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“«Yes we camp», il benvenuto degli aquilani abbandonati”, di Enrico Fierro

«Yes We Camp» è la scritta che Obama e gli altri leader mondiali “esposti” nella vetrina dell’Aquila possono leggere da ieri all’uscita dell’ultima galleria dell’autostrada prima di entrare nella capitale del terremoto. Sì, siamo accampati. Suona così tradotta in italiano e riecheggia lo slogan della campagna elettorale del presidente Usa. La melodia è più triste, però. E parla del terremoto e delle false promesse, della vita dura nelle tendopoli ridotte a forni a microonde, dei 55mila sfollati, dei primi appalti finiti tutti ad aziende del nord. Versante est soprattutto. «Yes we camp». Nove lettere ritagliate su teloni di plastica bianca, ognuno è alto sette metri, punto esclamativo finale compreso. L’idea è dei comitati che si riuniscono nella sigla di “3,32” (l’ora della scossa del 6 aprile). La scritta viene portata alle 9 del mattino di ieri sulle falde della collina Roia. Dalle sue pendici la scritta sarà visibile dall’autostrada, dal cielo e finanche dalle tendopoli.

Nuova L’Aquila
La nuova l’Aquila, una città senza democrazia, dove l’unica voce che circola è quella del bollettino della Protezione civile. Vietato volantinare, fare assemblee, vietato entrare se non si ha il passi del residente. «E allora avanti, arrampichiamoci sulla collina, così anche i terremotati potranno sapere». Mattia Lolli, uno degli animatori del Comitato, lancia l’appello ai suoi. La forza a tutti la dà Martino, un ragazzo tedesco, che suona la tromba. Canzoni dell’anarchia e del movimento operaio, ma anche ariette classiche e una inaspettata «Tammurriata nera». «Yes we camp». «Contro il grande inganno. Un ragazzo snocciola le cifre: «In Umbria e nelle Marche gli sfollati erano 30mila, per la ricostruzione hanno avuto 7 miliardi, noi con 65mila sfollati, 5,7. Uno schifo». Pierluigi Tosone, avvocato, rappresenta il comitato Ara: «La storia delle casette raccontata da Berlusconi e Bertolaso è una truffa. A settembre non saranno pronte. Hanno individuato sette siti, ma solo dopo hanno fatto le verifiche e hanno scoperto che cinque di questi non erano adatti. L’unico cantiere avanti è quello di Bazzano, ma la verità è che questi villaggi sono dei veri e propri bubboni dal punto di vista urbanistico”.
Di questo discutono nel Parco Unicef di via Strinella diventato il quartier generale dei movimenti aquilani. Ma non chiamateli no-global, non confondeteli con gli altri, quelli che arriveranno all’Aquila il 10 per fare la loro manifestazione contro il G8. «Un rituale stanco». Parla Francesco Caruso, proprio lui, l’ex deputato di Rifondazione e l’ex leder del movimento versione napoletana e incazzata, e pronuncia parole sagge. «Qui si sta costruendo un movimento di massa, di terremotati che vogliono un ricostruzione pulita. Qui si possono sperimentare forme nuove e alternative di sviluppo. Non sciupiamo tutto col rituale dello scontro no-global poliziotto. E’ una cosa antica».

Sulla collina
«Yes we camp», dopo ore di fatica sulla collina, la scritta è pronta. Si vede dall’autostrada. Obama la vedrà. E se non vedrà quella ne è pronta un’altra. Nel pomeriggio i ragazzi vanno alla rotonda dove si dice passerà il Presidente Usa per srotolare un altro lunghissimo striscione. E domani (oggi per chi legge, ndr) arrivano le first ladies, visiteranno il centro storico. Che fare? “Portiamo le “last ladies”, le donne della città che vivono nelle tende e che non hanno voce. Perché Carla Bruni e la signora Michelle Obama non le fanno parlare con gli aquilani veri?” Alla fine si prende una decisione. «Andremo alla Villa dove arriveranno le first ladies e ci metteremo in mutande. Perché così ci hanno ridotti». «E hanno fatto a pezzi anche il nostro futuro», dice Fabrizio Panbianchi. «La ricostruzione finirà nel 2032 se tutto andrà bene, quando il mondo forse sarà su un altro pianeta». Idee, proteste, contromanifestazioni per ricordare all’Italia e al mondo che all’Aquila c’è stato il terremoto e la gente vive ancora nelle tende. «Yes we camp»: la vetrina è infranta.

L’Unità, 9 luglio 2009

2 Commenti

  1. Benedetta dice

    Ho pensato un po’ prima di scrivere questo commento e prima di attaccarci l’articolo de L’Unità poi mi sono detta che forse il virus aveva colpito anche me……autocensura!
    Sì perchè non ci vanno giù leggeri dai giornali esteri ma d’altronde il nostro premier non ha fatto nulla per evitarsi questa cattiva pubblicità.

