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“La ballata dei poteri morti”, di Massimo Giannini

Nella grandiosa svendita di fine stagione che si sta consumando su Telecom non si salva nessuno. Al dolo di un capitalismo indecente, che scappa col malloppo e lucra i suoi ultimi affarucci sulla pelle di utenti, risparmiatori e lavoratori, si somma la colpa di una politica impotente, che piange le solite lacrime di coccodrillo sul latte già versato. All’inconcludenza dei controllori, che assistono silenti alle nefandezze di un «mercato» sospeso tra Far West e parco buoi, si somma l’impudenza dei manager, che bruciano risorse umane e finanziarie senza mai pagare dazio ma facendosi pagare bunus milionari. È agghiacciante scoprire che una delle ultime grandi aziende del Paese, per quanto fiaccata dalla concorrenza e schiantata dai debiti, possa passare di mano dall’oggi al domani senza che nessuno abbia saputo o abbia visto alcunchè. Non sapeva niente il presidente del Consiglio Letta, che adesso promette la sua tardiva «vigilanza». Non sapeva niente il presidente di Telecom Bernabè, che dichiara addirittura di aver appreso la notizia del blitz spagnolo dai comunicati stampa.
Non sapeva niente la Consob, che annuncia di aver acceso il solito «faro», dopo quelli già inutilmente puntati su Fonsai o Mps, utili solo a far lievitare la bolletta energetica pagata all’Enel. Non sapeva niente il Parlamento, che adesso leva alti e vacui lai, danzando mestamente intorno al polveroso totem dell’«italianità» e invocando platealmente la difesa della «sicurezza nazionale».
Tutti bugiardi. Perché tutti sapevano tutto, da mesi se non addirittura da anni. Non c’è fine più annunciata di quella che sta per portare Telecom nelle braccia di Telefonica. Sui quotidiani e sui settimanali, negli ambienti politici e in quelli borsistici, il dramma dell’ex colosso tricolore è all’ordine del giorno da tempo. E l’opzione spagnola era già quasi scontata dal 2007, quando Telefonica fu imbarcata dentro la holding di controllo Telco, spacciata come «operazione di sistema» dagli improbabili architetti di Mediobanca, Generali e Banca Intesa.
Per scongiurarla, i soci «eccellenti» dell’ex Salotto Buono avrebbero dovuto avere in tasca i miliardi necessari ad una robusta iniezione di capitali freschi. I manager avrebbero dovuto avere in testa un piano di sviluppo del business telefonico e delle alleanze globali. I politici avrebbero dovuto avere in mano un progetto di politica industriale degna della quinta potenza del pianeta.
E invece, dopo la spoliazione della Stet successiva alla «madre di tutte le privatizzazioni», la truffa dei nocciolini duri perpetrata dalle nobili casate sabaude pronte a controllare le aziende con una fiche di pochi spiccioli, il saccheggio realizzato dalla squadra tronchettiana, non c’è stato quasi più nulla. Solo la prosecuzione della razzia con altri mezzi: dal 2007 ad oggi, nella cinica accidia della comunità finanziaria e politica, Telecom ha subito un ulteriore drenaggio di risorse per circa 24 miliardi. A chi millantano la loro meraviglia e la loro indignazione, oggi, i controllanti e i controllati?
A giugno Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca, a chi gli chiedeva lumi sul destino di Telecom annunciava già che a settembre ci sarebbe stato lo «show down». Solo due settimane fa Bernabè, a chi andava a trovarlo nel quartier generale di Corso d’Italia, spiegava che «la situazione patrimoniale di Telecom, tra debiti e goodwill, è tremenda» e che «gli azionisti erano informati». E da mesi i queruli esponenti di partito discettano a vanvera sullo scorporo della rete, sognando un’altra Iri custodita nei forzieri della Cassa depositi e prestiti. Ripescando e riabilitando post mortem il dossier del povero Angelo Rovati, crocifisso senza pietà ai tempi del governo Prodi per aver prospettato un «disegno criminale», oggi considerato geniale.
Dunque su Telecom (come su Alitalia, su Parmalat, su Ligresti e presto chissà forse anche su Enel o su Finmeccanica) non si celebra la saga dei Poteri Forti, ma la ballata dei Poteri Morti. Questo è ciò che resta del famoso «capitalismo di relazione» (e in qualche caso «di corruzione»). Capace di regalare la telefonia italiana a un indebitatissimo Cesar Alierta per un piatto di lenticchie. Di consentire agli spagnoli di portarsi via l’intera posta senza fare l’Opa, senza far arrivare neanche un euro nelle casse svuotate di Telecom e nei portafogli delusi di una Borsa trattata come una bisca. E questo è ciò che resta dell’establishment economico e dell’élite finanziaria. Mosche del capitale, che succhiano i loro ultimi dividendi sulle spoglie delle aziende e di chi ci lavora.
Ma questo declino, per quanto terribile, non è un destino. Questa operazione può ancora essere fermata, se c’è ancora in giro un po’ di buon senso e buon gusto. E non perché si deve rispettare l’italianità: un mantra demagogico, auto-assolutorio e di per sé anti-moderno, da non cavalcare a priori perché i buoni affari non hanno passaporto. Almeno per questo, si può immaginare l’imbarazzo del premier, che dovrebbe gridare «non passi lo straniero» nelle stesse ore in cui è a New York per promuovere il Made in Italy e per convincere le multinazionali a investire in Italia. Questa operazione va fermata perché è rovinosa per il sistema industriale e dannosa per il mercato finanziario.
Telefonica prenderà il controllo di Telecom senza consolidare il suo debito. Lascerà che siano gli altri, nel frattempo, a fare il “lavoro sporco”. Cioè smembrando l’azienda e avviando uno spezzatino selvaggio, attraverso il sacrificio della attività più redditizie in Brasile e in Argentina, mercati dove il gruppo italiano dava fastidio a Telefonica perché competeva alla pari sul mobile. Alla fine delle tre tappe fissate dall’operazione, Alierta ingoierà Telco, finalmente alleggerita dai debiti. Il tutto avverrà a un prezzo di 1,09 euro ad azione, di cui beneficeranno solo i «compagnucci della parrocchietta» milanese, messa in piedi dalla Galassia del Nord sei anni fa. Il 78% degli altri azionisti, comuni mortali che hanno comprato in Borsa, non vedranno un centesimo.
Questo è il doppio scempio che va impedito. Può farlo il governo, accelerando il varo del decreto attuativo che estende anche alle telecomunicazioni la nuova «golden power», lo strumento che sostituisce la vecchia golden share e che conferisce al Tesoro il diritto di vincolare con una quota minoritaria, ma dotata di poteri speciali, la governance di aziende «strategiche». C’è tempo per farlo, prima che Telefonica perfezioni il delitto perfetto. E per mettere almeno al sicuro la rete, garantendone la crescita in una prospettiva coerente con l’investimento sulla banda larga e sull’Agenda digitale. Può farlo la Consob, se nel frattempo il Parlamento avrà la forza e il coraggio di correggere la legge sull’Opa riducendo, o congegnando in modo diverso, la soglia di controllo del 30% sopra la quale scatta l’obbligo di lanciare un’offerta pubblica d’acquisto.
Ci vorrebbe un soprassalto di dignità. Un sussulto di responsabilità. In una formula trita, ma ancora efficace: ci vorrebbe un Sistema Paese. È difficile crederci. Ma non tutto è perduto, in questa Italia a saldo e alla mercé dei Poteri Morti. Tranne l’onore.

La Repubblica 26.09.13