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“Intercettazioni Alfano costretto ad ammettere: si può cambiare”, di Susanna Turco

«Noi parlamentari non siamo qui a votare a scatola chiusa». Il ddl intercettazioni non era ancora approdato nella sua Aula, quando Filippo Berselli, ex An, da presidente della commissione Giustizia al Senato sollevava in privato prima e in una intervista poi un problemino. «Se i ddl sulla giustizia li vediamo solo a cose fatte, è ovvio nascano ritardi e incomprensioni», spiegava: «Serve un confronto prima, anziché poi annaspare, come sulle intercettazioni». La lamentela per il decisionismo del Guardasigilli arrivava giusto dopo che in una riunione riservata, con i leghisti Maroni e Cota, gli ex an La Russa e Bongiorno, oltreché l’onnipresente Ghedini, il ministro Alfano aveva spiegato: «Il testo intercettazioni è questo qui».
Naturalmente, adesso che il capo dello Stato Napolitano ha convocato (venerdì) il Guardasigilli per fargli presenti le sue «perplessità» – a lungo meditate, molto simili a quelle già sollevate da ex aennini e leghisti di primo piano, e già in passato fatte trapelare a chi di dovere attraverso Gianni Letta – sul disegno di legge che lega le mani ai magistrati e cuce la bocca ai giornalisti, i vertici del centrodestra si affannano a spiegare, Alfano in testa, che quel testo è invece «modificabile». Che «nessuno aveva mai parlato di porre la fiducia», o di un «percorso a rotta di collo» al Senato.
Eppure proprio il Guardasigilli, due settimane fa, si augurava «che l’impianto della legge» venisse «mantenuto». «Queste norme le inseriamo ora, così al Senato non tocchiamo più nulla», aveva spiegato del resto lui stesso, motivando l’introduzione, nel maxiemendamento alla Camera, del capitolo sugli 007. E, spiegano oggi fonti della maggioranza, «non è un segreto che il testo fosse ormai immodificabile», a meno di non rischiare «l’apertura del vaso di Pandora di tutte le perplessità» che suscita un testo poco amato dai berlusconiani, ma anche dai finan-leghisti.
«Se era blindato? In commissione Giustizia, alle nostre richieste di emendamenti, la risposta costante è: non si tocca niente. Più chiaro di così», racconta il senatore Pd Felice Casson. Nei conversari interni, del resto, le intenzioni erano chiare: andare «rapidamente» in Aula, con eventuale fiducia finale. Il calendario prevedeva l’approdo in Aula il 15 luglio, e approvazione prima dell’estate.
Alle calende greche

Tempi e modi tutti da rivedere, ora che Napolitano ha puntato il dito sulla formulazione degli «evidenti indizi di reato», sui capitoli relative alle denunce contro ignoti, e a quelle sui «reati satellite», (spesso utilizzati per arrivare a reati di mafia e terrorismo), sulle restrizioni per la stampa. E infine sulla norma transitoria che esclude l’applicazione delle nuove misure ai procedimenti pendenti, e che è a rischio di «incostituzionalità».
La gran parte di queste perplessità erano già state ripetutamente portate avanti dall’anima finian-leghista della maggioranza, in un anno di discussioni. Ma il faticoso compromesso, l’accordo politico che non soddisfaceva nessuno, era stato raggiunto appunto sul testo votato alla Camera. È per questo che, ora, nonostante l’improvvisa disponibilità a «modifiche», nella stessa maggioranza ci sono forti dubbi sulla «praticabilità» di un qualsiasi miglioramento del testo. «A meno di non andare alle calende greche», spiegano. Ossia allungare i tempi, lasciar passare l’estate. E, magari, pure il parere della Consulta sul lodo Alfano. Passato quello scoglio, il clima sarà diverso, senz’altro.
L’ Unità 05.07.09

2 Commenti

  1. La Redazione dice

    “La destra eviti lo strappo. Il colle e il ddl”, di Marcella Ciarnelli

    Dare ascolto al Capo dello Stato che non da ora invita al dialogo e al confronto. Ed evitare, così, uno strappo dalle conseguenze che possono andare ben oltre quelle del disegno di legge sulle intercettazioni. Oppure scegliere la via dello scontro ignorando le parole che in più occasioni il presidente ha ripetuto in difesa di un principio fondamentale della Costituzione qual è la libertà di informare senza dimenticare il diritto alla privacy. Un anticipo di quel braccio di ferro che potrebbe esserci poi su altre questioni, riforma della giustizia in testa. È questa la scelta che la maggioranza deve compiere prima dell’arrivo in Senato, il 14 luglio, della legge appena approvata alla Camera. Il bicameralismo perfetto che, fino a prova contraria, vige ancora nel nostro Paese consente che si riparta da zero. Tenendo in maggior conto i suggerimenti dell’opposizione, di magistrati impegnati, dello stesso Garante, dei giornalisti. Ed anche di quelle finora inascoltate “colombe” del centrodestra. Ma innanzitutto del Capo dello Stato che il suo primo intervento in materia lo fece bloccando il decreto che in quattro e quattr’otto si voleva licenziare, derubricato subito a «refuso» proprio per l’altolà del Colle. E che poi ha sempre speso parole pubbliche e moral suasion nelle sedi opportune per cercare di scongiurare l’approvazione. Che ha chiesto un dibattito non strozzato dagli interessi di parte ma rispettoso della dialettica parlamentare. Che con chiarezza ha fatto intendere che su materie come queste non si può procedere con il voto di fiducia. Napolitano lo ha ripetuto più volte a Berlusconi, ai presidenti di Senato e Camera, al ministro Alfano che ieri ha confermato la disponibilità della maggioranza al dialogo. La verifica potrà essere fatta rapidamente. Altrimenti il Capo dello Stato potrà fare ricorso alle sue prerogative. Il rinvio alle Camere è una iniziativa di merito che va ben oltre la mera questione della firma. Si può fare. La legge sulle intercettazioni può essere modificata.
    L’Unità 05.07.09

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