    La stampa estera insiste
    «È uno showman ma non un leader» Il «New York Times» contro il premier: sia Obama a guidare il vertice, dal governo italiano «imperdonabile rilassatezza politica»
    E il francese «L’Express» titola: «Inchiesta sul buffone dell’Europa»

    I guastafeste non demordono. E rilanciano la loro sfida al Cavaliere. Un editoriale del New York Times irrompe nel primo giorno dei lavori del G8. «Showmanship: perhaps. Leadership: no», scrive il giornale della Grande mela che sferra un duro attacco al Cavaliere.
    Nel giorno in cui Silvio Berlusconi inaugura il summit dell’Aquila. il quotidiano della city spara ad alzo zero nei confronti del premier e invita Barack Obama a prendere in mano le redini del vertice G8. Il governo italiano accusa «una imperdonabile rilassatezza politica» («inexcusably lax planning»), scrive il New York Times in un editoriale dal titolo «Oh, that G8». Quanto al Cavaliere, la critica non potrebbe essere più esplicita. «Nelle scorse settimane il primo ministro italiano ha investito la maggior parte delle sue energie politiche nel tentativo di respingere le accuse dei giornali» che gli imputano «di essere stato cliente di escort e di essersi intrattenuto con minorenni in vesti succinte». lapidaria la conclusione del NWT: «Può andare bene per uno showman, non per un leader». Secca la replica del titolare della Farnesina; Franco Frattini: «Non tollero critiche all’organizzazione del G8».
    Dall’America alla Gran Bretagna. Dalla Spagna alla Francia. Il fronte dei «guastatori» si allarga. Il settimanale francese L’Express, in edicola oggi ha la foto di Silvio Berlusconi in copertina e il titolo «Inchiesta sul buffone dell’Europa». L’inchiesta descrive il presidente del Consiglio come personaggio che «cento volte dato per morto, cento volte è resuscitato. In un’Italia che non crede nella politica (il 25% associano la parola a “disgusto” e il 22% a “rabbia”) lui sfugge all’archetipo del potere: personaggio hollywoodiano, incantatore eccentrico, comico grossolano, coach della mente, amico del bar, illusionista poliglotta colpito dalla sindrome di Zelig – il potere di trasformarsi a seconda delle attese – Berlusconi ha inventato un nuovo modello di dirigente, un politico-people che buca lo schermo da 15 anni, e le cui farse soffocano, spesso, i veri problemi del Paese».
    Articoli e vignette. Come quella che il Times di Londra dedica ieri al Cavaliere, in cui il presidente del Consiglio italiano è disegnato sorridente, in un suo classico doppiopetto blu, dalle cui tasche e taschino fuoriescono indumenti di biancheria intima femminile: reggiseni e slip. Nella vignetta Berlusconi compare accanto ad una scritta «G8», dove però la cifra otto è sostituita da un reggiseno, che il premier tiene per la spallina. È la stampa, Cavaliere. Quella libera.

  2. La redazione dice

    “Se il sisma serve a nascondere l’egoismo”, di Adriano Sofri

    Egregio presidente Berlusconi, l’ho appena sentita ammettere con voce rammaricata che l’Italia è fra i paesi inadempienti agli impegni per l’aiuto ai paesi poveri: ma spiegare subito dopo che è stato per il terremoto in Abruzzo. Sono i solleciti e ingenti aiuti agli abruzzesi dell’Aquila a stornare quelli agli africani affamati.

    Egregio presidente B., era l’aprile del 2002 quando lei andò a Palermo, dov’erano radunati 91 Stati, 57 dei quali del cosiddetto Terzo mondo, a mietere applausi annunciando che l’Italia avrebbe unilateralmente accresciuto fino all’1 per cento del Pil i suoi aiuti ai paesi poveri. E in quella occasione – sette anni fa, parecchi terremoti fa – lei rievocò la sequenza degli impegni italiani precedenti e sempre elusi: «Passare dallo 0,23 allo 0,39 per cento del Pil entro il 2006», e arrivare poi, secondo l’indicazione del G7 (si chiamava ancora così) fino al traguardo dello 0,7 per cento. (Per la precisione, l’obiettivo dello 0,7 per cento era stato indicato fin dalla Conferenza di Rio de Janeiro, 1992!) «Io – proclamò lei – dico che non è sufficiente. Il problema della povertà è così grande e profondo, le epidemie sono così gravi, che bisogna mettere a disposizione l’1 per cento del Pil». L’Italia era allora allo 0,13 per cento, contro lo 0,23 dell’Europa. Quota inferiore perfino a quella italiana del 1985, che ci metteva al penultimo posto tra i 22 paesi dell’Osce. Sono trascorsi sette anni. Ancora qualche settimana fa, al summit Fao di Roma, lei ha annunziato di voler sradicare la fame nel mondo. Il suo recente interlocutore Bono ha facilmente commentato, guardando ai tagli appena progettati ai fondi per la cooperazione, che il suo programma è piuttosto di «sradicare l’aiuto italiano alla lotta contro la fame e la povertà».

    Così, passo dietro passo, l’Italia tiene saldamente il fondo della classifica dei paesi ricchi per la spesa pro capite a favore del Terzo Mondo. È un record al quale hanno dato mano anche governi diversi dal suo. Nessuno però aveva fatto promesse altrettanto roboanti. E nessuno aveva finora giustificato l’inveterata vergognosa avarizia nei confronti di chi muore di fame e di malattie con l’ultimo terremoto. So con che sentimento ho ascoltato la sua frase nella conferenza stampa: mi chiedo come l’avrei ascoltata se fossi un cittadino terremotato dell’Aquila.

    La Repubblica, 9 luglio 2009

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