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“Chiudono i centri di ricerca. In Italia è strage di ‘cervelli'”, di Roberto Mania

ROMA – Questa non è una fuga di talenti, questa è una sottrazione di cervelli. Una rinuncia al futuro. Perché c’è in atto una decimazione silenziosa di ingegneri, tecnici, ricercatori. Produttori di conoscenze, di innovazione, di ricchezza immateriale nella presunta epoca del post-industrialismo. In questo terribile 2009 sono saltati quasi 20 mila posti di lavoro nell’information technology, dove si concentra, tra gli addetti, la più alta percentuale di laureati rispetto agli altri settori: il 30 per cento.

Sono un pezzo importante di quei colletti bianchi creativi così decisivi nel far decollare, solo qualche anno fa, il nostro “quarto capitalismo” di medie imprese internazionalizzate, quando ancora non si immaginava la tempesta dei sub-prime. Ora i nostri “cervelli” sono diventati esuberi. Come i metallurgici dell’Alcoa, i siderurgici della Dalmine, i metalmeccanici della Fiat di Termini Imerese e dell’Alfa di Arese, della Antonio Merloni di Fabriano e Nocera Umbra, le tute blu specializzate nel distretto bresciano dei tondini. “Abbiamo dato i natali a Guglielmo Marconi e Antonio Meucci – dice Emilio Lonati, segretario nazionale della Fim-Cisl – eravamo all’avanguardia della ricerca informatica con l’Olivetti, l’Italtel aveva una massa critica da 24 mila dipendenti, e siamo finiti nel lasciare quel poco che rimane in questo settore alle multinazionali”. Che cinicamente se ne vanno appena il business non è più redditizio e di certo non li ferma la moral suasion di un governo che non osa nemmeno pronunciare le parole politica industriale o programmazione. Così le grandi corporation del settore hanno ormai chiuso lungo la penisola quasi tutti i centri di produzione e continuano a ridimensionare i centri di ricerca. I marchi? Nokia Siemens, Motorola, Ericsson Marconi, Alcatel Lucent. Eccedenze di personale dovunque. Contribuisce a questo depauperamento industriale anche la nostra ex Eutelia con quasi 2.000 tecnici “prigionieri” di “imprenditori killer” decisamente senza scrupoli. Ma questa è una storia a sé.

E’ invece “emblematica”, come dice Laura Spezia della Fiom-Cgil, la storia della Nokia Siemens. Siamo a Cinisello Balsamo, un tempo cintura industriale milanese. I finlandesi dei cellulari hanno deciso di andarsene. Niente più ricerca in Italia sulla telefonia: 600 eccedenze tra laureati e diplomati iper-specializzati se si considera anche il sito di Cassina dè Pecchi, sempre a Milano. Progettazioni e sperimentazioni sulla telefonia mobile, Gsm e poi Umts. La Nokia ha scelto di spostare le produzioni in Asia (Vietnam, Cina, India) e la ricerca sulla Lte (Long term evolution, cioè il dopo Umts) in Texas, a Dallas, Stati Uniti. Il vice ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani ha chiesto ai top manager finlandesi di aspettare perché sulla banda larga il governo correrà ai ripari. Promesse, mentre le multinazionali decidono.

Come ha deciso Motorola, gigante statunitense della telefonia. Siamo a Torino, città industriale con antichi collegamenti tra centri di ricerca universitari e aziende. Qui fino a poco più di un anno fa lavoravano oltre trecento ingegneri, ceto medio, borghesia urbana. La Reply, società di informatica, ne ha assunti 180 alle stesse condizioni della Motorola. Per gli altri la Telit ha avviato la selezione ma ancora nessuna assunzione. Resta il fatto che agli italiani i cellulari piace solo acquistarli, non produrli né progettarli.

Tutta domestica la storia dell’Italtel che ormai dipende per quasi la metà del suo fatturato da Telecom. E poiché questa ha tagliato gli investimenti, la prima taglierà il 20 per cento del personale, 400 persone nell’arco di un triennio. Intanto, d’accordo con i sindacati, si sta facendo un massiccio ricorso ai contratti di solidarietà: su 2.000 dipendenti circa, sono coinvolti quasi 1.500. Ma nella storia dell’Italtel i contratti di solidarietà (orario e stipendi ridotti in cambio della difesa dei posti di lavoro) sono serviti solo a rinviare la soluzione (drastica) dei problemi.

