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Si bevono la nostra fiducia

L’acqua non è più di tutti. Da oggi sarà monopolio dei privati, di pochi centri di potere e, con molta probabilità, della criminalità organizzata. L’ultima aberrazione di un governo che non conosce vergogna porta il nome di decreto Ronchi e ha visto la luce questa mattina, anche se di fatto tutto è stato deciso nel pomeriggio di ieri.

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, chiedere la fiducia è il massimo. A poche ore di distanza dalle affermazioni del presidente del Consiglio, che definisce “solida” la sua maggioranza, il governo inaugura la sua fiducia numero 26, quella che darà il via alla privatizzazione dell’acqua. Ancora una volta il Parlamento viene espropriato del suo ruolo: il Governo lo considera un luogo dove avallare scelte, sbagliate, adottate con poco criterio. Il decreto “salva- infrazioni” che contiene la riforma dei servizi pubblici locali, compresa la gestione dell’acqua è stato votato da 590 deputati e approvato con 320 sì, contro i 270 no dell’opposizione.

Entro due anni potrebbe essere venduto tutto il comparto idrico pubblico per essere affidato a privati, o per essere ceduto a società miste nelle quali l’eventuale partecipazione pubblica non dovrà superare il 40%. Il tutto smuoverà negli anni un giro di denaro da 8 miliardi di euro, motivo che ben vale l’uso, quanto mai inappropriato, che dovrebbe essere essere caratterizzato da requisiti di “necessità ed urgenza” . L’opposizione ha chiesto l’intervento del Presidente della Camera considerate, sia nel merito che nella forma, le conseguenze che potrebbe comportare l’efficacia di una disposizione del genere. I rappresentanti del Pd e dell’opposizione, inoltre, hanno affermato congiuntamente che “ancora una volta la Camera è stata espropriata dalla possibilità di discutere e modificare i provvedimenti del governo”.

Nonostante l’ “espropriazione” , chi pensava che il voto di ieri sarebbe stato facile come bere un bicchier d’acqua ha dovuto fare i conti con due “piccoli imprevisti”. In primo luogo il Partito Democratico che, presente in aula per il 95%, si è schierato compatto e ha mandato sotto la maggioranza ben quattro volte, ottenendo l’approvazione di altrettanti ordini del giorno e la resa “definitiva e incondizionata” del ministro Ronchi. Messo alle strette, infatti, l’ideatore del decreto ha dovuto interrompere le votazioni e accogliere passivamente gli altri odg, trasformandoli in raccomandazioni e regalando al PD la sua 32esima vittoria sul governo. Un episodio che ha aggiunto pepe al clima non proprio disteso che aleggia nella maggioranza e che ha monopolizzato l’attenzione di chi era in transatlantico. Il capogruppo Pdl Cicchitto era fuori di se, continuava a ripetere ai suoi: “Così non si va avanti”. Cinque parole che sono un monito per quei ministri che una volta erano amici, compagni di squadra e d’avventura e che oggi fanno a gara di assenza costringendo lui, Cicchitto, all’ennesima figuraccia.

Ma le figuracce non sono un’esclusiva del Pdl. Il secondo boccone amaro riguarda la Lega che ieri, fra gli scranni di Montecitorio, ha lasciato la faccia e la credibilità. Il partito “del popolo del nord” si è allineato al diktat del governo e ha votato la stessa legge che per mesi aveva criticato, rivendicando l’acqua come risorsa pubblica. La coerenza è andata a farsi un bagno in nome della poltrona, motivo per cui è toccato al patron del carroccio, Umberto Bossi, alzare la voce e richiamare all’ordine i pochi tormentati dal senso di colpa: “Non si muore per una legge, ma si muore se cade il governo”. Insomma, anche per il leghista duro e puro, l’importante è partecipare. Il come è del tutto secondario…

Il capogruppo PD alla camera Dario Franceschini afferma. ”Ormai siamo di fronte ad una maggioranza lacerata da continue divisioni quotidiane che non riesce nemmeno piu’ a garantire le presenze in aula. Andare sotto quattro volte in una giornata disponendo di una maggioranza di oltre 70 deputati e’ segno di una crisi gravissima”.

Marina Sereni, vicepresidente del PD ha dichiarato che “la Camera farà un opposizione netta e intransigente affinché il decreto 135 venga fermato e modificato”, ha poi aggiunto che “è del tutto inaccettabile che ancora una volta il Governo in maniera frettolosa e pasticciata tenti di affrontare un tema complesso e articolato come quello delle risorse idriche e dei servizi pubblici locali in un decreto che si occupa di infrazioni rispetto alle normative comunitarie”, ha poi aggiunto.

