cultura

“Allarme cultura”, di Federico Orlando

Lunedì nella Sala Umberto di Roma la politica ha sperimentato un altro modo di far teatro, allungando il lunghissimo elenco delle sue variazioni: sacro, profano, popolare, di corte, di massa, d’ombre, d’arte, dell’assurdo, d’avanguardia, illuministico, gesuitico, delle marionette e via fantasticando (la cultura è l’ordine dato alla fantasia, perché possa diventare fattore di crescita per tutti). La nuova forma teatrale sperimentata alla “Umberto” da Gabriella Carlucci e Luca Barbareschi, entrambi di spettacolo e deputati governativi, è consistita in una recita antigovernativa, con l’intenzione di convincere il governo, se non a riparare il danno, almeno a ridurlo, anche simbolicamente: sicché si possa dire che il governo resta, sì, convinto che la cultura sia una spesa e non un investimento sia pur “marginale” nel nostro sistema economico; ma fa anche qualcosa per tenerne in vita una parte: diciamo nutrizione e idratazione, come da dogma. Alla “Umberto” qualcuno ha intravisto il teatro della contraddizione nella contraddizione, ma con molta grazia da parte degli attori, e con molta simpatia da parte nostra, spettatori e critici del dramma.
Dramma proprio nel senso di drammatico, perché se non arrivano al galoppo almeno i 30 milioni per fronteggiare l’emergenza, cioè per pagare le produzioni già in cantiere, a fine anno si chiude. “Allarme cultura”, dice da tempo alla camera Emilia De Biase, segretaria di presidenza.
È problema di fisica che si sostituisce alla politica: più la crisi cresce, più si restringe il Fus, il fondo unico per lo spettacolo istituito nel 1985 per aiuti pubblici al cinema e agli spettacoli dal vivo (teatro, strada, lirica, orchestre, danza, circo, eccetera). Adesso, mentre voi leggete, il punto è questo.
I fondi dati e in parte ritolti all’editoria, i fondi promessi e poi negati per lo spettacolo, annaspano nei flutti: scompaiono e ricompaiono aggrappati a mezzo salvagente. Tremonti smentisce il cavaliere, che dice che la crisi non c’è, e dice che la crisi c’è. Non solo non ridarà al Fus i soldi rivendicati, ma gli toglierebbe il salvagente, appunto i 30 milioni per completare le opere cantierate. A sua volta il ministro della cultura Bondi, impegnato in questi giorni a separarsi dalla moglie (coraggio, ministro, ci siamo passati e le assicuro che si sopravvive), ma soprattutto impegnatissimo a proteggere l’immagine del premier dalle dolcezze che i preti chiamano con definizione soft “libertinaggio”; Biondi, dicevo, se ne sta buono, intento a devastare come meglio non potrebbe il ministero dei beni culturali (invano i 500 direttori di musei italiani nel mondo l’hanno supplicato di non inventarsi una direzione generale del patrimonio, affidata all’ex direttore generale della McDonald). E tace, il tenero “trovatore” del Cavaliere e della Carfagna, di fronte alla Medusa Tremonti che lo paralizza coi suoi dinieghi; e trova conforto nel Colosso di Venezia, il Brunetta, che definisce teatro e opera lirica ozi per vecchi col pannolone. (Viva la Sagra della Salama da sugo ferrarese, ragazzi; o se preferite il sarcasmo di Escobar, da oggi «nei saloni del G8 a L’Aquila si proiettino non immagini d’arte italiana ma piatti di polenta»).
Succede perciò che alla “Umberto” ci si aspettava presenza e risposta bypartisan, che scuotesse il dissolvimento di Berlusconi, lo spappolamento di Bondi, la durezza “lacrime e sangue” di Tremonti. Ricordando anche che il governo Prodi aveva riportato il Fus a 500 milioni di euro, ridotti dai successori a 300: che sono pari a metà dei 140 sborsati prima che arrivassero i messi per il fallimento del comune di Catania. E ricordando che il testo Carlucci, integrato in commissione cultura, può rispondere a un’attesa di riordino dello spettacolo dal vivo che dura da trent’anni (c’è chi dice da sessanta).
E che erano state fatte solenni promesse a Napolitano, alla consegna dei David di Donatello. E che 200mila persone lavorano in una miriade di piccole aziende ai bordi del diritto del lavoro, contro le poche grandi, specie liriche, con personale inflazionato oltre i limiti della clientela. E che la nuova legge sul Fus, pronta, ripeto, in commissione, se non ha i fondi che il Tesoro continua a negare, è carta straccia, una legge quadro per governi che non avranno mai voglia di dipingere il quadro: preferendo polenta e salama da sugo, come s’addice all’Italia celtica, dove i finanziamenti alla cultura (editoria e spettacolo) sono precipitati allo 0,1 del prodotto nazionale.
Né serve “aprire” ai privati, come per gli enti lirici trasformati in fondazioni; giacché il privato finanzia solo se finanzia il pubblico, e se ci sono le detrazioni fiscali: modello “capitale d’avventura” made in Usa. Ma le detrazioni preferite in Italia sono quelle dei grandi evasori, ai quali si promette un altro “scudo” (il terzo) se riporteranno qualche manciata di euro nella penisola.
È finanza creativa. Dispiace a Barbareschi e Carlucci quanto a De Biase, Giulietti, Ghizzoni, Granata, e ad altri che amano lo spettacolo e pagano al botteghino. Forse, invece di convocare assemblee con sms, occorrerebbe preparare una manifestazione popolare, migliaia di uomini e donne della cultura, sul ripristino dei livelli finanziari del Fus, sui finanziamenti aggiuntivi alla legge degli spettacoli dal vivo, sull’editoria, e, se necessario, anche per corsi serali di alfabetizzazione dei celti di governo.

