partito democratico

“«Se vince Bersani bipolarismo a rischio». Intervista a Dario Franceschini”, di Aldo Cazzullo

«Dal congresso del Pd e dal suo esito non passa soltanto il futuro del partito, che pure è una cosa im­portante. Passa anche il futuro assetto della politica italiana dopo Berlusconi; e quindi la questione riguarda tutti. Sento il dovere di pen­sare cosa succederà dopo la chiusu­ra di un’epoca, che può essere o fi­siologica, con la fine della legislatu­ra, o traumatica. Abbiamo il dove­re di pensare che dopo Berlusconi non venga azzerato l’orologio e non si ricominci tutto da capo; co­me se il bipolarismo e l’alternanza di governo non fossero una con­quista di tutti, che ha reso più mo­derno e più semplice il paese, ma fossero legati solo all’esistenza di Berlusconi come leader o come av­versario. Il che sarebbe un dram­ma».

Segretario Franceschini, sta di­cendo che se vince Bersani si tor­na indietro, alla Prima Repubbli­ca?
«In questi anni di transizione dal ’94 a oggi, con tutti gli scontri e i limiti che abbiamo visto, due co­se sono state condivise dai due campi: la nascita di uno schema bi­polare, centrodestra e centrosini­stra che si alternano al governo; e la nascita del Pd prima e del Pdl poi. Si è passati da un bipolarismo fondato su coalizioni eterogenee, frammentate, litigiose, a un bipola­rismo più europeo, con due grandi partiti alternativi e alcune forze in­termedie. Ma non dobbiamo crede­re che questo sistema sia acquisito per sempre, come se fosse consoli­dato da decenni. Dobbiamo pensa­re che questo sistema vada salva­guardato; perché non riguarda so­lo la politica, ma anche le istituzio­ni, l’economia, la competitività, l’aggancio all’Europa».

Il bipolarismo è davvero in peri­colo secondo lei?
«Io prendo un impegno: garanti­re che questo schema sopravviva a Berlusconi. Invece a volte ho l’im­pressione che, se questo schema non si consolida, possa scattare un meccanismo per cui, finito Berlu­sconi, la politica italiana si rimette in moto su binari antichi e, attra­verso cambi di legge elettorali o at­traverso scelte politiche, torni uno schema in cui le maggioranze e i governi non sono più decisi dagli elettori ma sono variabili e mobili. Il bipolarismo italiano e il campo riformista non sono nati in funzio­ne anti-Berlusconi; corrispondono a un assetto globale, tipico delle de­mocrazie di tutto il mondo. Ma se noi sbagliamo rischiamo di perde­re questa conquista».

Lei ne parla come se il Cavalie­re non avesse ancora un lungo mandato davanti a sé.
«Del dopo-Berlusconi dobbia­mo cominciare a occuparci. Nes­sun uomo di buonsenso può pen­sare che si ricandidi a fine legisla­tura; è una scadenza inevitabile. Ma ci sono tutti gli ingredienti per una fine traumatica anticipata. L’autunno sarà il momento di mas­simo impatto della crisi: piccole e medie imprese che non riaprono perché hanno finito credito e liqui­dità, lavoratori dipendenti o auto­nomi con redditi ormai totalmente insufficienti, decine di migliaia di lavoratori dipendenti o autonomi che perdono il lavoro e si trovano a zero euro senza ammortizzatori. Una situazione che si prospetta esplosiva dal punto di vista socia­le, con deficit, spesa pubblica, debi­to pubblico in aumento…».

Berlusconi le replicherà che lei fa del pessimismo ai limiti del di­sfattismo.
«Non è pessimismo; è realismo. Inutile pensare di risolvere il pro­blema nascondendolo. A fronte di una crisi gravissima, c’è un presi­dente del Consiglio profondamen­te indebolito sia rispetto alla sua credibilità nel Paese, sia rispetto al­la sua forza nella coalizione. Quan­do cominciano i processi di inde­bolimento, non si fermano più. E noi dobbiamo ragionare affinché ciò che abbiamo raggiunto nella stabilizzazione dell’assetto politico del paese non finisca con Berlusco­ni».

