attualità

“Dietro il caos in Siria l’ombra dell’Iraq e i regni dell’oro nero”, di Gilles Kepel

La cronaca di un attacco annunciato contro la Siria di Bashar al-Assad coincide più o meno con il dodicesimo anniversario dell’11 settembre. L’ostentata volontà franco-americana di bombardare un Medio Oriente in cui si moltiplicano le spaccature dopo le rivoluzioni del 2011 non è che l’ultima replica del big bang che ha aperto il XXI secolo. Ma le esplosioni ricorrenti del vulcano arabo liberano delle forze irreprimibili, protagoniste impreviste del mondo di domani. Le rivoluzioni arabe sono in primo luogo il prodotto della decomposizione di un sistema politico concepito per resistere alla paura della proliferazione terroristica dopo la «doppia razzia benedetta su New York e Washington» perpetrata da bin Laden e dai suoi accoliti. Contro Al Qaeda, avevamo eretto un baluardo di regimi autoritari e corrotti, ma dotati di servizi di sicurezza efficienti. L’esigenza della democrazia era stata sacrificata sull’altare della dittatura, ma Ben Ali, Mubarak, Gheddafi e altri come Ali Saleh, non sono stati altro che dei despoti patetici che hanno cristallizzato contro se stessi il malcontento popolare, portando a delle rivoluzioni che sono dilagate da Tunisi al Cairo e da Bengasi a Sana’a nella primavera del 2011.
Nel frattempo, Al Qaeda aveva investito le sue energie per creare un improbabile «Emirato islamico di Mesopotamia» nell’Iraq occupato dagli Usa dopo il marzo del 2003. Si è infranta nella sua corsa folle agli attentati suicidi, sognando invano di infliggere all’America un Vietnam jihadista. Nei suoi confronti, i neoconservatori americani, credendo di riscattare il loro onore militare con il dispiegamento di un arsenale invincibile contro uno «Stato canaglia», si prendevano una rivincita simbolica contro gli aerei lanciati contro le Torri Gemelle. Speravano di raggiungere un duplice obiettivo. Rovesciando Saddam Hussein, punivano un dittatore sunnita sospettato di avere creato bin Laden. E portavano al potere la maggioranza sciita in Iraq, che credevano filo-americana, amica di Israele, e perfino capace di far vacillare il regime dei mullah di Teheran. Questi ideologi imbevuti di guerra fredda si sono rivelati degli apprendisti stregoni. Lungi dal vacillare, Teheran è rapidamente diventata la fornitrice di armi e la finanziatrice dello sciismo iracheno. E sono questi sciiti che hanno spezzato le reni all’organizzazione terroristica sunnita, finanziata dai petrodollari provenienti dalla riva araba del Golfo Persico. Infine, sotto gli auspici di Maliki, Bagdad è diventata la migliore alleata di Teheran.
La guerra in Iraq ha dunque avuto due conseguenze paradossali. Ha rafforzato l’asse sciita diretto da Teheran, che ora ha un forte sostegno a Bagdad, e, inoltre, Damasco, gli Hezbollah libanesi e (fino al 2012) il movimento Hamas palestinese, unico partner sunnita della coalizione. E ha disintegrato Al Qaeda, così le dittature sono apparse inutili o addirittura dannose. Soprattutto, Teheran, fornendo via Damasco le armi ai suoi debitori di Hezbollah e di Hamas, ha
proiettato la sua frontiera militare sui confini dello stato ebraico, tramite gli alleati interposti. Di fronte al rafforzamento di questo asse sciita, il cui controllo dell’arma nucleare sconvolgerebbe la geopolitica globale dell’energia, perché trasformerebbe il Golfo Persico in un lago iraniano, il mondo sunnita subisce una prima scossa con le rivoluzioni arabe. Le «primavere arabe» sono state accolte con benevolenza in Occidente, ma hanno comunicato un’ondata di panico nella spina dorsale delle monarchie petrolifere del Golfo.
