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"Thyssen, nell’appello bis possibili aumenti di pena", di Massimo Solani

Resta la rabbia dei parenti, esplosa dopo la lettura del dispositivo della Corte di Cassazione, ma anche la sensazione che dopo le prime reazioni negative la sentenza possa contenere sorprese valutabili solo leggendo il testo che sarà depositato entro 90 giorni. Perché dopo lo sgomento dei più, seguito alla decisione della Suprema Corte di rinviare il processo Thyssen in appello per la rideterminazione delle pene a carico dei dirigenti della multinazionale imputati per il rogo che nel 2007 causò la morte di sette operai, le indiscrezioni uscite dal Palazzaccio di piazza Cavour sembrerebbero
frenare il timore di un ulteriore ribasso delle pene, già falciate in appello quando l’accusa di omicidio volontario con dolo eventuale venne derubricata
in omicidio colposo con colpa cosciente.
Una speranza che rimane aggrappata, ostinatamente, attorno a tecnicismi legali tutti da decifrare. «Con la decisione di giovedì gli imputati per il
tragico rogo della Thyssen non sono stati favoriti in alcun modo e non è stato
accolto alcun motivo di ricorso dei loro difensori», ha infatti spiegato una fonte della Cassazione. «Le responsabilità degli imputati – prosegue la fonte – sono state accertate ed, anzi, il rischio è che nel nuovo processo di appello le pene aumentino perché è stato stabilito che il reato di rimozione ed omissione dolosadi cautele contro gli infortuni sul lavoro (articolo 437 del codice penale) non può essere assorbito negli altri reati comel’omicidio
colposo e incendio, ma deve essere considerato e punito come reato autonomo». «Il rogo della Thyssen è un fatto di una drammaticità senza precedenti – prosegue la spiegazione arrivata della Suprema Corte – e la Cassazione ha creato le condizion di diritto perché nel nuovo processo d’appello possano
essere inflitte agli imputati le pene in assoluto più alte che siano mai state irrogate per incidenti di questo tipo. Abbiamo riconosciuto tutte le colpe configurabili e abbiamo detto che la rimozione delle cautele infortunistiche deve essere considerato come reato a sè stante. È la prima volta che questo succede».
Una precisazione che ribalta completamente le prime sensazioni e che trova
conferma anche nelle parole del pm di Torino Raffaele Guariniello che aveva
condotto l’inchiesta e sostenuto a dibattimento l’accusa di omicidio volontario.
«La decisione della Cassazione non significa che le pene debbano essere rimodulate al ribasso, noi chiederemo un aumento delle pene», ha infatti commentato ieri Guariniello facendo riferimento alle pene fra i 7 e i 10 comminate nel primo appello. «Il considerare il reato di omissione dolosa delle cautele antinfortunistiche separato dal reato di disastro – ha specificato il pm – implica che si possa chiedere un aumento di pena.
Anche se non c’è il dolo eventuale siamo soddisfatti che sia rimasta la colpa
cosciente. L’aspetto negativo è che a oltre sei anni di distanza dalla tragedia non c’è una sentenza definitiva nonostante le indagini vennero chiuse in soli tre mesi».
Perché adesso, con un processo d’appello da rifare, il rischio è che la prescrizione arrivi a lavare via le colpe della dirigenza Thyssen per il rogo del 5 dicembre 2007 e per le morti di Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Antonio Schiavone, Bruno Santino e Roberto Scola. «Sarebbe sorprendente che con un’indagine conclusa in soli 3 mesi si andasse a finire in prescrizione»¸ ha infatti ammesso Guariniello. «Noi – ha spiegato il pubblico ministero – abbiamo chiuso le indagini in 3 mesi grazie alla nostra specializzazione. Da altre parti, ai sei anni si sarebbero aggiunti ulteriori anni di indagini. Questo vuol dire che quando si arriva in cassazione i giudici spesso dicono che il reato c’è ma è prescritto. Se non
facciamo in fretta – ha concluso – c’è il rischio prescrizione per il reato di omissione dolosa delle cautele antinfortunistiche. Bisogna che il nuovo processo sia fissato al più presto».
Una speranza che accomuna le famiglie delle vittime, la procura di Torino e
i sindacati. Chedopo la lettura della sentenza avevano commentato duramente
la decisione della Cassazione. «Fermo restando il rispetto che si deve per le
sentenze – le parole lapidarie del segretario Cgil Susanna Camusso – c’è stata
una strage dovuta ai non investimenti dell’azienda e ridurne la portatami sembra sbagliato».

