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“L’ipocrisia infinita”, di Barbara Spinelli

Da qualche tempo son molti i politici italiani che pretendono d’aver abbandonato ogni falsità, d’aver infine compiuto l’intrepido gesto che sfata le ipocrisie, d’aver imboccato la via stretta della verità. Dopo parecchio vagare ammettono che in questione non è più l’agire del governo ma il privato destino d’un presidente del Consiglio che non è protetto da processi pendenti, e che potrebbe essere indagato per concorso in stragi mafiose.

Sentono che la terra trema sotto Palazzo Chigi e dicono, come Casini, che è inane sfasciare la giustizia pur di sbrigare un caso singolo: meglio «eliminare le ipocrisie» e riconoscere che serve una legge, la decisiva, per «salvaguardare Berlusconi». La Corte Costituzionale gli ha negato l’immunità, ma egli ha pur sempre vinto le elezioni e deve poter governare: diamogli dunque lo scudo che cerca, visto che alternative non ci sono.

Nella sostanza è il discorso di Berlusconi che vince: la magistratura impedisce alla democrazia di funzionare, quindi è eversiva. È in atto una guerra civile, insinua: uno spettro che in Italia tacita in special modo gli ex comunisti.

Le cose potrebbero tuttavia non stare così, e ci si può chiedere se uscendo da un’ipocrisia non si entri in un nuovo gioco mascherato, che vela anziché svelare. Chi ha detto che l’unica via sia lo scudo immunitario?

L’altra via stretta è la possibilità che Berlusconi si difenda non dai processi ma nei processi, come Andreotti. O la possibilità che il ceto politico tragga le conseguenze, allontanando un leader non condannato ma debilitato da troppi processi e congetture. È accaduto per molti dirigenti in molte democrazie occidentali. Quel che sorprende in Italia è che quest’alternativa, se si esclude Di Pietro, nessuno la propone: subito è detta sovversiva. Essa non presuppone il governo dei giudici, o addirittura dei pentiti. La decisione spetta alla politica, e se questa tace o s’accuccia, c’è solo la voce dei magistrati, per quanto sommessa, a esser udita. L’altra cosa sorprendente è che la tesi sul contrasto tra voto popolare e legalità intimidisca più l’opposizione che la destra.

Su questo giornale, il 23 novembre, c’è stata una presa di posizione forte, di Fabio Granata che è vicepresidente della Commissione antimafia e fedele di Fini, contro chi scredita i processi di mafia. Intervistato da Guido Ruotolo, Granata denuncia il «berlusconismo che rischia di cancellare la nostra identità: quella di chi crede nei valori della legalità, dell’antimafia, della giustizia, del senso dello Stato». Nel Pdl, egli è «guardato come un appestato», «accusato di essere giustizialista».

Ciononostante resiste: «Ho visto la gente impazzita di rabbia e dolore ai funerali di Paolo Borsellino, che (…) faceva parte della famiglia missina. Quella enorme e disperata domanda di giustizia l’ho tenuta nel cuore e per questo non potrei non sostenere chi dal ’92 cerca irriducibilmente di affermarla. Meglio un giorno da Borsellino che cento anni da Vito Ciancimino. Liberare l’Italia dalle mafie dovrebbe rappresentare il primo punto all’ordine del giorno dell’azione di qualsiasi governo». Granata non ritiene colpevoli Berlusconi e Dell’Utri ma approva le inchieste di Palermo, Caltanissetta, Firenze (le procure che investigano sulle stragi del ’92-’93). Loda il «lavoro tenace» del giudice Antonio Ingroia (il procuratore aggiunto di Palermo che indaga sul patto Stato-mafia): «Lo ricordo perfettamente accanto a Paolo Borsellino, quel giorno alla sala mortuaria per riconoscere il corpo maciullato di Falcone».

La cosa strana non è che queste parole vengano da destra. Borsellino era vicino alla destra, e quest’ultima ha una lunga tradizione di lotta alla mafia, a causa del senso dello Stato acuto (a volte sfrenato) che la anima.

Ci fu l’attività di Cesare Mori in Sicilia, fra il 1924 e il ’29: attività peraltro ostacolata da dignitari fascisti che temettero il suo assedio.

Apparteneva alla destra storica il senatore Leopoldo Franchetti, il primo che perlustrò il fenomeno mafioso, scrivendo nel 1876 un rapporto sulle Condizioni politiche e amministrative della Sicilia: un classico sulla malavita. Apparteneva alla destra storica Emanuele Notarbartolo, il direttore del Banco di Sicilia che volle far pulizia e fu ucciso dalla mafia il 1° febbraio 1893. Il mandante era un senatore mafioso, processato e poi assolto.

Strano è il cedimento-fatalismo dell’opposizione, al centro e nel Pd.

