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“Sopravvivere senza welfare: ecco la famiglia dei miracoli”, di Maria Novella De Luca

Il disastro dello Stato sociale è nelle tre G: di genere, geografico e generazionale. Famiglie sole, piccole, povere. Cancellate dal welfare, dimenticate dallo Stato. Microcosmi con pochissimi figli e molti anziani, dove la rete di mutuo soccorso si è incrinata, e per la prima volta nella storia d’Italia la formidabile alleanza di mamme-nonne-figlie-sorelle dichiara forfait. È racchiuso in tre G il disastro dello stato sociale italiano: di genere, generazionale e geografico. Dietro queste tre G ci sono le storie di coppie troppo povere per avere più d’un figlio, di donne del Sud che hanno ormai abbandonato la speranza di trovare un lavoro, di anziani che la sera cenano con pane e latte, di bambini “parcheggiati” dove si può. Siamo il primo paese occidentale dove gli over 60 hanno superato il 20% della popolazione, il tasso di fecondità di 1,4 figli per donna è uno dei più bassi del mondo, le risorse destinate alla voce “famiglia” sono la metà della media europea, i giovani laureati il 16% contro il 32% delle statistiche Ocse, il numero di posti nido disponibili per i piccoli da 0 a 3 anni è dell’11% contro il 50% della Norvegia e il 40% della Francia. E partono proprio dalle tre G di un paese impoverito due studiosi, Alessandro Rosina, professore di Demografia all’università Cattolica di Milano, e Daniela Del Boca, professore di Economia all’università di Torino, per raccontare quant’è duro sopravvivere in Italia con un welfare inefficiente. Nel libro “Famiglie sole”, da poco uscito per il Mulino, un dato meglio di altri fotografa la situazione: chi è nato a metà degli anni Sessanta, in pieno baby-boom, ha circa un milione di coetanei, invece la generazione di chi ha 20-25 anni è ridotta del 40%, per effetto del “degiovanimento” della società italiana.

Al di là dei numeri però la famiglia italiana è molto vicina al crac per un fatto nuovo e probabilmente irreversibile. «La crisi di oggi è annunciata – spiega infatti Alessandro Rosina -. Da sempre la famiglia italiana è stata costretta ad arrangiarsi potendo contare su un welfare assai scarso. Anzi sono state proprio le “reti informali” , e cioè il mutuo soccorso tra parenti e congiunti, a costituire nel tempo il vero ammortizzatore sociale nei confronti dei più fragili, i bambini, gli anziani. Ma queste reti informali si sono basate storicamente sul ruolo delle donne di mezza età, le care givers. Un modello che da tempo si è spezzato con l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro. A questo non ha corrisposto però, come nel resto d’Europa, la creazione di una rete di supporti statali, il welfare appunto: asili nido, congedi parentali, orari flessibili, concreti aiuti economici per le coppie con i figli. Il risultato? Il declino che abbiamo sotto gli occhi».

Alice Monetti, 65 anni, insegnante in pensione, è oggi nonna di due bambine, di cui si occupa quasi a tempo pieno, quando non deve assistere la madre. «Mi sono sempre sentita schiacciata tra le generazioni – racconta -. Adoro tutti, figli, nipoti, mia madre, ma senza la mia presenza lei non potrebbe alzarsi dal letto e mia figlia non potrebbe andare a lavorare». E infatti , dice la ricerca, «finora i servizi pubblici per l’infanzia sono stati pensati come complementari al servizio gratuito fornito da madri e nonni». Il welfare sostitutivo quindi, la rete parentale. Una situazione di fragilità su cui si è inserita la recessione. E a pagare il prezzo più alto è il Mezzogiorno, una delle aree europee «con il peggior rapporto tra anziani inattivi e persone occupate». Uno dei suoi grandi paradossi è infatti il calo demografico. Da sempre il Sud è stato una delle aree più prolifiche del Paese. Ma a partire dal 1995 la tendenza si inverte. Al Nord la crescita demografica riprende, mentre nel Sud continua il declino. Il risultato è che nel 2007, secondo l’Istat, il primato si rovescia, i bambini ricominciano a nascere, ma soltanto nelle aree più ricche del Centro Nord, dove i servizi per l’infanzia sono migliori, e in certe regioni come l’Emilia Romagna l’occupazione delle donne coinvolge il 60% della popolazione femminile. Proprio per usufruire del welfare sostitutivo della rete parentale, in Italia i giovani lasciano la famiglia d’origine a trent’anni passati. Quasi una scelta obbligata se si pensa che, secondo Almalaurea, nel periodo 2000-2007 gli occupati a un anno dalla laurea sono scesi dal 57 al 53% e tra questi i lavoratori atipici sono passati dal 37 al 48%. Numeri che raccontano un paese ormai impoverito di ricchezza umana e materiale. Eppure, scrivono Rosina e Del Boca nelle conclusioni, per invertire la rotta basterebbe la voglia di elaborare (e di finanziare) «un nuovo modello culturale, che sia alla base di un’alleanza virtuosa tra Stato e famiglie».
La Repubblica 18.07.09

1 Commento

  1. Bianca dice

    La nostra provincia, Modena, soffre forse di una sola di queste G, per fortuna! Quella generazionale anche se i più esperti per non dire anziani, si stanno accorgendo che devono fare un passo indietro a favore delle giovani generazioni.
    Un patto tra generazioni…..va di moda. Ma che significa in sostanza? A mio avviso può essere declinato in vari modi che cerco di raccontare molto semplicemente.
    Per gli anziani non autosufficenti la massima disponibilità e l’attenzione che richiede questo particolare stato attraverso aiuti alle famiglie, assegni di accompagnamento, assistenza ecc. insomma tutto quello che riusciamo a fare noi in Emilia Romagna.
    Prestito di alcune ore gratuite da parte degli anziani capaci da utilizzare in lavori cosiddetti utili (pulizia dei parchi, scuole, controllo del territorio, insomma volontariato, ecc.).
    A dirla così sembra poca cosa. Non è vero, sarebbe un grande esempio di civiltà e, perchè no, un grande insegnamento alle giovani generazioni di altruismo e solidarietà e una inversione di tendenza nei confronti di quel “modello culturale” di cui parla l’articolo.

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