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“Perchè l’austerità è stata un suicidio”, di Carlo Buttaroni

Uno studio dal titolo emblematico “Moltiplicatori fiscali ed errori nelle previsioni di crescita”, firmato da due economisti del Fondo Monetario internazionale, Daniel Leigh e Olivier Blancherd, ha messo nero su bianco quello che da tempo sosteniamo: la politica del rigore è stata un suicidio. Analizzando i casi di Spagna, Portogallo e Grecia, i due studiosi hanno dimostrato, dati alla mano, che la premessa alla base delle politiche “lacrime e sangue” è completamente sbagliata. E dalle conseguenze devastanti. Il principio attivo della cura- austerity messo a punto nei laboratori di Bruxelles, infatti, si basava sulla convinzione che per ogni euro tagliato ci sarebbe stata una contrazione dell’economia pari a 0,50 euro. I dati hanno dimostrato, invece, che la contrazione reale è stata di 1 euro e mezzo. Quindi, tre volte tanto. In un altro rapporto interno del Fondo monetario internazionale, pubblicato il 17 settembre, si legge che l’austerity deve avere un “limite di velocità” e che alcune delle politiche imposte hanno presentato rischi di “autodistruzione” per l’economia locale. Il mea culpa del FMI arriva ben dopo la scoperta di grossolani errori nel modello teorico dell’austerity elaborato da Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff. Secondo Reinhart e Rogoff, c’è una correlazione tra debito pubblico/pil elevato, cioè superiore al 90%, e bassa crescita economica. Da qui le politiche di tagli e sacrifici per cercare di uscire dalla recessione. Ebbene, quella premessa era completamente sbagliata, fondata su basi metodologiche discutibili e inficiata da un banale errore nel foglio di calcolo. Depurando l’analisi da questi errori fatali, infatti, il tasso di crescita medio dei Paesi ad alto debito non è -0,1% bensì +2,2%. La politica “lacrime e sangue” quindi non solo non poteva curare la malattia ma poteva solo peggiorarla, creando disoccupazione, riducendo i consumi e accentuando le disuguaglianze. Oggi, il problema principale di tutte le economie avanzate è rappresentato, infatti, dalla debolezza della “domanda aggregata”, cioè la domanda di beni e servizi espressa da un sistema economico nel suo complesso. E tanto più c’è disuguaglianza tanto più la domanda aggregata è debole e la crescita economica disomogenea e lenta. Il motivo di questo fenomeno non risiede nella moralità del pensiero egualitario, ma in un ben individuato meccanismo economico chiamato propensione al consumo. Contrariamente a quanto generalmente si crede, infatti, nei ricchi tale propensione è più bassa, mentre il vero motore dei consumi è il ceto medio, non solo perché rappresenta una platea più ampia, ma anche perché è portato a convertire in consumi una percentuale proporzionalmente molto più elevata del proprio reddito rispetto ai ricchi. Se far ripartire i consumi è una delle principali chiavi delle economie avanzate, per far ripartire l’intera economia (insieme all’aumento delle esportazioni), ecco allora l’importanza di politiche che favoriscano l’occupazione e una più equa distribuzione della ricchezza. Un passaggio di questo tipo richiede, però, uno spostamento significativo verso un modello di crescita centrata sul lavoro e sull’incremento della domanda aggregata, soprattutto nella sua componente essenziale, cioè i consumi. È questo il principale insegnamento della crisi, che traccia anche la via per uscirne. Un percorso che deve portare a una riconsiderazione delle politiche per il lavoro, delle politiche industriali e di protezione sociale, accompagnate da efficienti politiche salariali. Strumenti, questi, in grado di dare un contributo essenziale anche nel far crescere la fiducia dei cittadini che è quasi più importante di quella dei mercati finanziari. Le politiche, quindi, non solo devono essere eque, ma devono essere comprese in maniera corretta e positiva dai cittadini, considerando che il costo della crisi finanziaria è ricaduto esclusivamente su coloro che non hanno responsabilità per le decisioni disastrose che hanno affondato l’economia reale e messo a dura prova il loro futuro. Se le stime saranno confermate, la fase economica compresa tra il 2008 e il 2013, vedrà il Pil dell’Italia diminuito dell’8,6%. I segnali di ripresa arriveranno soltanto dal secondo trimestre dell’anno prossimo. Ma sarà una ripresa lenta e fragile, frenata da una disoccupazione alta (e in crescita anche l’anno prossimo) e da una domanda interna debole, trainata dall’aumento dell’export. I riverberi recessivi si faranno sentire a lungo sul mercato del lavoro. La riduzione dei livelli occupazionali continuerà fino alla primavera del prossimo anno, quando inizierà un lieve recupero. In assenza di interventi, il 2014 potrebbe chiudersi con una ulteriore crescita del tasso di disoccupazione. L’ulteriore contrazione del Pil nel 2013 avrà come effetto un peggioramento del rapporto con il debito, che potrebbe restare sopra il 130% fino al primo trimestre 2014. Fatte queste considerazioni la domanda sorge spontanea: cosa altro serve per attestare la necessità di politiche completamente diverse, ridistributive ed espansive, in grado di far ripartire la domanda interna? Quali altre prove occorrono per comprendere l’urgenza di politiche per il lavoro fondate sulla qualità sociale, sui diritti che sostengano le famiglie e il ceto medio. Riflettiamo su chi è più visionario: chi pensa di poter uscire dalla crisi proseguendo sulla strada del “rigore” attraverso road map irrealizzabili o chi ritiene che occorre mettere al centro politiche economiche che superino i paradigmi che hanno portato alla situazione attuale? E riflettiamo anche su un altro aspetto: siamo portati a pensare il trattato di Maastricht come un moloch. Ma in periodi diversi altri Paesi hanno chiesto di rinegoziarlo perché non riuscivano a rispettare i parametri che erano stati fissati. Da quando è scoppiata la crisi quel trattato è sembrato, invece, qualcosa di intoccabile e di non negoziabile. In realtà, non è così. E dopo i disastri creati da convinzioni e calcoli sbagliati è venuto il momento di ripensare i parametri alla luce della necessità di quelle politiche espansive che è necessario mettere in campo per uscire dalla fase recessiva e rendere solida la ripresa.

