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"Riforma elettorale, il Pd vuole il testo in settimana", di C. Fus.

Finocchiaro (Pd): «Il tempo è scaduto, adesso è necessario arrivare presto in Parlamento con la nuova legge». Ma il Pdl punta alla “grande coalizione” Le tre settimane sono scadute. Si entra nella quarta e l’unica cosa che rimbalza dai tavoli del Pdl addetti alla riforma della legge elettorale sono messaggi un po’ provocatori. Il Corsera, ad esempio, mette nero su bianco l’opzione “grande coalizione” per il dopo Monti e, di conseguenza, una legge elettorale che renda più difficile al vincitore comporre una maggioranza. Tutti insieme appassionatamente e che nessuno prenda il sopravvento. Un’opzione che fa comodo solo al Pdl inchiodato nei sondaggi tra il 18 e il 20 per cento. Mentre il Pd è saldamente il primo partito con il 25 per cento e quindi non ha alcun interesse a lavorare su un’ipotesi di legge elettorale ten-ten, di quelle che non scontentano nessuno. Ma che farebbe fuggire definitivamente gli elettori.
Così, di fronte alle carte calate dal Corriere della sera con tanto di schemi e schede e quadri sinottici sui punti controversi, il Pd non può che reagire in modo netto. Per dire che non ci sta.
Non solo: ancora qualche giorno di attesa e poi la squadra di Bersani presenterà la propria proposta di modifica della legge elettorale. Con buona pace dei propositi sottoscritti quattro settimane fa da Alfano, Casini e Bersani: «Tre settimane di tempo e troveremo l’accordo sulla legge elettorale». Ne sono passate quattro e siamo ancora soltanto alle ipotesi.
Di fronte ai messaggi mezzo stampa del Pdl, che hanno anche il sottile obiettivo di irritare gli elettori, diventa categorica la capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro. Non si può «fallire sulla legge elettorale» così come è avvenuto con le riforme costituzionali. «Si arrivi presto in Parlamento perché il tempo è scaduto. Non c’è forza politica che non abbia annunciato che la priorità sia quella di cancellare il Porcellum e di fare una nuova legge. La politica farebbe una pessima figura, forse l’ultima, se non riuscisse a fare la riforma».
Il Pd, quindi, prova ad accelerare. Vietato fallire, come è già successo per le riforme istituzionali grazie alla rinnovata saldatura Pdl-Lega. Il partito di Bersani fa sapere di essere pronto a presentare alle Camere un progetto di legge di modifica al vigente Porcellum per riportare «nelle aule parlamentari» un dibattito che si svolge «da troppo tempo», come osserva l’Idv, «nelle segrete stanze». L’Assemblea nazionale del Pd, convocata per sabato 14, potrebbe essere un’occasione per discutere anche di questo.
Al tavolo della riforma sono impegnati Maurizio Migliavacca per il Pd, Denis Verdini per il Pdl, Cesa e Adornato per il Terzo Polo. «Noi siamo pronti al confronto», ribatte il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri, facendo capire però come su alcuni punti il suo partito non sembri intenzionato a mollare. Ma una vera intesa tra Pd-Pdl e Terzo Polo non è stata ancora raggiunta. Anche perché nessuno sa con certezza cosa succederà da qui alle elezioni, quali le formazioni sono pronte a scendere in campo. Difficile, in queste condizioni, ritagliare ora una legge elettorale su misura.
Il Pd sostiene di avere le idee chiare: «Schema bipolare, sapere la sera chi ha vinto, scelta dei parlamentari attraverso i collegi» spiega uno dei tecnici. Sul premio di maggioranza, al partito o alla coalizione che è la vera questione dirimente anche nel Pd non è stata ancora raggiunta una soluzione condivisa. «Sul punto manteniamo ancora un po’ di flessibilità» si spiega. È un punto decisivo per le alleanze. Comprensibile.
I nodi restano sempre gli stessi: preferenze sì, preferenze no; premio di maggioranza, quanto? Al partito? Alla coalizione? Soglia di sbarramento. Opinioni diverse anche all’interno degli stessi partiti. Carmelo Briguglio (Fli) invoca le preferenze mentre Fini «chiede l’uninominale per un futuro anglosassone». «Tanto rumore per nulla sintetizza Felice Belisario (Idv) tutti dicono di voler cambiare la legge elettorale, ma nessuno lo fa davvero…»

L’Unità 08.07.12

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Legge elettorale, ultimatum Pd: subito l’intesa o avanti da soli «Pronti ad andare in Aula con la modifica del Porcellum», di Alessandro Trocino

«Tempo scaduto, si vada in Parlamento». Il Pd accelera e minaccia di portare in Aula con un ordine del giorno la sua proposta, se non si troverà un accordo sulla legge elettorale in tempi brevissimi. Lo fa con Anna Finocchiaro e Luigi Zanda. Due le incognite principali: il premio di maggioranza (al primo partito o alla coalizione vincente?) e l’uscita dal voto bloccato (collegi o preferenze?). Scelte non soltanto tecniche, che hanno a che fare con lo stato di salute dei partiti (vedi alla voce sondaggi) e con le alleanze possibili (vedi alla voce grande coalizione).
Per Beppe Fioroni si è alla «tecnica del gambero»: un passo avanti e due indietro. Tutti vorrebbero correggere i due principali difetti del Porcellum, l’attuale legge elettorale: le liste bloccate (che creano un Parlamento di nominati dai partiti) e l’abnorme premio di maggioranza alla coalizione, che incoraggia alleanze eterogenee incapaci poi di governare.
Per uscire dalle liste bloccate, ci sono, semplificando, tre sistemi: quello simile al tedesco, che prevede un 40 per cento di seggi assegnati in collegi uninominali; il Provincellum (gli eletti dei collegi sono quelli con la percentuale più alta nel partito); le preferenze. Il Pd è sulla prima posizione, sgradita al Pdl, che vuole le preferenze. In particolare le vuole Angelino Alfano, per risolvere (delegando la scelta agli elettori) i problemi di convivenza tra le varie anime (FI, An, ecc) e di scelta dei candidati (le poltrone pdl saranno meno stavolta). Maurizio Gasparri non ha dubbi: «Il vero problema da risolvere sono le preferenze. Collegi e Provincellum sono una truffa, che impediscono ai cittadini di scegliere. Dicono: facciamo le primarie. Ma mica possiamo fare 700 primarie di quartiere. Le preferenze sono l’unica soluzione». Bersani non le apprezza: fanno aumentare i costi elettorali e sono a rischio brogli. «E nei Comuni allora? — insiste Gasparri — Lì si è appena votato così, senza problemi».
L’altra questione da risolvere è il premio di maggioranza. Il Pd preferisce darlo alla coalizione: attribuirlo ai partiti ha senso soprattutto se ci sono due partiti forti, ma così non è. E poi i democratici temono che Alfano riesca a coagularsi con altri, vincendo la sfida. Ma, naturalmente, il premio non è una variabile indipendente e darlo ai partiti è soluzione più compatibile, se si va verso un governo di grande coalizione. Gasparri la vede così: «In nessun Paese la grande coalizione può essere oggetto di programma elettorale. È il risultato di uno stato di emergenza o di uno stallo nei risultati. Io preferisco vincere. Comunque, dico no a premi che sfalsino le coalizioni e le portino dal 30 per cento dei voti al 55 per cento dei seggi».

Il Corriere della Sera 08.07.12

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