’eufemismo. E poi, «Christmas» invece di Natale: e hanno ragione, il nostro tradizionale Natale è sempre più sovrastato dall’americano Christmas, lasciamo perdere il misticismo e corriamo a fare shopping.
    Aveva proprio ragione la mia amica appalachiana che diceva, «noi poveri di montagna non sognavamo un bianco Natale. Se nevicava, era più che altro un incubo». Io non so che Natale sognino i senza documenti del bresciano, dopo questo bell’esempio di cristianesimo. La cosa che immagino è che, cacciati dal villaggio, gli stranieri sbattuti fuori di casa andranno a dormire in una stalla e faranno nascere i loro clandestini bambini in qualche mangiatoia.

    L’Unità, 24 novembre 2009

I commenti sono chiusi.