Il deputato del PD Jean Leonard Touadi ha dichiarato che “le motivazioni di urgenza addotte dal Ministro dei rapporti con il Parlamento sono assolutamente pretestuose. Il provvedimento tocca un aspetto fondamentale della vita dei cittadini e delle comunità locali, e su questo il dibattito parlamentare è indispensabile per evitare che il business di pochi prevalga sulla necessità di tutti. Mi chiedo se la prossima mossa della maggioranza non sarà quella di sottoporre alla fiducia anche l’aria che respiriamo”

“L’ordine del giorno della Lega sull’acqua è una presa per i fondelli, un modo per pulirsi la coscienza, che però non cambia le cose”. Così Ermete Realacci commentando l’annuncio da parte della Lega di un ordine del giorno che chiede di modificare le norme che liberalizzano i servizi pubblici locali, contenute nel decreto Ronchi. “L’unica ragione – ha continuato Realacci – per cui il governo ha posto la fiducia su questo decreto è proprio questa normativa sulla privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici locali. Oltretutto essa non è necessitata da alcun vincolo o obbligo comunitario; è una scelta solo politica, che contraddice la posizione storica della Lega. È una presa per i fondelli. La Lega presenterà un documento che si farà approvare dal governo”.

Anche per Roberto Della Seta, senatore PD, “è indecente il doppio gioco della Lega sull’acqua: con Calderoli firma il decreto che obbliga alla privatizzazione dei servizi idrici, in Parlamento fa finta di non essere d’accordo. Con l’aggravante della fiducia sul decreto. Etica pubblica vuol dire anche non prendere in giro i cittadini. E oggi i cittadini devono sapere che la Lega è uno dei principali artefici di una norma che consegnerà il business dell’acqua a quattro o cinque multinazionali, impedendo ogni efficace controllo pubblico sui criteri d’uso, sul prezzo, sulla tutela di un bene comune come le risorse idriche”.
Iv.Gia
www.partitodemocratico.it

1 Commento

  1. Giorgio dice

    Gentile Ghizzoni, ho visto che il suo sito ha riportato molti articoli interessanti sulla questione decreto Ronchi. Oggi ho trovato, purtroppo un po’ in ritardo, questo articolo che vorrei segnalarlo perchè contribuisce alla discussione. Io sono di Carpi come Lei e mi ricordo il referendum a cui abbiamo partecipato e mi sembra che la decisione de nostro comune vada in questa direzione

    SERVIZI LOCALI: LE REGOLE NON POSSONO ATTENDERE
    di Carlo Scarpa 18.11.2009 da voce.info
    Nessuna privatizzazione dell’acqua o di altro, ma certo una maggiore spinta a che le amministrazioni locali mostrino se le loro imprese sono veramente efficienti. Nulla di male in questo, ma manca un pezzo. Manca una regolazione seria dei settori, che oggi non hanno regole chiare che possano veramente garantire una partnership pubblico-privato virtuosa. Occorre completare il quadro delle regole. E farlo rapidamente. Perché altrimenti i rischi sono tanti.

    Pare ormai definitivo. Passerà la riforma dei servizi pubblici locali proposta del governo, con la benedizione sostanziale di diversi esponenti dell’opposizione. In realtà, riguarda solo tre servizi, ovvero acqua e rifiuti e trasporti locali, ma per questi avviene effettivamente qualcosa di significativo. L’aspetto fondamentale è che si cerca di quasi-vietare gli affidamenti diretti di un comune a una impresa interamente pubblica. Se si vogliono fare affidamenti diretti, ci deve essere con almeno il 40 per cento un socio privato industriale (non solo finanziario) con compiti di gestione. Se no, si va in gara.