Il 20 ottobre scorso si sono riuniti a Parigi i vertici della multinazionale Alcatel Lucent con i rappresentanti sindacali del gruppo in tutta Europa. Ed è interessante rileggere un passaggio del documento dei sindacati al termine della riunione: “La nostra esperienza quotidiana è che sempre più spesso le decisioni strategiche arrivano dagli Usa e sempre più spesso gli sviluppi sono realizzati in Asia. Il tutto mentre il gruppo riceve fondi pubblici europei. Per quanto riguarda la produzione, la direzione non crede che in Europa ci sia un futuro per i siti produttivi. Per il momento ce ne sono quattro: Battipaglia e Trieste (in Italia), Eu (in Francia) e Bydgoszcz (in Polonia) e la direzione ritiene che possano essere ancora troppi”. E, infatti, Battipaglia (Salerno) è destinato a chiudere i battenti, nonostante la protesta estrema dei 200 lavoratori. L’Alcatel ha assicurato che salverà l’area della ricerca ma se le riflessioni dei sindacati europei hanno un fondamento, la scelta appare transitoria.

Salvare i lavoratori, le alte e le basse professionalità per non trasformarsi in un deserto industriale. Paolo Angelucci, presidente di Assinform, l’associazione di Confindustria delle aziende dell’Ict (97 mila imprese con circa 400 mila addetti), sostiene che bisognerebbe far partire “Industria 2015″, proposto da Pier Luigi Bersani e confermato dall’attuale ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, ma non ancora finanziato: 200 milioni di investimenti pubblici capaci di generarne altri 300 e garantire per almeno due anni 5.000 posti di lavoro. Poi chiede la rottamazione dei software al pari delle automobili.

Ma il problema non è solo nell’information technology. Alla Merck di Pomezia avevano scoperto l'”Isentress”, un farmaco considerato rivoluzionario per la cura dell’aids. Ma la multinazionale se n’è andata e 150 ricercatori sono stati mandati a casa. In un settore che – ammette il presidente della Farmindustria, Sergio Dompè – “non ha sentito la crisi”. Perché è un’industria anticiclica, perché la salute non entra in recessione. Questo è un settore che in cinque anni è passato da 840 milioni investiti in ricerca a 1,2 miliardi, portando la quota dell’export dal 10 al 53 per cento. Ma in un biennio ha anche espulso 5.000 addetti.

Il G8 del lavoro si è celebrato a Roma con lo slogan “People first” che non intendeva dire solo ammortizzatori sociali, assistenza, protezione del reddito. Doveva essere anche un incentivo a scommettere sul capitale umano perché questo sarà un fattore chiave per recuperare terreno quando il mondo, compresa la vecchia Europa, tornerà a crescere. Investire sulle conoscenze, sulla creatività. Però è quello che non abbiamo mai fatto. Ci siamo sempre affidati allo stellone, all’improvvisazione, allo spontaneismo. Ha scritto Irene Tinagli, ricercatrice prima a Pittsburgh e ora a Madrid, nel suo “Talento da svendere” (Einaudi) che “la crescita maggiore della classe creativa italiana è legata prevalentemente a una crescita di piccoli imprenditori e dirigenti piuttosto che alle figure professionali a elevata specializzazione”.

E si spiega così che l’Italia si collochi al penultimo posto in Europa in quanto a incidenza dei lavoratori creativi (ingegneri, architetti, matematici, medici e altre professioni molto qualificate) sul totale della forza lavoro: siamo al 9 per cento contro il 18-20 per cento dei paesi del nord Europa come Belgio, Svezia, Irlanda, o il 13-14 per cento dei paesi dell’Europa centrale e meridionale come Germania, Spagna e Grecia. Difficile pensare di vincere le prossime sfide globali schierando solo le nostre, un tempo dinamiche, piccole imprese. Ci vuole di più. Più di quel nostro uno per cento di Pil destinato alla ricerca, pari a circa la metà di quel che investono mediamente dell’Europa a 15, ma addirittura un terzo di quanto indirizzano il Giappone e la stessa Corea del Sud, e un quarto di quanto fanno Finlandia e Svezia.

