pari opportunità | diritti, scuola | formazione

“Investire su persone”, di Irene Tinagli

Dopo il piano casa, varato anche il piano università. Ma quando sarà dato vedere, in Italia, un «piano persone»? Un piano che investa in modo strategico, sostanziale e continuativo nelle persone e nella loro istruzione?

Un Piano che investa nella formazione, nella riqualificazione professionale man mano che l’economia si trasforma, in servizi sociali funzionali e avanzati che mettano davvero tutti in condizione di crescere. Un Piano per guardare al futuro per preparare gli italiani non a stare a galla oggi, ma a competere domani.

L’Italia, come ben sappiamo, ha una delle forze lavoro meno qualificate d’Europa, un bassissimo tasso di istruzione della popolazione (anche quella giovane, la gran parte della quale all’università non arriva neanche), nonché investimenti in ricerca, tecnologia e innovazione quasi risibili rispetto agli altri Paesi avanzati con i quali amiamo confrontarci. Ma l’Italia sta accumulando altri ritardi e problemi di cui si parla pochissimo. Il tasso di povertà infantile è tra i più alti in Europa: secondo i dati Eurostat il 25% dei bambini italiani vive in famiglie a rischio di povertà. Un dato che equivale a due milioni e mezzo di bambini. Bambini che magari non soffrono la fame, ma vivono in condizioni di disagio ed emarginazione, in situazioni di scarsi se non nulli stimoli sociali e culturali. Non solo, ma abbiamo anche una bassa mobilità sociale: la probabilità che il figlio di una persona non diplomata riesca ad andare all’Università e a laurearsi è la più bassa tra tutti i Paesi dell’Europa occidentale. Peggio di noi fanno solo alcuni dei Paesi dell’Europa dell’Est come la Slovacchia e la Repubblica Ceca. D’altronde i costi per l’istruzione e l’università aumentano, mentre le borse di studio sono pochissime (tra le più esigue d’Europa e quasi la metà, in termini percentuali, di quelle erogate negli Stati Uniti) e l’accesso a certe professioni è sempre più difficile ed elitario – non a caso oggi il 44% degli architetti è figlio di architetti, il 42% di avvocati e notai è figlio di avvocati e notai, e lo stesso per ingegneri, farmacisti e medici.

Questa combinazione di disagio sociale crescente da un lato e diminuzione della mobilità sociale dall’altro significa che oggi in Italia ci sono milioni di bambini e giovani il cui destino è già segnato. Famiglie che ormai non dicono nemmeno più ai loro figli «studiate così potrete fare meglio di noi», perché sanno che per i loro figli l’università sarà un obiettivo difficile e per di più inutile. Eppure nessuno si cura del futuro di questi bambini di queste famiglie sempre più rassegnate.

Cambiare i criteri di allocazione dei fondi alle università è fondamentale per cominciare a migliorare la qualità dell’istruzione universitaria e a premiare le eccellenze, ma servirà solo per chi all’università ha la possibilità di arrivarci, mentre per tutti i bambini e i ragazzi nati e cresciuti in contesti dove l’università è un miraggio, non cambierà niente. Per questo è importante che l’Italia metta mano davvero, e al più presto, ad un «piano persona» e, soprattutto, un «piano bambini», in grado di ridurre i divari sociali che stanno spaccando il nostro Paese e restituire opportunità alle nuove generazioni a prescindere dalle condizioni sociali ed economiche di provenienza. Opportunità concrete, che stimolino l’impegno e premino il sacrificio, non carità. Purtroppo di questi argomenti non si vede più traccia neppure nel dibattito politico.

Nel 1997 fu istituito il Piano Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, che avrebbe dovuto avere cadenza biennale, ma da allora ne sono stati fatti solo due: l’ultimo risale al 2002. Sorte simile per il Fondo Nazionale per l’Infanzia, di cui negli ultimi anni sono rimaste pochissime tracce distribuite peraltro solo ad alcune città italiane e senza nessun tipo di coordinamento o monitoraggio sui risultati. Ad aggravare questa situazione già difficile si sono aggiunti il pesante taglio al Fondo per le Politiche Sociali dell’ultima Finanziaria, lo stralcio delle già deboli misure di liberalizzazione varate negli ultimi anni, la stretta sugli enti locali che inevitabilmente frena molti servizi all’infanzia, e un Welfare che, come ben illustra un recente libro di Daniela Del Boca e Alessandro Rosina, lascia tante – troppe – famiglie «sole». Queste famiglie sole hanno, sì, bisogno di una casa popolare, ma hanno ancora più bisogno di poter accedere a servizi di qualità, di essere supportati mentre cercano di conciliare vita e lavoro per costruirsi un futuro migliore, di poter garantire ai propri bambini un’educazione di buon livello e la possibilità di accedere a una buona professione e a un lavoro gratificante. In altre parole: hanno bisogno di poter ancora coltivare una speranza. La speranza che i loro figli non dovranno aspettare il piano casa del governo del 2020 per avere a loro volta un tetto sulla testa, né considerare l’università come un privilegio per chi il lavoro l’avrebbe trovato comunque, ma che potranno legittimamente ambire a studiare, realizzarsi e poi comprarsi o affittarsi la loro propria casa, dove e come vorranno loro, magari in una nuova città, dove li avranno portati la loro ambizione, i loro studi o il loro lavoro, senza restare inchiodati alla casa che gli avrà assegnato il governo e al futuro che era già stato scritto per loro da bambini.

La Stampa, 25 Luglio 2009

1 Commento

  1. Urbano Persichetti dice

    In questo articolo c’è una grossolana superficialità che lascia sconcertati.
    Si dice addirittura che “il 42% di avvocati e notai è figlio di avvocati e notai”.
    Ma chi ha scritto sa che meno del 17% dei notai è figlio di notaio?
    Come si fa a raggruppare avvocati e notai se per diventare avvocato bisogna superare un esame mentre per diventare notaio si deve vincere il concorso più selettivo d’Italia?
    Forse dovrebbe essere un po’ più selettivo anche l’esame per diventare giornalisti visto che ormai si scrive qualsiasi cosa senza nemmeno un minimo di documentazione.

I commenti sono chiusi.