La prospettiva di un «contagio democratico » ha terrorizzato queste dinastie i cui membri monopolizzano i proventi del petrolio e del gas. Il pericolo toccava ormai la penisola arabica stessa, mentre la comunità internazionale guardava da un’altra parte lasciando prevalere gli idrocarburi in pericolo sui diritti umani a rischio. Eppure, il Consiglio di cooperazione del Golfo si è diviso profondamente rispetto alle rivoluzioni arabe. Il Qatar, seconda potenza produttrice di gas al mondo, si è impegnato a dare un massiccio sostegno materiale e mediatico, attraverso la Al Jazeera, ai Fratelli Musulmani. Ha visto in questo islamismo socialmente conservatore la massa umana critica capace di farlo diventare la potenza egemonica del mondo arabo sunnita. Per contro, l’Arabia Saudita e gli altri emirati hanno fatto blocco contro i Fratelli, che fanno concorrenza alla loro intenzione di controllare l’Islam mondiale. L’Arabia ha sostenuto ovunque i salafiti, rivali dei Fratelli. Tuttavia, parte di questi elementi sono finiti nell’attività jihadista violenta. È in questo contesto che si è sviluppata la rivoluzione siriana. All’inizio, aveva lo stesso profilo che in Tunisia o in Egitto: una gioventù istruita si metteva a capo delle rivendicazioni democratiche contro un potere autoritario. Ma l’intensità della repressione e la sua trasformazione graduale in guerra civile a carattere confessionale ha impedito il sollevamento delle forze armate contro il presidente. Il finanziamento in petrodollari e la distribuzione di armi provenienti dai Paesi del Golfo — uniti per sostenere i sunniti che avrebbero scardinato l’asse sciita se Damasco fosse caduta — ha cambiato la situazione sul terreno, favorendo la penetrazione militare dei gruppi islamisti e rendendo più difficile il sostegno alle forze democratiche
della resistenza.
La Siria diventa dunque l’epicentro dello scontro tra l’asse sciita e i suoi avversari sunniti, ostaggio di una guerra per procura fatta prima di tutto per controllare gli idrocarburi del Golfo. La vittoria di Assad rafforzerebbe Teheran e, dietro all’Iran, la Russia, messa da parte in Medio Oriente. È su questa mappa contrastata che si è aperto nel 2013 il «terzo tempo» della dialettica delle rivoluzioni arabe: la reazione contro i Fratelli musulmani. A quel punto, si è prodotto un importante riallineamento nella regione, di cui hanno immediatamente tratto profitto i dirigenti siriani, iraniani e russi: l’esplosione del blocco sunnita in due fazioni rispetto al sostegno o all’ostilità verso i Fratelli Musulmani. Questa spaccatura profonda separa la Turchia e il Qatar, da una parte, e gli altri paesi del Golfo, Arabia Saudita in testa.
Questo è il contesto in cui sono state usate le armi chimiche nella periferia di Damasco. Se si scoprisse che il regime è l’autore di questo bombardamento sarebbe una provocazione per la comunità internazionale, per la quale questa rappresenta, come ha detto Obama, una «linea rossa». È la violazione di questa norma morale che i presidenti americano e francese invocano per agire in nome dell’umanità contro la barbarie. Tuttavia, l’invocazione di questi principi riscuote poco successo tanto nell’opinione pubblica dei paesi coinvolti che tra gli alleati, dagli altri paesi europei alla Lega Araba. Soprattutto, la riaffermazione russa cambia profondamente la situazione rispetto a un’operazione militare. Mosca non vuole subire un nuovo Afghanistan. La paradossale accoppiata francoamericana ha i mezzi per prolungare l’unilateralismo che è prevalso dopo la caduta del muro di Berlino? Oppure l’Occidente, diviso, è costretto ad agire nel quadro di un nuovo multipolarismo?
(traduzione di Luis E. Moriones)

La Repubblica 02.09.13