Sostiene Carlo Dell’Aringa, professore di economia politica alla Cattolica di Milano: “E’ scontato che la crisi porterà con sé un impoverimento della capacità produttiva. Molte aziende marginali, soprattutto nel tessile e nel metalmeccanico, finiranno per essere tagliate via. Per questo bisogna decidere di sostenere i settori più promettenti. Riscoprire una politica industriale dei settori (la biomedica, le nanotecnologie, l’ambiente) più che dei fattori (il costo del lavoro, l’accesso al credito, la sburocratizzazione)”. Il caso della banda larga, però, parla da solo e racconta di un’altra storia: di un investimento complessivo pari alla metà di quello stanziato dalla Grecia e di 800 milioni subito bloccati dal Cipe. Parla di un sistema rimasto nella rete del Novecento.

La Repubblica, 30 novembre 2009

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Sull’argomento segnaliamo anche questo articolo

“Figlio mio, lascia questo Paese”, di Pier Luigi Celli

Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.

Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l’idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l’affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E’ anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l’Alitalia non si metta in testa di fare l’azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell’orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d’altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l’unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.

Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po’, non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato – per ragioni intuibili – con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all’infinito, annoiandoti e deprimendomi.

Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell’estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.

Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.

Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.

Preparati comunque a soffrire.

Con affetto,
tuo padre

L’autore è stato direttore generale della Rai. Attualmente è direttore generale della Libera Università internazionale degli studi sociali, Luiss Guido Carli.

La Repubblica, 30 novembre 2009

3 Commenti

  1. La Redazione dice

    Continua sulla stampa il botta e risposta sul tema dei “cervelli in fuga”
    Da Repubblica di oggi 4.12.09

