partito democratico

Nasce il comitato carpigiano “Per Dario Franceschini segretario”

Martedì 21 luglio alle 21 incontro aperto agli interessati

E’ nato anche a Carpi, come recentemente avvenuto a livello provinciale, il comitato comunale per Dario Franceschini segretario.
Gli autoconvocati del PD – tra cui figurano elettori e militanti di base del partito, consiglieri comunali e provinciali, segretari di circolo,
assessori della Giunta comunale e la deputata carpigiana Manuela Ghizzoni – si sono dati appuntamento per martedì 21 luglio alle ore 21
presso la sede del Partito Democratico di Carpi di via Don Davide Albertario n. 41. L’incontro è aperto a tutti gli interessati e sarà l’occasione per discutere le linee programmatiche presentate dal Segretario uscente del PD Dario Franceschini e del prossimo congresso del PD, nonché per dare vita al comitato carpigiano per Dario Franceschini segretario.

PD Carpi, 19 luglio 2009

1 Commento

  1. La Redazione dice

    Pubblichiamo la dichiarazione dell’On. Guido Melis a favore di Dario Franceschini segretario del PD

    Perché sto con Dario Franceschini

    Il dibattito congressuale interno al Pd si svolge da qualche settimana con grandi mobilitazioni di capi e frenetici movimenti di truppe. Non sempre è uno spettacolo gratificante. Vi predomina – e non è affatto bene – la gara al tesseramento, in qualche circostanza condotta secondo vecchie modalità e antichi vizi, in totale dispregio del codice etico. Abbiamo assistito (io personalmente anche in Sardegna, a Sassari e altrove) a reclutamenti massicci di anime morte, a clamorose iscrizioni di contumaci ignari persino dell’esistenza del Pd, ad arruolamenti un tanto al chilo con promesse di prebende e favori futuri. Poco o nulla si è sinora discusso sulle mozioni e sulle piattaforme, sulle idee dei candidati alla segreteria nazionale, sulle aggregazioni (che saranno pure significative) che vanno profilandosi intorno alle loro leadership. La corsa a schierarsi, magari arrivando prima degli altri, per accaparrarsi le poltrone migliori, è inesorabilmente partita.
    Ho riflettuto sinora su quella che avrebbe dovuto essere la mia scelta personale. Ho concluso, innanzitutto, e con dispiacere, di non poter più seguire Enrico Letta, al quale pure mi lega la piccola storia della mia militanza politica dalla Costituente ad oggi. E non perché non abbia stima di Pier Luigi Bersani, che Letta ha deciso di sostenere. Piuttosto per le cose che Bersani dice nel presentare la sua candidatura, e ancor di più per quelle che non dice o lascia dire in suo nome da altri. In una parola per il segno peculiare assunto, direi quasi oggettivamente, dalla sua proposta politica.
    C’è in Bersani, o almeno così a me sembra, una concezione del partito politico, e più generalmente un’idea della politica, che viene da lontano, che conosco bene, che comprendo da un punto di vista storico, che giudico anche rispettabile, ma che non ritengo nella situazione attuale più proponibile.
    E’ la concezione tutta novecentesca del partito degli iscritti, magari aperto in via eccezionale alla consultazione dei cittadini, ma pur sempre orgogliosamente chiuso nella comunità dei militanti: un partito fortemente strutturato, gerarchicamente ordinato, dotato, se non proprio di una ideologia, almeno di un linguaggio peculiare, tipico della società politica propriamente detta, entro i cui confini principalmente questo tipo di partito nasce e si iscrive. Un partito di modello emiliano, come è stato anche notato. Comunque teso a serrare le fila, a ribadire una propria consolidata visione del mondo e dei rapporti con la società. Un partito-pedagogo, costruito più per guidare la società esterna che per imparare da essa, più per formare classe dirigente interna che per aprirsi ad accogliere apporti laterali eterogenei. Il partito della gavetta e della carriera interna, ma anche delle certezze granitiche, rifugio rassicurante dei suoi militanti, patrimonio trasmissibile per via ereditaria dei suoi storici gruppi dirigenti.
    Mi sono domandato, mi domando: è ancora attuale un simile modello di partito politico?
    Io ho aderito a suo tempo al Pd, provenendo da nessun partito precedente, appunto perché ero e resto convinto che quel modello, pur glorioso, appartiene ormai alla storia del Novecento. Tutto, nella società che viviamo, è cambiato o sta rapidamente cambiando. E gran parte della nostra crisi, del nostro perdurante disagio, sta appunto nella incapacità che sinora abbiamo mostrato nel cogliere e nel reagire a questo repentino cambiamento. Non siamo stati affatto troppo “moderni” (come si vuol far credere), siamo semmai stati troppo timidi nel rinnovamento, incerti, fermi in mezzo al guado senza il coraggio di raggiungere l’altra sponda, verso la quale pure ci eravamo indirizzati con la Costituente.