Europa, 8 Luglio 2009

2 Commenti

  1. La Redazione dice

    2008, fuga da musei e spettacoli
    “La cultura mai così in crisi”
    di DARIO PAPPALARDO

    Calano i visitatori nei musei. Crolla il pubblico di mostre ed eventi. Bilanci ministeriali ridotti al minimo. Chiudono parzialmente le grandi biblioteche, come quelle di Roma e Firenze. E’ un ennesimo campanello di allarme per la cultura del nostro paese, quello suonato ieri a Roma dall’Assemblea generale di Federculture. L’associazione che riunisce imprese e operatori culturali ha presentato il dossier di dati aggiornati al 2008. Presenti, tra gli altri, all’auditorium dell’Ara Pacis, il super manager dei Beni culturali Mario Resca e il sindaco di Roma Gianni Alemanno. Il risultato è chiaro: dopo venti anni di crescita, il consumo culturale è in crisi. La spesa delle famiglie italiane nel settore scende del 6,89%. Nel 2008, i cinema hanno perso il 4,9% di incasso al botteghino. Quasi il 4% in meno fa la fila all’ingresso delle nostre istituzioni museali. Con punte negative molto alte come il -12,3% negli scavi di Pompei e il -24,8% nel circuito della Reggia di Caserta. Se i siti archeologici della capitale (Colosseo, Palatino e Foro romano) e il Museo egizio di Torino sono in controtendenza con il loro andamento positivo (+7,6% e 1,2%), scorrendo la classifica del mondo, si scopre che gli Uffizi, primi italiani, sono solo il ventitreesimo museo del pianeta per numero di visitatori: 1.554.256 con una flessione del 3,8%. Il Louvre di Parigi, in testa alla top ten, ne conta sette milioni in più, con un incremento del 2,4 per cento. E il confronto con i cugini d’Oltralpe non migliora se guardiamo agli stanziamenti pubblici per il settore culturale: 1.568 milioni è il budget statale della cultura italiana per il 2009, pari allo 0,22% del bilancio dello Stato. In Francia la cifra sale a 2.900 milioni.

    “Tra poco non saremo più in grado di mantenere aperti i nostri musei”, dice senza tanti preamboli Roberto Grossi, presidente di Federculture. “L’investimento pubblico è fondamentale. Senza questo, viene meno anche il contributo dei privati. Proponiamo perciò la promozione di veri e propri piani regolatori della cultura e delle industrie creative, in grado di disegnare un sistema di convenienze anche per l’investimento privato. Non basta avere sul nostro territorio una grande quantità di siti Unesco: se non sono ben gestiti, significano un peso. Chiediamo che la prossima finanziaria preveda dei nuovi stanziamenti”.

    La crisi, insomma, dovrebbe rappresentare per l’Italia uno stimolo per ripartire dalla cultura. Come accaduto nel 1929. L’anno del tracollo, ma anche dell’inaugurazione del MoMA di New York, che aprì le porte nove giorni dopo il crollo di Wall Street. “Abbiamo una leadership da recuperare”, secondo Mario Resca, il super manager, ex amministratore di McDonald Italia, nominato dal ministro Bondi direttore generale per la valorizzazione del patrimonio italiano. “L’Italia – ricorda Resca – era il primo paese per capacità di attrazione dei turisti. Lo 0,22 per cento del bilancio dello Stato è troppo poco per finanziare la cultura. Se Parigi oggi richiama 18 milioni di visitatori, significa che esiste ancora una richiesta culturale da parte del pubblico internazionale che va intercettata. Dobbiamo mettere al centro dell’attenzione le esigenze del nostro target. Creare accoglienza, comfort, migliorare la segnaletica delle esposizioni. Nel senso della valorizzazione va anche la mia idea di organizzare un road show dedicato al vaso di Eufronio, il reperto restituito dal Getty di Los Angeles che si trova ora a Villa Giulia”.