    I talenti in fuga scrivono al presidente “Pronti a tornare, ma via i dinosauri” , di CInzia Sasso
    L´Italia è un concentrato di nepotismo e gerontocrazia Affidiamo nelle sue mani la speranza di immaginare un futuro meno nomade
    MILANO – «Illustrissimo presidente, negli ultimi anni centinaia di migliaia di giovani italiani sono emigrati all´estero, per fuggire dal paese più immobile d´Europa. Un concentrato di immeritocrazia, nepotismo e gerontocrazia che ha pochi pari nel nostro Continente». Comincia così la lettera che sedici giovani italiani costretti a scegliere di andare a lavorare all´estero, hanno scritto a Giorgio Napolitano, e le parole pronunciate ieri del presidente sono una prima immediata risposta. Sono artisti, manager, ricercatori, ingegneri, professori, che negli Stati Uniti, in Spagna, Francia, Gran Bretagna, Belgio, hanno trovato quello che cercavano: la possibilità di dimostrare il loro valore, di sfruttare le loro capacità, di dare un senso alla propria vita, di vedere riconosciuto il loro impegno.
    Ragazzi che non avevano voglia di stare a casa a fare i bamboccioni; giovani – tra i 28 e i 40 anni, che in nessun altro paese sarebbero ancora definiti ragazzi; uomini e donne che credono in se stessi e nelle competenze che con impegno hanno acquisito. Persone che hanno però raggiunto una convinzione: l´Italia non è un paese per giovani e nemmeno per chi è bravo. A Napolitano hanno raccontato perché, dopo aver provato inutilmente a sfondare in Italia, se ne sono andati; ma anche a quali condizioni potrebbero tornare. E a lui hanno chiesto di fare qualcosa per «rendere questo paese un luogo dove i giovani possano vivere e affermarsi solamente sulla base del merito, senza bisogno di parentele e cooptazioni».
    Le loro storie, e anche molte di più, sono state raccolte in un libro, La fuga dei talenti (di Sergio Nava, edizioni San Paolo), che ha saputo anticipare il dibattito che sarebbe esploso. Nel 2006 la fuga dei giovani professionisti italiani è costata al sistema paese oltre un miliardo e 700milioni di dollari: tutto quello che si è speso per formarli, dalle elementari all´università, se n´è andato lontano, a portare ricchezza da un´altra parte. Perché – scrive da New York il compositore Oscar Bianchi – «in Italia la mia “categoria” non ha il diritto di esistere». E Damiano Migliori, ingegnere in Francia: «Sento l´Italia come il mio paese, ma è in declino, e non vedo leve per migliorare». Una sorta di Spoon River. Cristina Cammarano, America, professore universitario: «Come insegnante, in Italia, non avrei potuto nemmeno pagare l´affitto e avrei dovuto agonizzare per anni aspettando la morte del mio “barone” per prenderne il posto». Marco Fantini, economista, Belgio: «L´Italia guarda solo al passato e i diritti “acquisiti” lo sono sempre dalle stesse persone». Patrizia Iacino, designer, Usa: «Il nostro paese è fermo e ha un solo interesse: lasciare intatti i privilegi». Giuliano Gasparini, consulente, Spagna: «Me ne sono andato perché non sono disposto ad accettare che le decisioni da noi vengano prese solo sulla base di interessi specifici». Paolo Besana, ricercatore, Gran Bretagna: «Qui so quello che mi spetta, dalla posizione in coda all´ufficio postale ai riconoscimenti in università, e non devo combattere contro chi cerca di passarmi avanti».
    Tornerebbero, scrivono, e però hanno le idee chiare sul cambiamento che vorrebbero: «Se le tasse più alte e la retribuzione più bassa venissero compensate da una riduzione dell´aliquota fiscale»; «se la gente smettesse di pensare che la via furba è quella giusta per raggiungere i propri obiettivi»; «se ci fosse il rispetto dei valori di onestà e legalità»; «se qualche dinosauro venisse sostituito da un giovane di talento»; «se ci fosse trasparenza, non clientelismo e soprusi». «Presidente – conclude la lettera – siamo consapevoli delle difficoltà, ma affidiamo nelle sue mani la speranza di immaginare un futuro meno nomade per i talenti italiani costretti a lasciare il paese che amano».