L’Unità 23.09.13

2 Commenti

  1. Marcello Palattella dice

    … o se ha uno stipendio o una pensione, e questi sono stati lasciati in balia dell’inflazione, come si può sostenere che questo non nuocerà all’economia?
    P.S.: scusatemi, mi è partito involontariamente il commento prima di completarlo.

  2. Marcello Palattella dice

    E’ bastato un gruppo di studenti di economia per accorgersi che la teoria di Reinhart e Rogoff conteneva errori banali. Peccato però che ci si è accorti solo da qualche mese che le castronerie dei due, prese per oro colato dai soloni dell’FMI, della UE, e della BCE, hanno avuto le conseguenze drammatiche che tutti conosciamo sugli amici greci, spagnoli e portoghesi, e sul nostro Paese. Poco male, meglio tardi che mai, si potrebbe dire; ora che riconoscono che l’austerità porta altra austerità si faranno delle politiche espansive. Ma neanche per idea; prendiamo il caso dell’Italia. Appena sforato di appena lo 0,1% il rapporto deficit/Pil, subito i tromboni di Bruxelles hanno minacciato riaperture di procedure di infrazione! Figuriamoci poi se eviteranno all’Italia, un Paese moribondo, di tenere fede al Fiscal Compact che dal 2014 ci obbligherà a ridurre il debito pubblico dal 130% al 60%, come dire “manovrucce” da 45-50 mld di euro l’anno per 20 anni! E’ vero che errare è umano, però solo i somari ci cascano due volte e, purtroppo, nella UE sembra che comandino loro, i somari! E, a dimostrazione che l’economia è una scienza fasulla, su Il Fatto Quotidiano di oggi si legge in un post: La disuguaglianza distributiva non disturba l’economia. Vi si legge che il Prof. Scott Winship sostiene che la crescita della disuguaglianza sociale, conseguenza principale delle politiche di austerity, se non fa bene, neanche fa male all’economia; e questa teoria ha molti estimatori in America e in Europa. Ma come, se lo sanno anche i bambini che la crescita del Pil è dovuta per due terzi alla domanda interna, e se la maggior parte della gente non può più spendere, perché ha perso il lavoro

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