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Università e Pd: Luciano Modica risponde all’editoriale di Francesco Giavazzi (mai pubblicata dal Corriere della Sera)

Domenica 28 giugno, Luciano Modica – responsabile nazionale Università del PD – ha replicato all’editoriale di Francesco Giavazzi, “Prova di verità degli Atenei” apparso sul Corriere della Sera (in calce al post), con una lettera indirizzata al Direttore del noto quotidiano. La lettera ad oggi non è stata pubblicata. E così siamo a due, dopo l’episodio di Repubblica (lo raccontiamo in questo post)
Al terzo, potremo parlare di censura?

Caro Direttore,
dice proprio bene l’editoriale di Francesco Giavazzi del 24 giugno: con i “drastici” tagli stabiliti dal Governo “la maggior parte delle università chiuderebbe” e “ciò che non si può fare è aspettare senza far nulla”.
La situazione del sistema universitario pubblico si è fatta veramente drammatica. E’ già il meno finanziato tra quelli dei Paesi OCSE dell’Unione Europea, in termini di quota di PIL e di spesa pubblica nazionale. Con la legge sull’ICI del 2008, a partire dal 2010 è stato tagliato il 50% del contributo statale alle spese di funzionamento degli atenei al netto degli stipendi, cioè le spese per ricerche, utenze, manutenzioni. Inoltre è stato ridotto fortemente il turn over (danneggiando i giovani più brillanti) e lo Stato riassorbirà i relativi risparmi delle università.

Speriamo che il Ministro Gelmini ascolti almeno un opinionista autorevole che le è stato molto vicino ed esca dal guado in cui è rimasta incagliata la sua attività. Come chiede Giavazzi, faccia finalmente conoscere al Parlamento e all’opinione pubblica la legge di riforma della governance e del reclutamento nelle università che annuncia sin da novembre e che sembrava fosse pronta a marzo. Istituisca l’Agenzia nazionale di valutazione dell’università e della ricerca, varata dal Governo Prodi. Sblocchi i concorsi universitari, improvvidamente bloccati da un contorto decreto-legge in base alla presunzione che fossero tutti già truccati, perché da un anno ne attendono ansiosi il regolare svolgimento migliaia di candidati meritevoli, spesso precari con stipendi da fame.

Il PD ha fatto la sua parte. Il 28 ottobre ha approvato un preciso documento programmatico, il 23 marzo ha indicato sei interventi sull’emergenza università, il 22 maggio ha depositato in Parlamento una dettagliata e organica proposta di legge di riforma offrendola, come in ogni democrazia normale e matura, al dibattito pubblico. Abbiamo avanzato proposte sul finanziamento delle università, sulla governance degli atenei, sul reclutamento dei professori, sul sostegno alla ricerca libera e ai giovani più capaci. Attendiamo commenti e critiche, magari chiedendo al prof. Giavazzi di rileggere con più attenzione la norma che, senza alcuna promozione ope legis, riconosce ai ricercatori universitari la funzione docente che esercitano da diciotto anni reggendo una parte notevole dell’attività didattica. E di ricordare che l’università italiana non è “di fatto gratuita” in quanto gli studenti italiani pagano circa il 16% dei costi totali dell’università, ben più dei loro coetanei francesi e tedeschi.

Pur non nascondendo affatto che esistano nepotismi e sprechi che vanno contrastati in ogni modo, il PD si schiera a fianco delle decine di migliaia di docenti e centinaia di migliaia di studenti fanno ogni giorno bene il loro dovere. Uno dei maggiori esperti internazionali, David A. King, intervenendo nel 2004 su Nature, ha mostrato con inoppugnabili dati di fatto che, per qualità di ricerca scientifica, l’Italia è quarta in Europa e settima nel mondo: niente male per il Paese che finanzia la ricerca meno di tutti gli altri.

La nostra università merita attenzione e fiducia perché le merita l’Italia. Senza il crogiolo universitario, dove il sapere si crea tramite la ricerca e si diffonde tramite l’alta formazione, è difficile immaginare che splenda il nostro futuro.
Luciano Modica Responsabile Nazionale Università del Partito Democratico

Francesco Giavazzi “prova di verità per gli atenei”, Corriere della Sera 24 giugno 2009

2 Commenti

  1. ric. pre. dice

    Beh, che i concorsi che il ministro sta bloccando fossero in gran parte già truccati probabilmente è più di una semplice presunzione. Peraltro non è vero che i candidati sono “spesso” precari con stipendi da fame: i concorsi destinati ai precari sono appena l’11% del totale e siccome molti concorsi nel restante 89% sono a doppia idoneità, in realtà i candidati in ansiosa attesa sono precari per appena il 7% del totale. Un po’ poco per usare l’avverbio “spesso”. Non mi piace che si utilizzi l’immagine del precario con stipendio da fame per sollecitare le autopromozioni di persone che vogliono passare da 2500 a 3500 euro di stipendio mensile, mentre il paese affoga fra precari che perdono il contratto e operai che finiscono in cassa integrazione senza alcuna reale prospettiva di riassunzione.

    Detto ciò, per tutto il resto Modica ha ragione da vendere. L’interpretazione di Giavazzi sulla presunta ope legis è clamorosamente falsa e l’allarme sul sottofinanziamento e sui tagli è reale. Per di più, la pantomima del ministro sui decreti e il blocco dei concorsi è inaccettabile in un paese che vorrebbe essere serio. Il ministro vuole evitare questa pioggia di concorsi presumibilmente truccati che salasserebbero le università italiane? Ci possiamo anche stare, ma la soluzione non può essere quella di tirarla lunga sul decreto. Imponesse alle università il ritiro dei bandi, che gli escamotage legali per evitare ricorsi esistono, soprattutto per i concorsi da associato e ordinario che sono stati banditi con regole prorogate, ma in realtà abrogate da 4 anni, approvi i decreti attuativi dei concorsi nazionali della legge Moratti (possibile che in 4 anni nessun governo di destra o sinistra sia riuscito a scrivere dei decreti attuativi?!) e li faccia ribandire con queste nuove e migliori regole, possibilmente senza doppie idoneità. Se poi vogliamo renderli ancora più trasparenti e migliorare la qualità e l’etica del nostro sistema universitario, faccia sua la proposta che i precari avanzano da tempo e che una lettrice di questo sito ha rilanciato l’altroieri (https://www.manuelaghizzoni.it/?p=4566&cpage=1#comment-2360): abbassi a 65 anni l’età pensionabile di tutti i professori associati e ordinari. I detentori del potere accademico, coloro che ne fanno un uso distorto e la rendono un sistema anti-meritocratico, sono quasi tutti in quella fascia di età. Il pensionamento estrometterebbe dal potere i capi attuali e darebbe qualche opportunità reale di rendere più pulita e trasparente la nostra università. Un salto nel buio? Assolutamente no: il Regno Unito ha fatto esattamente questo negli anni ’80 (anzi il pensionamento riguardoo’ addirittur5a gli over-55!) e il risultato è uno dei migliori sistemi universitari del mondo. Infinitamente superiore al nostro.

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