  2. La Redazione dice

    La risposta a Celli di Benedetta Tobagi oggi 2 dicembre su La Repubblica

    Ma i padri non devono invitare alla fuga

    Caro Direttore, immagino che la lettera di Pier Luigi Celli, “Figlio mio, lascia questo paese” (Repubblica, 30 novembre) sia nata come una provocazione.
    Anche concedendolo, mi pare che il testo, per ciò che dice, per come è costruito, sia esso stesso un sintomo preoccupante dei mali che vorrebbe denunciare: anche per questo, credo, ha dato fastidio a molti. È triste che per denunciare una situazione di grave disagio e degrado della vita civile, il direttore generale dell´università Luiss scelga l´espediente retorico della “lettera al figlio”, e si lanci in doglianze dure, ma generiche, sui mali italiani e sull´assenza di un futuro possibile per i giovani che restano a vivere in Italia.
    Se di provocazione si tratta, infatti, sarebbe stato uno scossone salutare che uscisse piuttosto dalla penna di un figlio, o comunque, di un giovane. L´identità dei figli si costruisce anche nella contrapposizione al mondo dei padri. Il momento della critica è parte integrante del processo di maturazione. Dalla penna di un padre, tanto più in questo caso, considerata la posizione pubblica che ricopre, sarebbe stato bello leggere del suo impegno accademico per tentare di rinnovare la classe dirigente, ritrovare – magari – un´analisi degli ostacoli incontrati, un atto di denuncia del mondo che conosce o ha conosciuto, con fatti, dati, numeri e nomi. Parole pensate per continuare ad agire sul proprio frammento mondo, nel tentativo di renderlo, anche se in piccolo, più abitabile, anche per il figlio. Parole che insegnassero al figlio il coraggio e l´ostinazione dell´impegno, anche se le circostanze ambientali sono le più scoraggianti. Invece il padre, confessato il proprio personale fallimento, incita il figlio ad andarsene.
    Conta solo il privato, il proprio interesse: non fare il mio errore, pensa a te e vattene lontano. A lui, istruito, intelligente, brillante, non affida il messaggio di mettercela tutta, a costo di delusioni, frustrazioni, sacrifici, per risollevare le sorti del Paese, perché spendersi per il bene comune, proprio quando le cose vanno male, “qualunque cosa succeda” (per citare l´avvocato Giorgio Ambrosoli) è un´impresa che riempie di senso la vita. Ai figli tocca l´onere di affrontare questo Paese ferito e travagliato e anche denunciarne i mali, ma i padri non dovrebbero abdicare al proprio ruolo.
    A livello simbolico, il padre è l´uomo divenuto capace di accudimento e di responsabilità. Al padre spetta di lavorare nel mondo e preparare il figlio a entrarvi. La letteratura classica ci consegna le immagini potenti di Ulisse, Enea e soprattutto Ettore, l´eroe dei troiani: accomunati dal tratto paterno inteso come progetto di futuro e responsabilità. In un bel saggio intitolato proprio “Il gesto di Ettore” lo psicanalista Luigi Zoja analizza gli effetti dell´attuale “rarefazione del padre”, il venir meno di “riti di passaggio all´età adulta mediati da figure paterne autorevoli” e di “un modello verticale capace di innescare processi sulla responsabilità”.
    La lettera di Celli si basa sull´assunto che oggi l´alternativa è tra rassegnarsi allo schifo o scappare e salvare se stessi. Non è così. Le “passioni grigie”, come le ha chiamate Remo Bodei (onestà, onore, rispetto di sé e dell´altro, far bene il proprio lavoro, non accettare corruzione e intimidazione) non sono morte. Girando per l´Italia, soprattutto frequentando il circuito “invisibile” delle associazioni culturali, o i poli di una rete come “Libera”, si incontra tanta gente che lavora, e molto bene, e soprattutto con i ragazzi, per creare anticorpi a una situazione che a troppi sembra senza speranza. Luoghi dove la denuncia di ciò che non va si accompagna sempre ad azioni costruttive: magari a livello locale, su piccola scala: ma l´umiltà del passo dopo passo è la linfa e la premessa di ogni vero cambiamento.
    Penso a una sostituto procuratore che ha speso la vita a cercare di contrastare i reati ambientali e la criminalità organizzata. Con frustrazioni e difficoltà quasi inimmaginabili. Quando si scoraggia, pensa alle parole di suo padre, avvocato e sindaco, che le ha trasmesso il senso del valore di compiere il proprio dovere. Si rende conto che il problema è strutturale e occorrerebbe modificare la mentalità dei cittadini. Continua dunque a fare il suo lavoro, però investe tempo anche in incontri pubblici per sensibilizzare la popolazione locale sulle problematiche ambientali. Ha una figlia che studia legge. In Italia. Penso a chi si rompe la testa per cercare di immaginare modi, linguaggi, strumenti nuovi per trasmettere ai ragazzi una cultura del rispetto delle regole, linfa perché domani l´Italia sia un po´ diversa. Ci sono padri che vivono con lo spettro di dover lasciare il paese, un domani, perché non riescono più a mantenere se stessi e la famiglia. Un giovane freelance, classe 1972, orgoglioso padre di una bimba di un anno (la madre, neanche farlo apposta, è una hostess di terra che ha sofferto tutte le tempeste del caso Alitalia): «Certo che la tentazione di andarsene guardandosi in giro è forte. Ma sarebbe una fuga. Adesso sono nel pieno delle mie forze, e voglio tentare tutto il possibile per darle un futuro qui». Questo è parlare. Da uomo, da padre, da italiano. Sono molto contenta per sua figlia, e anche per me. Mi ha fatto sentire meno sola. Ho trentadue anni, sono molto indignata, ma voglio continuare a vivere in Italia. Con tante scorribande all´estero (e invito tutti i ragazzi a fare lo stesso, se possono!), per prendere ciò che qui non trovo, per metterlo nel mio lavoro, per seminare nel mio Paese. C´è troppo da fare e c´è bisogno di tutti.
    Benedetta Tobagi

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