Ambedue vedono la legislatura divorata dai guai giudiziari d’un singolo, ma nell’essenza si dichiarano imbelli. È come se ritenessero del tutto impensabile una contromossa della politica che non sia l’accomodamento, o come diceva Gaetano Mosca nel 1900: il «lasciar andare, la fiaccona». Come se dicessero: il leader non può governare e il dilemma si risolve non ricongiungendo democrazia e legalità, ma disgiungendole. Fondando il primato della politica non su atti trasformativi, ma tutelativi.

Forse senza rendersene conto, il Pd interiorizza l’alternativa democrazia-legalità. Martedì a Ballarò Luciano Violante ne è parso prigioniero: da una parte la democrazia, dall’altra la legalità. Ha mancato di ricordare che le due cose o sono sinonimi, oppure non si ha né democrazia né legalità. Voleva probabilmente dire che non sono i giudici a far cadere un governo, tanto meno i pentiti. Ha finito col dire che non è neppure la politica (partiti, parlamento) a poterlo fare. Torna a galla l’idea leninista secondo cui la democrazia sostanziale può confliggere con quella legale. È una fortuna che Napolitano abbia detto in modo chiaro, venerdì, che spetta invece a politica e parlamento sanare i presenti squilibri.

Tutto questo avviene forse perché le indagini su politica-mafia sono a una svolta. Si accumulano verbali sempre più sinistri, che legano Berlusconi e Dell’Utri alle stragi. Ce n’è uno in particolare, quello del pentito Romeo, secondo cui nei primi ’90 «c’era un politico di Milano (il nome fattogli dal pentito Spatuzza è Berlusconi) che aveva detto a Giuseppe Graviano (un capomafia) di continuare a mettere le bombe», indicando perfino «i siti artistici dove metterle». I verbali non inducono ancora la magistratura a aprire un’indagine, ma la loro portata è oltremodo conturbante. Un sospetto malefico pesa sul presidente del Consiglio: che oltre al conflitto di interessi economici, ne esista un altro che lo espone a minacce di pentiti e carcerati mafiosi.

Il governo in realtà sostiene ben altro: la sua lotta alla mafia sarebbe dura; secondo alcuni, è sotto pressione proprio per questo. Nell’agosto scorso Berlusconi ha affermato di voler «passare alla storia come il presidente del Consiglio che ha sconfitto la mafia». Né mancano dati promettenti: la legge del carcere duro inasprita (legge 41 bis), i beni mafiosi sequestrati, un gran numero di capi malavitosi arrestati.

Al contempo tuttavia son favoriti i colletti bianchi che fanno affari con la mafia. C’è lo scudo fiscale, che chiede all’evasore una restituzione minima di quel che dovrebbe (il 5 per cento), e in cambio gli consente, restando anonimo, di cancellare reati come il riciclaggio di denaro sporco (lo spiega il giudice Scarpinato sul Fatto del 15-11-09). C’è la legge sulle intercettazioni, che ostacola le inchieste sulla mafia. C’è il Comune di Fondi, in mano alle destre: tuttora non sciolto, malgrado la collusione con la mafia sia certificata da oltre un anno. Contestata da don Ciotti, c’è una legge che mette in vendita parte dei beni confiscati alla mafia, col pericolo che prestanome incensurati li riacquistino. C’è infine il processo breve: un processo morto, per i colletti bianchi collusi.

La svolta secerne sospetti a raggiera. Quelli che Franchetti chiamava i facinorosi della classe media (amministratori, politici) potrebbero aver l’impressione che il cuore dello Stato sia nelle loro mani. È sospettato il presidente del Senato Schifani, per rapporti con i fratelli Graviano e assistenza giuridica al costruttore Lo Sicco, oggi in galera per mafia. È indagato Nicola Cosentino, sottosegretario al Tesoro, per concorso esterno in associazione camorristica. Ambedue restano al loro posto, sotto gli occhi non tanto dei magistrati quanto della mafia, esperta in ricatti. Che sia l’ora della politica è evidente. Le democrazie vivono e muoiono nel funzionare o non funzionare del comportamento politico, non di quello giudiziario.
La Stampa 29.11.09

1 Commento

  1. La Redazione dice

    Pubblichiamo la replica di Luciano VIolante all’articolo di ieri e la ulteriore risposta di Barbara Spinelli

    Tra democrazia e legalità c’è distinzione? di LUCIANO VIOLANTE

    Caro direttore,
    Barbara Spinelli nell’articolo pubblicato ieri su La Stampa critica la mia distinzione, avanzata in una trasmissione televisiva, tra principio democratico e principio di legalità accusandola di «leninismo». Avrei riportato in auge una distinzione tra democrazia sostanziale e democrazia legale.