    Quella in cui viviamo è una società matura, non più “bambina”, nei cui confronti la politica non può più porsi pedagogicamente, come guida ed educatrice. Una società ricchissima di fermenti, di autonomie, di imprevedibili sviluppi, di spinte continue e molteplici all’innovazione. Una società nella quale i tempi della politica tradizionale appaiono obsoleti, in perenne ritardo, così come dovevano apparire in ritardo, due secoli fa, i tempi stagionali delle attività agricole tradizionali a confronto con i ritmi rapidi e concentrati della fabbrica capitalistica moderna.
    Una simile società in movimento è governabile da parte della politica? Può cioè la politica prevederne sia pure di massima gli sviluppi e precostituire i binari della sua crescita, indirizzandone virtuosamente, secondo fini prestabiliti, le linee portanti? Può ancora la politica, nella nostra epoca, fare la mosca cocchiera, calare dall’alto sulla società i suoi progetti?
    Nessuno, nel nostro dibattito congressuale, pone questa domanda, che considero non solo quella fondamentale ma “la” domanda decisiva. Rispondere affermativamente, come implicitamente fa Bersani, significa sostanzialmente stare nel già noto e vissuto. E restare fermi al vecchio modello di partito: associazioni private, basate su atti di volontaria adesione, dotate di programmi più o meno coerenti, i partiti conquistano la società, ne determinano gli sviluppi futuri, la dirigono dal di fuori.
    Ma è ancora possibile dare una simile risposta, nel mondo in cui viviamo? A me sembra di no. La politica del Duemila, a me sembra, richiede forme flessibili, gruppi dirigenti pluralistici e polivalenti, uno scambio continuo e vitale con la dinamica della società. Pretende elasticità nelle decisioni, capacità di coinvolgere grandi masse di cittadini interpretandone di continuo la domanda e portandoli dentro il processo della decisione politica, a protagonisti attivi non da destinatari passivi. Esige una democrazia interna (e una comunicazione politica) consona all’epoca della comunicazione istantanea nella quale siamo immersi. Un partito dell’epoca di facebook, insomma, basato su un interlocuzione continua tra dirigenti e diretti, dove la tessera conta ma conta enormemente di meno, perché esistono forme di consultazione istantanea nelle quali a tutti gli interessati è dato di interloquire, di determinare o di concorrere a determinare la decisione finale.
    Attenzione: non il tanto deprecato (ma è mai esistito?) partito liquido, che sarebbe come non avere nessun partito. Ma certo neppure un partito marmoreo, ferrigno, chiuso nella corazza dell’organizzazione interna, associazione di diritto privato tra aderenti: ben “altro” insomma rispetto alla misura virtuosa di una cittadinanza attiva, che voglia stare accanto alla politica e determinarne gli indirizzi.
    Ho intravisto nella proposta di Dario Franceschini, pur coi limiti che anche questo schieramento presenta (vedo anch’io le contraddizioni interne tra componenti diverse, la persistente convivenza, speriamo non il compromesso, tra vecchio e nuovo), un modo più moderno, più aperto e anche meno definitivo di concepire il Pd. Un Pd più aperto ai movimenti, innanzitutto; più disponibile ad ascoltare (e meno incline a impartire lezioni); più pluralista al suo interno; forse anche meno ingessato nelle correnti. Un Pd che apra di più all’esterno. Che non abbia paura di contaminarsi. Che non dica (come si dice invece dall’altra parte) che occorre ridimensionare le primarie, puntare sugli iscritti, ritornare al modello consolidato del partito delle tessere.
    Mi sbaglio? Può anche darsi. Molti amici e compagni che stimo hanno scelto, con motivazioni che rispetto, la candidatura Bersani. Altri quella Marino. Altri ancora sono incerti. Vorrei che con tutti questi amici non ci si perdesse di vista, che si mantenesse (come deve accadere in un grande partito inclusivo) la collaborazione e la solidarietà di sempre. Vorrei che, chiuso il congresso, si formassero gruppi dirigenti e staff di lavoro senza distinzioni di appartenenza, come si deve fare in un partito unito e consapevole che la sua forza sta anche nelle sue diversità interne. E nella capacità di risolverle in un progetto comune.

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