Quale può essere lo scenario, se al congresso e alle primarie le sue idee non prevarranno?
«Tutto potrebbe tornare a essere elastico e possibile, con alleanze non dichiarate agli elettori che le scelgono ma frutto di accordi parla­mentari, cui potranno essere dati nomi nobili — governo di conver­genza, grande coalizione — ma che di fatto smontano una conqui­sta. Perché bipolarismo e alternan­za non sono garantiti, come qual­cuno pensa, da una legge elettora­le, per quanta influenza abbia. Il bi­polarismo sopravvive a qualsiasi legge se ci sono due grandi partiti alternativi. Se invece — consape­volmente o inconsapevolmente— scomponi questi grandi partiti e torni a un sistema centro-sinistra e centro-destra, con il famoso trat­tino, tutto torna in movimento; non ci sono più due grandi partiti avversari, ma prevale il vecchio schema con la sinistra da una par­te e il centro del centrosinistra dal­­l’altra».

Sta dicendo che teme per l’inte­grità e la tenuta del partito?
«Tenuta in quanto contenitore no. Penso però che il Pd, per esse­re se stesso, debba coltivare le pro­prie diversità, viverle come una ric­chezza e non come un limite. Per questo credo non debba esserci in nessun modo una parte che preva­le sull’altra. L’arcipelago di posizio­ni che sostengono la mia ricandida­tura, laici e cattolici, persone che provengono da storie diverse, aree più moderate e aree più a sinistra, è la garanzia che il Pd continui a essere un grande partito».

Bersani rivendica di poter par­lare di partito di sinistra.
«Io sarei cauto nell’uso delle pa­role. Sinistra è una parola e una storia nobilissima, cui io sono an­che legato. Da ragazzo ero nella si­nistra Dc con Zaccagnini, e ricordo convegni in cui si discuteva se con­siderarci sinistra della Dc o sini­stra nella Dc. Conosco la forza, l’or­goglio della parola sinistra. Ma so pure che c’è una parte degli eletto­ri e dei gruppi dirigenti del Pd che non si riconosce solo in quella pa­rola. O il partito resta la casa di tut­ti, liberal, cattolici, laici, ambienta­­listi, oppure diventa un’altra co­sa».

Anche Bersani ha con sé cattoli­ci come Letta e Bindi.
«Ma non c’è dubbio che nello schieramento che lo sostiene ci sia un’identità organizzativamente e politicamente prevalente. Provia­mo a rovesciare il ragionamento: se per assurdo un’identità di cen­tro esercitasse una egemonia sulle altre, chi si sente di sinistra rimar­rebbe volentieri?».

Una scissione?
«Non necessariamente. Se si la­scia aperto uno spazio, il vuoto sa­rà riempito. Io non escludo una fu­tura alleanza con l’Udc. Ma voglio un Partito democratico che non ri­nuncia a competere direttamente con il Pdl, che non ha bisogno di appaltare a qualcuno la funzione di parlare con i mondi produttivi, di conquistare il voto mobile. Vo­glio un Pd che rappresenti l’eletto­rato di sinistra ma competa al cen­tro. L’esito del nostro congresso peserà sull’intera politica italiana: se consolidiamo il Pd, reggerà an­che il Pdl dopo Berlusconi; se il Pd si scomponesse, anche il Pdl scom­parirebbe e tutto ricomincerebbe da capo».

Il Corriere della Sera, 23 luglio 2009

1 Commento

  1. Franceschini a Repubblica tv
    “Il premier prigioniero del suo reality”, di EDOARDO BUFFONI
    “Berlusconi si è imprigionato da solo nel reality che si è costruito. Ci sono molti leader, anche di centrodestra, che mantengono una distinzione nettissima tra la vita politica e quella personale. Lui invece ha scelto di unire vita pubblica e vita privata fin dal primo giorno. E ora è rimasto imprigionato nel suo stesso reality”. Dario Franceschini, segretario del Pd, in corsa per la rielezione, conferma la linea adottata dal suo partito in Parlamento: “Continueremo a sollevare i temi della credibilità del Premier, della sicurezza nazionale, delle conseguenze che i suoi comportamenti privati hanno sulla vita pubblica del nostro paese”. E’ il primo dei nodi affrontati da Franceschini durante il videoforum con gli ascoltatori di Repubblica Tv. Una diretta di un’ora in cui si è parlato anche della battaglia congressuale del Pd, del futuro del partito e della crisi economica.

    Legislatura a rischio. “L’incrocio tra la grave crisi economica e la minor forza del Presidente del Consiglio, nei rapporti con l’opinione pubblica (a causa delle sue vicende personali) e nella sua stessa coalizione, potrebbe portare ad un esito traumatico di questa legislatura. Questa è la mia analisi”.