    Nella mia distinzione non c’è nulla di così sgradevole e mi spiace non essere stato sufficientemente chiaro.

    Nella vicenda attuale si confondono due diverse questioni: una è relativa al processo in corso nei confronti del presidente del Consiglio e l’altra riguarda i conflitti tra magistratura penale e potere politico.

    Sulla prima c’è poco da dire. In regime democratico non può essere approvata una proposta che abbia come fine precipuo quello di paralizzare uno specifico processo penale in corso, fosse anche nei confronti del presidente del Consiglio. E se quella proposta fosse approvata, sarebbe probabilmente incostituzionale, come i cosiddetti lodi Alfano e Schifani.

    La seconda questione è più complessa. Nelle democrazie occidentali chi è investito della sovranità popolare (principio democratico) ha uno statuto particolare. Mentre tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge (principio di legalità), gli eletti alle massime cariche dello Stato possono essere esentati dalla responsabilità penale o, in modo assoluto, per determinati reati o, a tempo, sino a quando rivestono una specifica carica politica. E’ la prevalenza del principio democratico sul principio di legalità. La nostra Costituzione, ad esempio, prescrive la non punibilità dei parlamentari per le opinioni espresse, anche diffamatorie, nell’esercizio delle loro funzioni; prescrive, inoltre, la necessità dell’autorizzazione a procedere per arrestare un parlamentare o per processare un ministro accusato di aver commesso reati nell’esercizio delle sue funzioni. In caso di conflitto tra il voto del Parlamento (principio democratico) e la necessità di esercitare l’azione penale (principio di legalità), interviene la Corte Costituzionale.

    La magistratura penale occupa una posizione centrale nel sistema politico. Anche per i discutibili criteri di selezione dei parlamentari, sono prevedibili altre occasioni di scontro con i poteri politici nel futuro. Non c’è niente di peggio di un conflitto tra magistratura e politica che non abbia una soluzione istituzionale. Perciò propongo che, in caso di conflitto tra magistratura da un lato e Parlamento o governo dall’altro, la Corte Costituzionale possa essere chiamata a decidere, attraverso una apposita procedura, se debba prevalere il principio di legalità o il principio democratico. Nessun fatalismo del Pd, quindi (è questa la seconda accusa della signora Spinelli). Ma solo il rifiuto di soluzioni ad personam, una responsabile preoccupazione per il deterioramento in corso e una soluzione coerente con i principi costituzionali per i futuri possibili conflitti tra magistratura e politica.

    Quel che ho criticato, nel mio articolo del 29-11, è la presunta antinomia tra principio democratico e principio di legalità. L’antinomia non esiste, per il semplice fatto che la democrazia ­ la Costituzione lo prescrive chiaramente nell’articolo 3 ­ si fonda sulla legalità e sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Separare i due principi distrugge sia la democrazia sia la legalità. Il fatto che esistano eccezioni previste dalla Costituzione non invalida la norma, che ai cittadini, soprattutto in un’emissione televisiva dove il tempo di parola è brevissimo, deve esser chiarita in modo più netto di quanto abbia fatto l’on. Violante. Né si può sorvolare sul fatto che l’attuale presidente del Consiglio, volutamente ignorando la Costituzione, abbia separato il principio democratico e il principio di legalità fino al punto di annunciare: anche se fossi condannato, resterei al mio posto perché sono un eletto del popolo.

    Quanto al fatalismo: perché dar per scontato che l’unica via sia quella di trovare uno scudo che garantisca l’attuale presidente del Consiglio, e non augurarsi che la classe politica (in particolare la coalizione di centro-destra) prenda finalmente le distanze da un leader sotto processo per corruzione di magistrati, sospettato di altri reati gravi, reso fragile per un conflitto d’interessi che la sinistra quando ha governato non si è mai curata di risolvere? Se Berlusconi venisse sfiduciato, la Costituzione prevede che il Presidente della Repubblica accerti in concreto, facendo votare la fiducia su un altro nome, se in Parlamento esista una maggioranza sulla candidatura da lui designata. Questo per la nostra Costituzione (come del resto per le altre Costituzioni dei regimi parlamentari) non solo è perfettamente legale, ma non lede affatto la democrazia. E’ accaduto e accade in Germania, in Francia, in Inghilterra. Se non c’è la fiducia, il Presidente scioglie le Camere e si va a votare. Chi ritiene altrimenti, dando per scontato che solo un nome sia legittimo per la presidenza del Consiglio, viola con il suo modo di fare la Costituzione. Io ho dato a questo comportamento il nome di fatalismo, o politica della fiaccona, o appeasement ovvero accomodamento. Che nome gli dà l’onorevole Violante?
    BARBARA SPINELLI
    La Stampa 30.11.09

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