da L’Unità

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«Capisco la rabbia dei parenti I processi sono troppo lenti», di Marco Imarisio
Guariniello: il premier dovrebbe intervenire
«La gente non capisce». Con quel sorriso da ignoto che si ritrova Guariniello, gli succede spesso di risultare spiazzante. Ancora di più oggi, poche ore dopo che i pianti e le lacrime dei familiari delle vittime Thyssen hanno punteggiato una sentenza di Cassazione letta ovunque come una sconfitta dell’accusa, costretta a rimangiarsi l’imputazione di omicidio volontario, a ricominciare da capo con un nuovo processo. «L’emotività non sempre aiuta a capire le cose» premette il magistrato torinese diventato un’icona di lavoratori e consumatori, una specie di santo protettore che si tiene però sempre a distanza di sicurezza dai suoi fedeli. «Non per snobismo, ma per metodo. Se cavalcassi l’onda dell’emozione diventerei un tribuno del popolo. Fare il magistrato è un’altra cosa».
Nonostante le apparenze, la musica lirica che esce dallo stereo del suo ufficio, le pile di libri di poesia in evidenza sul tavolo da lavoro, Raffaele Guariniello è un uomo pragmatico. Nel gennaio del 2011, quando mancavano ormai pochi mesi alla sentenza di primo grado sul rogo che bruciò le vite di sette operai, ricevette una delegazione dei familiari delle vittime. Nino Santino aveva parlato a nome degli altri. Il padre di Bruno, il più giovane degli operai della linea 5, il più lento a morire, era diventato un simbolo della tragedia, con la faccia del figlio sempre stampata su una maglietta nera. Quasi si vergognava. «La ThyssenKrupp ci ha offerto tanti soldi, procuratore. In cambio vogliono che ci cancelliamo dalle parti civili. Ma abbiamo paura di danneggiarla». Era un timore legittimo. Il dibattimento senza le famiglie delle vittime poteva anche diventare un sacco vuoto. Guariniello li aveva presi di sorpresa, come spesso gli accade. «Dovete accettare, subito. Con la giustizia non si sa mai, non ci sono certezze. Avete il dovere di accettare l’offerta, io mi arrangio comunque».
La tendenza al bicchiere mezzo pieno è parte del succitato metodo. «Io li capisco, gli sfoghi dei familiari. Ma non c’entrano nulla con la sentenza della Cassazione. Sono dovuti al tempo che passa, tanto, troppo. Non sono bastati sei anni a finire un processo, che pure era il prodotto di indagini svolte a tempo di record. Quell’attesa infinita sviluppa sempre e comunque nelle vittime e nei parenti il senso di una giustizia negata. Il nostro sistema non è in grado di garantire processi giusti nella loro durata, è un dato di fatto. Mi risulta che il nuovo governo abbia intenzione di mettere mano al sistema della giustizia italiana. Ecco, faccio un appello a Matteo Renzi: per favore, cominci da qui. I tempi brevi sono il segno di una civiltà giuridica che a noi ancora manca, e della quale abbiamo un bisogno disperato».
Guariniello è consapevole di quel che si dice di lui. La sentenza di giovedì notte rafforzerà la sua fama di magistrato che quasi sempre vince all’andata e spesso perde il ritorno. «Mi sembrava di aver fornito parecchie prove contro questa teoria, ma si vede che gli esami non finiscono mai. Diciamo piuttosto che è stato un pareggio». La scomparsa del dolo eventuale che era alla base dell’accusa di omicidio volontario segna un arretramento della linea che Guariniello ha sempre sognato di segnare per le stragi bianche. «Non c’è dubbio. Non siamo stati abbastanza bravi da convincere la Cassazione della bontà di questa tesi».
L’emotività è come la nebbia, impedisce di vedere le cose. Il giorno dopo, letto e riletto il dispositivo della sentenza, il magistrato torinese trova tre aspetti positivi che nella fretta sono passati inosservati. «Primo: la Cassazione scrive che “si confermano le responsabilità degli imputati”. Significa una piena convalida alla nostra impostazione, che era la novità maggiore del processo. Non considerare i fatti come episodi isolati, ma risalire alla politica di sicurezza dell’azienda, alle responsabilità dei vertici, del consiglio di amministrazione. Questo a aspetto ormai non è più scalfibile. Secondo: è stato respinto il ricorso presentato dalla società. La responsabilità penale non è più solo delle persone fisiche, ma della stessa azienda come soggetto giuridico. Terzo: vero, scompare il dolo eventuale, ma la Cassazione stabilisce che gli imputati hanno agito nonostante la previsione dell’evento. Si chiama colpa cosciente, siamo appena un gradino sotto di quanto avevamo ipotizzato».
L’ultima goccia del bicchiere mezzo pieno è quella che Guariniello distilla con meno piacere. «Tolta l’aggravante, si torna a due reati distinti, omicidio colposo e disastro colposo. Nel nuovo processo d’appello potremo chiedere pene ancora più pesanti, e chi le auspica potrà così essere soddisfatto». Il distinguo finale è puro Guariniello, un distillato del suo modo di essere. «A me interessa instaurare dei principi, cambiare le cose. Le sentenze invece vanno e vengono». L’idea di privare un uomo della sua libertà non lo fa dormire di notte. In quarant’anni di carriera ha chiesto un solo arresto. Accadde durante le Olimpiadi invernali del 2006, con il massaggiatore della squadra austriaca. Aveva la stanza piena di fialette proibite. Si stava calando dalla finestra. Guariniello ci sta male ancora oggi.

da Il Corriere della Sera