    CONTRO LE INEFFICIENZE

    La ratio è evidente. Accanto a tante imprese pubbliche efficienti, ce ne sono tante che gettano via denaro pubblico. Si noti che i privati, motivati dai profitti, a parità di efficienza verosimilmente chiederanno prezzi più alti delle imprese pubbliche. E allora le imprese pubbliche efficienti resteranno a galla, anche perché se sono veramente tali vinceranno le gare. Quelle che sono così inefficienti da perdere le gare perfino contro i privati, che dai prezzi devono ricavare margini di profitto, personalmente non le rimpiangerò.
    Per dare un’idea, nel 2005 risultavano in perdita circa un terzo delle imprese locali del settore igiene urbana e il 40 per cento nel settore idrico. E il trasporto pubblico locale va anche peggio. (1) Nella più ottimistica interpretazione, siamo di fronte a deficit pubblici che le amministrazioni locali nascondono nelle loro imprese per non farli risultare dai bilanci comunali. Ma, temo, in molti casi c’è ben di peggio. A queste situazioni occorre dare una risposta, anche per lasciare spazio a imprese vere; magari pubbliche, perché no, ma vere.
    Una delle norme introdotte dice che se si vuole evitare la gara, allora abbiamo bisogno di almeno il 40 per cento di capitale privato. È forse il punto più debole della norma, ma non è insensato. Diversi studi sull’Italia (ma non solo) ci dicono che le imprese a capitale misto sono più efficienti di quelle totalmente pubbliche. Ma è evidente che l’arrivo “forzato” del privato non è in sé una panacea; tante volte le imprese miste sono migliori di quelle pubbliche proprio perché sono state vendute al privato le imprese più appetibili (quelle scadenti, nessuno se le compra). Oltre tutto, costringere a vendere non promette bene quanto a gettito pubblico e si può dubitare che molte amministrazioni vorranno andare su questa strada, se non per eludere la norma con qualche socio privato di comodo. Ma, come si diceva, se non ci riescono non è la fine del mondo: è solo la messa a gara del servizio.

    NON C’È UNA PRIVATIZZAZIONE DEL SERVIZIO IDRICO…

    È triste che qualcuno chiami tutto questo “la privatizzazione dell’acqua”. Ècattiva informazione, ai limiti della mala fede. Quello che si vuole è la messa a gara dei servizi. Se uno poi vuole mantenere la proprietà pubblica delle imprese lo può fare, ma queste devono dimostrare sul campo di valere almeno quanto quelle private. Si noti bene: le imprese pubbliche “brave” non avranno problemi, e in Italia per fortuna ne abbiamo diverse.
    Il timore di qualcuno è che la presenza dei privati aumenti i prezzi, in particolare dell’acqua. No, a questa obiezione la risposta è semplice: se non si vogliono i privati allora si faccia una gara, e se l’impresa interamente pubblica farà veramente prezzi più bassi, allora il privato non passerà. Avremo una gestione privata solo se sarà il privato ad avere prezzi più bassi, ma allora il problema non esiste.
    Resta poi un’altra questione, che prescinde dalla proprietà pubblica o privata. Ovvero, il fatto che il settore idrico ha bisogno di investimenti immensi (decine di miliardi di euro già oggi previsti) e che i costi dovranno essere coperti da prezzi più alti. Ma questo resterà vero anche se il gestore è pubblico, ed è cosa nota da almeno quindici anni: la legge Galli è del 1994, quando al governo c’era Carlo Azeglio Ciampi; il provvedimento per l’adeguamento dei prezzi data al 1996, firmato da Antonio Di Pietro nel primo governo Prodi.

    UN GROSSO PROBLEMA APERTO

    Se l’impianto del provvedimento è sostanzialmente accettabile, lascia però aperti un paio di problemi. Il primo, risolvibile con un regolamento apposito, è come saranno fatte le gare. Il secondo è invece assai più serio, ovvero chi regola questi settori. Si spinge per una maggiore presenza privata in alcuni servizi che però non hanno una regolazione degna di questo nome.
    Ad esempio, nell’acqua già oggi questo è un problema che sta per esplodere. Da un lato, il regolatore non può essere (come è oggi) un organo politico locale, troppo sottoposto a pressioni elettorali spicciole: inutile obbligare alla privatizzazione se non si creano le condizioni per tutelare gli investitori. Dall’altro, i livelli di qualità rischiano di essere sacrificati se i comuni non hanno organi capaci di svolgere il monitoraggio. Problema, questo, ancora più acuto per il settore dei rifiuti.
    Il provvedimento non è sbagliato, ma manca un pezzo. Non era certo un decreto ministeriale che poteva farlo, ma ora l’istituzione di organi di regolazione per questi servizi non può più attendere. Pena, il caos.

    (1) Dati e analisi più complete saranno contenute nel volume “Comuni SpA. Il capitalismo municipale in Italia”, di Scarpa, Bianchi, Bortolotti e Pellizzola, in corso di pubblicazione per Il Mulino (fine 2009).

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