    Televisioni con il silenziatore. “Su vicende come quelle che riguardano le frequentazioni di Berlusconi, è naturale che la stampa faccia inchieste, informazione – dice Franceschini-. L’anomalia è che in televisione è sceso il silenziatore. La battaglia che sta facendo “La Repubblica” è prima di tutto per la libertà di informazione e dovrebbe essere un esempio, anche perché la reazione del Presidente del Consiglio è sconsiderata, anormale e inimmaginabile in qualsiasi altra democrazia del mondo. Mi riferisco alla violenza della reazione e all’invito a non fare pubblicità sui giornali che fanno il loro mestiere. Queste sono intimidazioni”.

    Conflitto di interessi. “La norma sul conflitto di interessi va fatta ma Berlusconi va sconfitto politicamente. Non si sconfigge con le regole. Comunque non avere fatto quella legge nella scorsa legislatura è stato un errore”.

    Alleanze. Un lettore domanda: il Pd potrà allearsi con l’Udc di Casini? “Io registro – risponde Franceschini – che ci sono persone, partiti, che si riconoscono nel campo di centrosinistra. L’Udc invece fa una scelta diversa, di restare autonomo nei due campi. Quindi, dal momento che i centristi decideranno volta per volta con chi allearsi, è utile in questo senso verificare convergenze facendo opposizione insieme”.

    Mentre sulla possibilità di alleanze con i Radicali o con Sinistra e Libertà aggiunge: “Noi vogliamo vincere le prossime elezioni, quindi costruiremo un’alleanza prima per vincere poi per governare. Negli scorsi anni ci siamo occupati solo della prima parte e i limiti si sono visti. Non ci saranno più alleanze eterogenee, quindi. Dovremo costruire un’alleanza su una reale coesione programmatica. Il principio sarà questo”.

    Il Pd e il bipolarismo. “Se il bipolarismo italiano è nato solo perché dall’altra parte c’era Berlusconi – dice Franceschini – allora c’è qualcosa che non funziona. Questo potrebbe comportare che finita l’era Berlusconi si tornerebbe alla stagione delle alleanze mobili, alla scomposizione di questa cosa nuova che è la vera garanzia del bipolarismo: l’esistenza di due partiti alternativi. Credo che il congresso del Pd riguardi anche questo. Noi – puntualizza il segretario – dobbiamo fare di tutto perché la nostra scelta sia quella di mantenere un grande partito che da voce e rappresenta l’elettorato più di sinistra, ma che direttamente si assume anche il compito di parlare all’elettorato mobile, alle fasce più moderate e ai ceti produttivi. Se si tornasse all’idea che il centrosinistra è fatto da una sinistra e da un centro, separati, perché il Pd avrebbe la necessità di appaltare a qualcheduno che c’è già, oppure che si costruisce in laboratorio, il compito di prendere i voti moderati del centro, questo sarebbe la pericolosa premessa per tornare indietro”.

    Di Pietro e il Quirinale. “E’ molto strano, per non dire altro, vedere un leader di opposizione che fa un sit-in davanti al Quirinale”. Dario Franceschini parla così dell’iniziativa di ieri dell’Idv: “Serve il rispetto delle regole e delle istituzioni, è questo ciò che ci distingue da Berlusconi. Il presidente della Repubblica svolge una funzione di garanzia, è nella sua discrezione scegliere se mandare messaggi formali o come in questo caso lettere di accompagnamento, ci sono molti precedenti. Napolitano ha fatto una scelta responsabile con parole molto chiare”.

    Grillo. “Non penso che Grillo avrebbe vinto le primarie, le avrebbe trasformate in un’altra cosa perché chiunque, anche di altri orientamenti politici, avrebbe potuto votare per lui. In un partito – ha spiegato Franceschini – non si entra per demolirlo. Soprattutto se un mese fa si sono fatte liste contro il Pd, se si dice che si entra in un partito di morti, se si dice che ci sono comitati d’affari peggiori di quelli di Berlusconi”.

    No a scissioni. “In vista del congresso di ottobre, tra i candidati deve esserci un confronto democratico, molto trasparente. Non è che possiamo invidiare le primarie americane, dove delle volte se le danno ma poi si mettono insieme quando uno vince e l’altro perde come è stato per Obama e la Clinton. E’ inutile invidiarle e poi temerle. Il confronto ci può essere, anche con delle asprezze, sempre mantenendo però una voce unica come opposizione”. Secondo il leader del Pd, quindi, “non bisogna temere scissioni o lacerazioni”.

    La candidatura di Marino. “Io stimo Ignazio Marino, ma la sua candidatura rischia di essere tagliata troppo sui temi eticamente sensibili, temi sui quali bisogna cercare la strada della sintesi. Se invece si alzano barriere e ci si caratterizza per questo è pericoloso”.

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