    In uno scenario quasi tutto negativo, Federculture sottolinea i buoni risultati dalle Gestioni Autonome. Nuove imprese nate con l’esternalizzazione da parte degli enti locali della gestione dei beni e dei servizi culturali. Realtà come il Palaexpo, la Fondazione Musica per Roma o il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano segnano tutte un andamento positivo e un alto livello di autofinanziamento.

    La Repubblica 10.07.09

  2. La Redazione dice

    L’appello del mondo del teatro «Il governo salvi la cultura»

    I tagli del finanziamento pubblico mettono a rischio un settore che potrebbe essere un volano per l’economia

    Il testo integrale dell’appello

    Il tema non è nuovo, ma d’estate scotta ancora di più. «L’assenza di una visione strategica dell’intreccio e della fertilità di un incontro tra cultura e turismo – dice Andrée Ruth Shammah, regista teatrale e direttore del Franco Parenti di Milano – provoca inadeguato sfruttamento dei nostri giacimenti culturali». Alla sua voce se ne aggiungono tante altre, da Albertazzi a Lavia, da Marco Lucchesi a Vincenzo Monaci, da Luca Barbareschi a Tullio Kezich: e un sentimento condiviso diventa un appello sulle pagine del Corriere. Il teatro, gli spettacoli in genere, per non parlare dei festival culturali che sono ormai una caratteristica (positiva e di richiamo) del nostro Paese, sono un volano dell’economia che andrebbe aiutato a funzionare bene, invece di metterlo in difficoltà con i tagli del finanziamento pubblico, è scritto nella lettera-proclama.

    Ci si riferisce a numeri importanti: circa 6 mila aziende sul territorio nazionale, che impiegano intorno ai 200 mila lavoratori. Un settore, ricorda Shammah con una punta di polemica, che «produce prospettive di emancipazione dal torpore televisivo». C’è l’orgoglio di chi spende la vita per il teatro, in queste parole. Di chi sa che alzare il sipario, declamare testi di grandi autori, incontrare il pubblico sempre diverso, danzare e cantare dal vivo, è un rito che accompagna l’umanità da tempi immemorabili, e che sarebbe un vero delitto soffocare per le ristrettezze economiche.

    L’appello è stato raccolto da molte persone, della cultura e dello spettacolo, come si può vedere dalla lista aggiornata delle firme che pubblichiamo qui di seguito. Un appello rivolto al governo, che da un lato afferma di impegnarsi per ridurre il numero dei disoccupati, dall’altro permette che con i tagli alla cultura e allo spettacolo siano in tanti a rischiare il posto di lavoro. Ma non solo di lavoro si tratta, anche se bisogna ricordare che questo settore genera altri posti, fa circolare altri soldi: ristoranti, trasporti e alberghi risentono in modo positivo del fervore italiano. Cultura è un bene primario, che tale considera anche la nostra Costituzione. Un valore per il quale è giusto dare battaglia.

    Antonio Bozzo

    LE ADESIONI

    · Andrée Ruth Shammah

    · Marco Lucchesi

    · Vincenzo Monaci

    · Piero Maccarinelli

    1. Giorgio Albertazzi

    2. Roberto Andò

    3. Marco Balsamo

    4. Giorgio Barattolo

    5. Luca Barbareschi

    6. Giorgio Battistelli

    7. Ferdinando Bideri

    8. Vittorio Bo

    9. Giancarlo Bosetti

    10. Piero Celli

    11. Marco Chiaron Casoni

    12. Cristina Comencini

    13. Marina Covi Celli

    14. Maddalena Crippa

    15. Luca De Bei

    16. Pippo Delbono

    17. Edoardo Erba

    18. Rossella Falk

    19. Rocco Familiari

    20. Paola Gassman

    21. Geppi Gleijeses

    22. Anna Maria Guarnieri

    23. Tullio Kezich

    24. Gabriele Lavia

    25. Giancarlo Leone

    26. Anna Lezzi

    27. Angela Magistero

    28. Giuseppe Manfridi

    29. Dacia Maraini

    30. Mariangela Melato

    31. Massimo Monaci

    32. Maria Amelia Monti

    33. NCE Italiana srl

    34. Valentino Orfeo

    35. Umberto Orsini

    36. Moni Ovaia

    37. Ugo Pagliai

    38. Riccardo Pastorello

    39. Carmen Pignataro

    40. Michele Placido

    41. Massimo Popolizio

    42. Guendalina Ponti

    43. Davide Rampollo

    44. Nicoletta Rizzato

    45. Emilio Russo

    46. Stefano Santospago

    47. Maurizio Scaparro

    48. Giancarlo Sepe

    49. Giampiero Solari

    50. Peter Stein

    51. Roberto Toni

    52. Riccardo Tozzi

    53. Armando Trovaioli

    54. Franca Valeri

    55. Giuseppe Viggiano

    56. Massimo Vitta Zelman

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